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Thomas Mann, il Nutritore
Il mito realista del Novecento e il realismo mitico di un ex-impolitico

incipit

in: Il Mito nel Novecento letterario
la Scheda del libro

La nostra breve navigazione, che imprimerà alcuni solchi sulla superficie del mito della letteratura novecentesca, tra le due rive contrapposte del mare di tale mito inteso quale soggetto e quale oggetto, prende il via dai giorni di primavera dell’anno 1936. Erano trascorsi pochi mesi da quando l’autore del Mein Kampf aveva ordinato ai reggimenti della Wehrmacht di marciare sulla zona demilitarizzata della Renania, ricevendo l’implicito avallo delle potenze occidentali, le quali non ritennero di dover compromettere i fragili equilibri politici e strategici del continente e rinunciarono, pertanto, ad una difesa intransigente dei trattati di Versailles. Fu quello il primo movimento della cacofonica partitura con la quale Adolf Hitler, orchestrando i propri organici di squadre aeree e divisioni corazzate lungo lo sviluppo del Leitmotiv wagneriano dell’azzardoso esordio, poté annettere al Reich tedesco, in rapida successione, l’Austria nel marzo 1938, la Cecoslovacchia nel marzo 1939, per poi tentare di ripetersi con la Polonia alla fine dell’estate di quel medesimo anno, secondo una struttura triadica che lascerebbe quasi supporre una rigorosa osservanza dei canoni morfologici della fiaba come li aveva riconosciuti Vladimir Propp[1], sebbene non sia facile dire con quale effettivo contributo della consapevolezza formale del Führer.

Quella primavera dell’anno 1936, nondimeno, doveva ancora vedere la guerra di sterminio infierire sulle inermi popolazioni civili, le donne e gli uomini d’Europa dovevano ancora conoscere gli estremi corollari della Gleichschaltung[2] nazista e l’estremo termine sillogistico della Endlösung[3], dovevano vivere ancora un ben pernicioso decennio prima di poter leggere la celebre frase di Adorno[4] secondo la quale, dopo Auschwitz, non sia più possibile fare poesia. Sono, quindi, pienamente giustificati il tono e il contenuto della captatio con cui Thomas Mann introdusse il discorso che l’Associazione accademica viennese lo invitò a pronunciare in onore delle celebrazioni per l’ottantesimo compleanno di Sigmund Freud:

Che cosa legittima un poeta a fare l'oratore ufficiale in onore di un grande scienziatio? O, se è concesso stornare una tale questione di coscienza su al­tri, su coloro che credettero di dover designare un poeta a questo ufficio: come si giustifica che una società di dotti, in questo caso un'Associazione accademica di psi­cologia medica, non affidi a una persona del ramo, a un uomo di scienza, l’incarico di celebrare con la parola l’alto giorno del proprio maestro, ma l’affidi invece a un poeta? A uno spirito, dunque, non rivolto essenzialmen­te alla scienza, all'analisi, all'indagine conoscitiva, bensì alla spontaneità, alla sintesi, alla creatività ingenua, a uno spirito che, nel migliore dei casi, può diventare oggetto proficuo di conoscenza, senza tuttavia, per sua natura e destinazione, arrivare mai a esserne soggetto?[5]

La conferenza si tenne l’8 maggio 1936, presso la Konzerthaus della gloriosa città che, per meno di due anni ancora, sarebbe rimasta la capitale della Repubblica austriaca indipendente. Una folla ammirata ed ossequiosa gremì ogni ordine di posti della capiente sala, ma tra tanti personaggi illustri e ancor più numerosi umili ed oscuri mancò il padre della psicoanalisi, cui il precario stato di salute, già minato in profondità dal cancro alla mascella, non aveva consentito di ricevere il meritato omaggio; ciononostante, ne sortì una autentica festa della Cultura, ben congegnata ed eseguita, nella più nobile tradizione dell’ingegnosità e della serietà borghesi, delle quali sia il medico di Příbor che lo scrittore di Lubecca furono i legittimi campioni e beniamini.

