Servizi
Contatti

Eventi


Trittico

Omaggio per la musica romantica

Poesia e musica, ai primordi di ogni civiltà umana, hanno camminato sempre insieme, e forse sono nate insieme. Soltanto nel corso del loro accidentato cammino hanno fatto percorsi divaricati e autonomi. Eppure, questo sodalizio, per molti aspetti unico e fruttuoso, non ha mai smesso di affascinare poeti e musicisti al punto che, nel variare delle stagioni culturali e musicali, il sodalizio è diventato convergenza d'intenti, di espressività, di contenuti affini. Basterebbe pensare, in ambito della cultura greca, ai Lirici greci — da Minnermo a Saffo — per rendersi conto che non si potrebbe pensare alla poesia senza lo strettissimo legame della parola con il suono, la musica, perfino la danza. Ancor quando della musica greca sappiamo molto, e molto poco, dal momento che non ci è giunta alcuna scrittura musicale del mondo greco a differenza della parola scritta.

E' certo, in ambiti storico-letterari pia vicini a noi, come 1'Ottocento c il Novecento, questo sodalizio si è fatto così nuovamente stretto da animare, dal di dentro, l'ispirazione poetico-musicale della stessa poesia: dal simbolismo, all'ermetismo, alla cosi detta lirica pura dove la parola cerca l'afflato seducente del suono, ma per dire che se la poesia espressione di un moto dell'anima individuale, allora essa non può dirsi che in forme tese, frammentarie, istantanee. Quasi a dirsi, la poesia pura, soltanto nel dar voce alla folgorante intensità di un momento di assoluto come il suono che rimanda sempre ad un altrove. Da Poe a Baudelaire, Verlaine, Mallarme, Rimbaud, la poesia è qui il tentativo, più grandioso e rischioso, di recuperate — nell'infinito dell'anima individuale — quello spazio che l'organizzazione sociale tendeva invece a togliere all'esercizio poetico. In altre parole, più il mondo, affaristico e mercantile, diventava impoetico, più il poeta costruiva altari interiori dove celebrare ormai soltanto riti di assoluto incanto per la poesia in gara con l'incanto della musica. Così, la lirica pura tentava di dare alla poesia la dignità, incommensurabile e controversa, di una vera e propria religione.

Ora, Mariagrazia Carraroli, con questo Trittico, dedicato a Schubert, Schumann, Clajkovskij, compie un'operazione poetica trasversale alla musica romantica e al tempo stesso originale e personalissima: scegliendo alcune celebri partiture, passate ormai alla storia della musica pura, di quella insuperabile triade di musicisti romantici e tardo-romantici, vi innesta la sua profonda e insopprimibile ispirazione poetica tutta giocata sul frammento, incisivo e folgorante, sulla discorsività quasi oracolare e assoluta, sulla sentenza che si fa messaggio di aspirazione all'infinito del sentire, dell'amare, del soffrire per amore. Non già nel tentativo di imitazione di quelle partiture, - cosa certo impossibile - quanto piuttosto nel lasciarsi attrarre dalla parola pronunciata ma tesa verso la purezza del suono, del canto sommesso eppure dispiegato e forte, come un grido acuto, e al contempo come una melodia che si raccoglie e si espande in una effusione intima e irripetibile.

Certo un omaggio dell'anima alla musica romantica, ma anche qualcosa di più: la ricerca di un modello espressivo di lirismo puro, concentrato e quasi assoluto, che celebra, nell'intimità e nella solitudine, il rovello della malinconia, dello scacco dell'amore, l'angoscia di quel senso della vita che cerchiamo, ansiosamente e disperatamente, ma che sfugge, si direbbe, nel mondo contemporaneo, pervaso di nichilismo e stanchezza, che emana messaggi di apparenza, banalità, non-senso altrettanto assoluti: "scrivere note / schizzare lapilli / su declivi di carezze e dolcemente / arroventare la pietra". Sono versi dedicati al tormento umano e spirituale di Ciajkovskij, ma essi dicono bene quel magma di bellezza ferita che accomuna l'esperienza interiore, poi tradotta nelle partiture, anche di uno Schubert e di uno Schumann.

La poesia di Mariagrazia Carraroli cerca, in altre parole, l'origine del dolore, il tormento e l'estasi dell'amore, la frattura della condizione umana che ci accomuna tutti, in un modo o nell'altro, all'inspiegabile e immortale suono dell'anima romantica in lotta con la condizione umana, qui ed ora. In una continuità, si deve aggiungere, del tempo e della vicenda individuale, cioè tra ieri e oggi, sempre travolta dal gelo della vita e dal sogno di cantare oltre le barriere irremovibili di quella notte umana che oggi sembrerebbe divenuta storica, senza speranza.

