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I graffi della luna

Brivido lirico e gioia esistenziale

Roberta Degl’Innocenti, valida ed affermata scrittrice fiorentina, che ha vinto molti premi prestigiosi, sia per la poesia che per i racconti, ha iniziato la sua attività letteraria nel 1995. Fra le opere che di lei conosco, particolarmente importanti sono i libri di narrativa: Donne in fuga e La luna e gli spazzacamini, (Fiabe per grandi e Piccini), oltre che le raccolte liriche:Un vestito di niente e D’aria e d’acqua le parole. Ora, per le Edizioni del Leone, freschissima di stampa, (gennaio 2012) l’autrice presenta la silloge lirica: I graffi della luna, formata da numerose sezioni: “Turchina”, “Ragazzi e sogni”, “Omaggio a Fabrizio De André”, “Il sogno della neve”, “Rossomiele”, “Viaggi indiscreti”, “La casa dei mattoni rossi”. Già nella lirica iniziale: “Ogni donna”, Roberta Degl’Innocenti anticipa il significato del volume poetico: uno scavo in profondità dell’animo femminile, espresso con scioltezza, con gioiosa levità di danza, con uno spiccato senso musicale. Al riguardo, il prefatore Paolo Ruffilli così si essprime: “ La felicità esecutiva de I graffi della luna si deve al fatto che la scrittura sceglie la partitura musicale”.

Da dove provengono i graffi della luna? All’apparenza, da fuori di noi, dal nostro lontano e affascinante satellite, in realtà stanno dentro di noi. Raffigurano desideri e aspettazioni, limpidi e oscuri estri, tutto ciò che investe la parte più intensamente sentimentale, le più intime emozioni, le pulsioni viscerali. Emerge nella raccolta il desiderio erotico in forma di concretezza reale e di sogno, in chiaroscuri psicologici, in ombre e trasparenze, in grida e respiri. Ci sono composizioni che si snodano in un’alternanza di pensieri e fantasie, d’immagini e suoni, dove le parole trapelano e palpitano dentro atmosfere crepuscolari, si accendono di lampi luminosi.

C’è una viola innocente,
una canzone di schiava: fata e destino.
Scrivo parole d’aria e di vento,
sulla pelle mistero di rosso.

In “Turchina” s’intrecciano pensieri e sentimenti, quotidianità e visioni, innocenze e lussurie che si manifestano toccando diversi registri letterari. L’erotismo, inoltre, si fa più intenso, raggiunge abissi e altezze della carne e della mente. Un erotismo che si stempera e si sublima, che muta e dilaga in palpiti, sospiri e tremiti, in lievi fruscii, in ondosità e silenzi. S’intuisce che ciò è rivolto all’amore della vita di Roberta, al suo sposo a cui la raccolta è dedicata.

Era l’ora dei lupi e delle trame,
le donne accese nei falò di luna,
si stringevano i seni fra le dita,
dritti i capezzoli al fumo della notte.
(…)
Era l’ora del cielo e dell’abisso,
turchine le parole sulle mani.
Il rumore del nulla, morsi e sguardi.
D’azzurro l’alba, sorpresa della luce.

Le poesie di dipanano in paesaggi fantasticati, in brezze d’acqua, nell’echeggiare di passi, nelle tenerezze innocenti degli innamorati che si baciano sui capelli. Spesso l’autrice mescola alla realtà attuale le sue memorie di ragazza, si affida a flussi onirici, s’inebria di colori, s’inventa e si racconta.

Ti svelo il mappamondo dei segreti:
i libroni, le fate, il posto del silenzio.
Un bisbiglio le pagine turchine.
Ti canto una canzone libertina,
lo zaffiro dei giorni, la dimora dei sogni,
una ballata bianca di carezze.

Oltre al divenire del tempo e al mutare delle stagioni, la raccolta affronta il momento favoloso della fanciullezza tramata di fate e di elfi, il primo amore, il languore dei baci, gli incanti dell’inverno, il fascino malinconico dell’autunno colto in una danza di foglie e di farfalle. E ancora: il persistente ragionamento sull’essere, le canzoni che ci affascinano, che fanno palpitare il nostro animo e che accompagnano la nostra esistenza, il ricordo di Francesco De Gregori e di Fabrizio De André, a cui è dedicata una lirica. Nel modo di narrare talvolta si nota un procedimento filmico: immagini che appaiono e subito si dissolvono, che si trasformano in altre immagini. Personalmente, ritengo di singolare preziosità la sezione: “Il sogno della neve”che, per come è germinata, rivela la vibratile sensibilità della poetessa e la sua ricchezza di sentimento. La sezione è dedicata a Lucia, la moglie tramontata dell’estensore di queste note, Lucia che Roberta non ha conosciuto di persona, ma attraverso gli scritti che la ritraevano. Così, Roberta canta.

Le ombre della notte sono pigre,
tredici dicembre, il giorno breve.
La luce che bisbiglia con pudore,
Lucia che sogna il sogno della neve.

Qua e là sparsi, si trovano alcuni accenti umoristici, vedi la: “Ballata della luna”; soprattutto, la poetessa si abbandona al proprio estro, al gioco della memoria e della nostalgia, a fugaci sensazioni, a emozioni intense, a momenti che si accendono di scintillii e profumi. C’è un verso che inquadra l’atteggiamento psicologico dove Roberta, riferendosi a se stessa, scrive che è: “in viaggio sempre, immobile nel tempo”. È un verso che, nella scia eraclitea, si pone come l’affermazione poetica del divenire e dell’ essere perenni.

Importante è il tema del viaggio: fuga e avventura, sete di nuove esperienze, voglia d’incontrare mondi diversi. Altrettanto lo è la reinvenzione dei luoghi visitati, che si vestono di un singolare incanto sospeso fra la realtà e il sogno. Sono le città che hanno profondamente colpito la scrittrice: Pisa, intravvista attraverso un filtro di pioggia e di bianchi bagliori, pervasa dalla malia misteriosa della Piazza dei Miracoli. Praga, rivissuta nel ricordo di suoni, di bisbigli e lamenti, di stropiccii e silenzi. Parigi, languore di baci, memorie lampeggianti di battelli e rose, di ragazzi e canzoni. Madonna di Campiglio, dolcissimamente contemplata come una fiaba. Infine, s’impone il rapporto magico di Roberta con Firenze, più volte soavemente cantata, pure con Venezia, percepita come un respiro, fra cantilene e dondolii e incantevoli lampeggiamenti di occhi. Quindi, Genova molto amata, a cui la poetessa dedica una composizione di particolare suggestione, d’intenso brivido lirico.

C’è una città di piazze e di sospiri,
fiore luce del porto, innamorata strana
di canti e di bestemmie non importa.
Genova bella sotto le lenzuola
chiacchierìo bruno, lembo di sorgente.
(…)
C’è una città regina, sfacciata di purezza.
Canto di porto, preghiera sulle dita.

Fra i molti motivi che arricchiscono questa silloge, due mi sembrano quelli centrali, il primo è il sentimento del tempo che scorre e ci sfugge, che ci lima di una profonda vertigine e di struggimento. L’altro motivo, talvolta sotteso, più spesso evidente, è la luce ardentemente auspicata, costantemente invocata e perseguita, la luce della coscienza che ci illumina di limpida gioia.
Recensione
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