Altre feste, di superiore ambizione ecumenica e di maggiore impatto sulla nascente società dello spettacolo, avvinsero nei mesi immediatamente successivi la pubblica opinione e la esaltarono, in taluni casi fino al culmine di veri e propri tripudi di massa: i Giochi olimpici dell’agosto berlinese, che la brillante cineasta Leni Riefenstahl ritrasse nelle inquadrature di spregiudicata modernità del suo capolavoro in due tempi, Olympia – Fest der Völker und Fest der Schönheit, o la stessa Mostra Internazionale di arte cinematografica di Venezia, che giunse in quell’estate alla quarta edizione e che, due anni dopo, nell’anno dell’Anschluss, premiò proprio la germanica vedette, allorché la di lei pindarica opera, in seguito a laboriose cernite e revisioni, uscì dalla sala di montaggio giusto in tempo perché sull’aprica ribalta del Lido all’autrice fosse conferita la prestigiosa Coppa Mussolini, per mano del conte Giuseppe Volpi di Misurata, presidente di Confindustria dal 1934, nonché fondatore del polo petrolchimico di Porto Marghera, nonché ex-governatore della Libia in non sospetta età giolittiana, nonché presidente della rassegna dedicata all’arte cara alla più giovane delle Muse, e per mano ausiliaria del Segretario generale della medesima rassegna, nonché Commissario del Sindacato Nazionale Fascista di Belle Arti, nonché Deputato della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, vale a dire del Maestro Antonio Maraini, scultore di fama internazionale e nonno della non meno celebre Dacia, scrittrice rinomata nei patrii ambiti letterari del gauchisme borghese contemporaneo. Benché ci vogliano davvero un’anima bella e una bella ingenuità per ravvisare i caratteri del meraviglioso in metamorfosi di simile portata, pure una mente ordinaria può, oggi, persuadersi, in base ad esse, che, quand’anche non all’intero corpo dei cittadini di un moderno Stato democratico, quantomeno ai borghesi di buona famiglia è garantito il diritto, previo un attento studio dei fondamenti psicoanalitici, di emendare le colpe dei propri avi in un lasso di tempo assai breve, conseguendo già alla terza generazione risultati vistosi e di pubblico dominio. Miseria dell’eccellenza ed eccellenza della miseria, nei cui specchi in frantumi l’arrogante superbia dei potenti di ogni epoca scambia senza difficoltà la fine con il principio, conservandosi, pur tuttavia, nel fermo convincimento di averli congiunti una volta per tutte.

Riprendiamo, dunque, la barra del timone per riportare la rotta verso la mèta che ci siamo prefissa. Al fine di riparare al doloroso inconveniente dell’assenza del padre della psicoanalisi, in segno di affetto e devozione verso di lui, alcuni giorni dopo la trionfale conferenza della Konzerthaus, Thomas Mann si recò al numero 19 della Bergasse, dove lesse di nuovo il testo al quale, in guisa di ulteriore atto di stima, aveva assegnato il titolo di Freud und die Zukunft ispirandosi a quello di uno dei saggi più geniali e coraggiosi del maestro[6], e stavolta poté farlo dinanzi alla veneranda autorità cui lo aveva dedicato. Se, dunque, l’incontro tra quei due uomini illustri poté essere pubblicamente percepito come una simbolica cerimonia di alleanza tra la scienza e le arti liberali, si può presumere che la loro comunicazione andasse, in privato, al di là della mera ottemperanza liturgica e inerisse, piuttosto, il carattere e il destino di entrambi, esprimesse la condivisa attitudine a concepire interpretazioni del mondo le quali, ciascuna nelle proprie peculiarità, avessero risolutive omologie con la realtà psichica di esso e contemplassero non meno coerenza che spostamenti e deformazioni rispetto alla superficie degli eventi decisivi della storia umana, quali alle loro cognizioni potevano offrirsi soltanto nella forma del presagio.

[...]

Note


[1] Vladimir Jakovlevič Propp, Morfologia della fiaba, Roma, Newton Compton, 1976.

[2] Letteralmente “coordinamento”, designa i metodi e le procedure attraverso cui lo Stato nazionalsocialista esercitava un controllo totale su ogni aspetto della vita dell’individuo.

[3] “Soluzione finale”; vedi: Hannah Arendt, La banalità del male, Milano, Feltrinelli, 1964.

[4] Theodor W. Adorno, Prismi, Torino, Einaudi, 1972, p. 22.

[5] Thomas Mann, Freud e l’avvenire in Nobiltà dello spirito e altri saggi, Milano, Mondadori, 1997, p. 1378.

[6] Sigmund Freud, L’avvenire di un’illusione, Roma, Newton Compton, 2010.

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