Tuttavia, è proprio qui il rischio, sempre rinnovato da ogni poeta, nei confronti delle leggi ferree dell'evidenza, l'azzardo dell'anima che non tiene conto delle coordinate storiche e culturali, il desiderio di affermare la contemporaneità dell'umano quando una determinata fase storica suggerirebbe che tutto è inutile e perfino anacronistico. Mariagrazia Carraroli rende piuttosto ragione, saltando ogni motivazione razionale, dell'uomo e dell'artista, come afferma ad un certo punto delle sue "note" su queste partiture romantiche. Si, l'uomo e l'artista, ancora uniti romanticamente, ma per rafforzare il lirismo puro.

Chi conosce la vita della musica romantica, sa che, non a caso, Mariagrazia Carraroli ha scelto quelle partiture dove è più in evidenza quasi l'essenza di quella temperie artistica che, come poche, è riuscita a sfuggire alla forza indistruttibile del tempo per elevarsi all'immortalità della poesia in musica: il celebre ciclo di lieder del Winterreise, dei Momenti musicali, della sinfonia Incompiuta di Schubert, dove, ad un certo punto, il poeta presta la sua voce al grande e sfortunato musicista viennese; e poi, una biografia in versi di Clara e Robert Schumann, di quel loro grande amore che, ancora romanticamente, cozzò contro i limiti della vita e dell'amore stesso; infine, il drammatico "viaggio" in sé stesso e nella solitudine della Russia, dell'ultimo romantico quale fu Cajcovskij, se escludiamo il caso di Brahms. Tutte metamorfosi nella visione del paesaggio per una poetica del "frammento". E dentro questa visione, la presenza incombente della morte.

Non servirebbe, a conti fatti, fare una esegesi minuziosa tra queste grandi partiture e il modo in cui Mariagrazia Carraroli le rivive in poesia. Ciò che conta è l'idea di fondo, l'ispirazione che le sostiene: l'idea che la musica sia il primo linguaggio del genere umano, dunque anche della poesia, della sua memoria soprattutto. "L'essere e l'attività dell'uomo sono suono, sono linguaggio — diceva Ritter al tempo di Schubert — e "la musica è parimenti linguaggio universale, il primo degli uomini". Un'idea già sostenuta radicalmente da Giambattista Vico nella Scienza nuova e perfino accettata dallo scettico Voltaire. Ed è proprio attraverso la musica che Mariagrazia Carraroli cerca di trovare le radici dell'origine, della memoria quindi che lotta contro l'oblio, la dimenticanza di una vera esperienza interiore e per conseguenza decisiva e incancellabile. Al contrario, nel mondo contemporaneo, non si fa esperienza, ma soltanto esperimenti più o meno di lunga o breve durata. Qui non c'è memoria e non ci sono ricordi, c'è precarietà e reversibilità.

E' questo uno dei nodi problematici più significativi della contemporaneità e Mariagrazia Carraroli sembra averlo capito proprio immergendo la sua parola poetica in quelle esistenze in musica, Schubert Schumann Cajcosvkij, che, invece, hanno lasciato tracce indelebili e immense, ma per riaffermare il valore dell'individuo, del soggetto. Di fatto, nel nostro mondo, - senza che ce ne accorgiamo - la simulazione batte la realtà per la sua capacità di presentare un basso livello di rischio per l'esistenza umana. In realtà, volendo immunizzare l'esistenza contro la sventura, il caso, il dolore fisico e spirituale, la morte, abbiamo finito di immunizzare contro se stessa l'esistenza. Per questa ragione, oggi, si ha paura della realtà nuda e cruda. Ma tutto ciò rende l'uomo effettivamente ed emotivamente fragile. La stessa realtà diventa insicura ed essa non garantisce ll riparo dalle ferite e dai sentimenti negativi e distruttivi.

Invece, con il suo linguaggio poetico, teso e concentrato, la sua dizione di verità e di realtà, il suo entrare nel magma seducente della musica romantica, Mariagrazia Carraroli riafferma il valore dell'esperienza per l'individuo contro tutti gli esperimenti, esistenziali ed affettivi, che non lasciano nulla dietro di sé. In una sua meditazione su Rainer Maria Rilke, Romano Guardini scriveva che non siamo fatti per esperire ed esprimere l'enorme, lo straordinario che sommerge le nostre semplici mani e ammutolisce la parola. Siamo fatti, al contrario, per esperire la realtà quotidiana, i suoi interrogativi e le sue possibilità, la sua bellezza e le sue ferite, che però per la loro intensità possono persino superare la grandezza estensiva dello straordinario. E come afferma il Trittico di Mariagrazia Carraroli, questo quotidiano sofferto e amato sperimenta il vero straordinario: "e l'anima vola / libera e provata nella musica / figlia madre amante / vena e destino / ove precarietà / ebbe stabile asilo".

Pieve di San Leolino, 2 ottobre 2016

Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza