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Gli umili ne “I promessi sposi”

La volontà di ricostruire la consistente e ricorrente presenza di un «mondo cappuccino» ne I promessi sposi, narrato dal Manzoni con puntuale ampiezza di documentazione storiografica e con l’accentuazione di peculiarità caratteriali di solenne mansuetudine, guida il Di Ciaccia ad una minuta lettura, corredata da punte spesso polemiche rispetto ai vertici canonici della critica manzoniana, di numerosi episodi che vedono come protagonisti rappresentanti di quell’ordine monastico. Tutto il discorso, puntellato da attenti riferimenti al «contesto storico ed istituzionale del tempo», è inquadrato nella più ampia presenza della virtù dell’umiltà nei personaggi minori e maggiori del romanzo. Essa è opportunamente letta nella sua positiva funzione categoriale di strumento atto ad esprimere fondamentali istanze della visione del mondo del Manzoni, affidate a una pudica predisposizione a svelare importanti messaggi attraverso gesti ed espressioni minime, da cui trapela una particolare accezione religiosa della giustizia, operante direttamente nel sociale.

Nel più recente lavoro del critico si affrontano poi, in due parti distinte, il tema della positività attivistica della ragione e carità rappresentate dalla «sollecitudine» nel flagello della peste come consolatorio contraltare alla follia emblematicamente dominante nella ricostruzione storica della Colonna infame, laddove il «silenzio» dello scrittore trasmette il senso di un’assenza quasi totale di ogni principio di umanità, in cui la pietà è fenomeno isolato e scarsamente significativo sul piano storico. Ne deriva, a saldatura di un discorso critico complesso di molteplici sfaccettature e di andamento volutamente circolare, la possibilità di recuperare, all’interno dell’universo manzoniano, la coscienza di un’assenza di responsabilità della Chiesa nel determinare i presupposti ideologici e culturali della alienante e irrazionale risposta della storia all’episodio della peste. (Lucia Miele)

Recensione
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