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La porta del tempo e l’infinito

In cerca del senso della vita tra poesia e filosofia.

“Emersi da un abisso / e l’oscurità era ancora nei miei occhi; / nulla nel mio ricordo; né un’astrazione, né un concetto, né un’idea; / percorreva il pensiero / la via di una coscienza ancora ignota”. Preludio di versi interrogativi e rarefatti, l’inizio di La porta del tempo e l’infinito, opera del poeta siciliano Pietro Nigro, che esplora il trascendente perché dell’esistenza.

Come un bambino che col primo vagito si riflette nello specchio della vita, l’uomo si mostra nudo e intimamente smarrito davanti al mistero insondabile dell’essere, figurativamente rappresentato da un deserto crudo ed inospitale, assediato da un costante bagliore, che, invece di consentire un più facile cammino, acceca occhi e mente, confondendo l’anima nella comprensiva ricerca dell’itinere, fecondo di dubbi e timori (“Non sapevo ancora cosa fosse / né a che sarei andato incontro”).

Di fronte all’annoso dilemma se il tessuto della nostra storia davvero ci appartenga, se ai nostri passi sia concessa libera strada da inventare, o se ignari obbediamo ai messaggi subliminali di un sentiero già deciso che non ammette dissonanze, seducente è talora la tentazione di lasciarsi andare alle vischiose sabbie dell’impotenza (“Meglio non nascere / se ancora al principiare del cammino / ghermisce la morte / le inutili illusioni / di una vita ignota, / ma già al nascere figlia della speranza, / nutrita di promettenti sogni”). L’imperituro vate di Recanati effonde ombre brancolanti e plumbei veli d’occaso. Nei versi di Nigro.

L’io non è ego-riflesso, bensì aperto al richiamo del mondo, all’universalità del sentimento, convivenza con il mistero della vita e la paura della morte, solo in parte confortata dalla carezza dell’eterno (“Speranza che al di là della morte / non ci sia rovina / ma pace e bellezza, / non energia che si consuma / ma amore e vita”). A supporto della reciproca e ispiratrice commistione fra le arti, suggestivi sono gli omaggi alle trasfigurazioni pittoriche di Vassily Kandinsky (la copertina indossa la sua “Improvvisazione 8”), Marc Chagall (“A quel mondo sorride il mio pensiero / ala che sostiene il mio peso, / e tra nuvole rosa, azzurri sprazzi / incontro Chagall / verso il paese dell’anima”) e Giorgio De Chirico (“Strisce di zebra sul volto / ombrano i tuoi occhi / pensosi d’ un carico di vita / e fissano immagini in metafisici concetti”).

Lo sguardo penetra nell’altrui sogno, lo pervade, si fonde riconoscente in esso, per poi separarsene, arricchito. L’austero trono della conoscenza, col suo sperimentato coacervo di formule e paradigmi. È insidiato dallo sfuggente mondo dell’invisibile, impalpabile ma inestinguibile consapevolezza del non sapere. Che s’insinua, evanescente, nel sussurrante groviglio dei pensieri (“Circolo vizioso che non ha mai tregua / fatue teorie che si dissolvono / nel vacuo mare di un’incertezza eterna”). La pervicace solitudine dell’uomo, raminga compagna all’ombra del solstizio, veste il diario di muti focolari, pallidi testimoni di sentieri passati, orfani del ricordo di una mèta, mentre i fantasmi dei cuori che furono, sfiorano, timidi, la dimensione dell’oltre, a custodire un tempo sospeso nel ricordo (“Sono ormai spenti i solitari comignoli / di case abbandonate all’ultima luce, / presagio oscuro nell’implacabile foschia”). L’assenza è palpito di memoria, materna dimora d’immagini. Prima fra tutte, quella di una figlia amata, partita troppo presto, disegnando, all’apice del cuore, parole di rara dolcezza (“Ci resta soltanto una speranza: / riudire un giorno la tua voce / quando le nostre anime / si libreranno / nell’infinità del tempo”).

Questa vita che ci sfugge, come vento sottile fra le dita, effluvio di verità che non ci è dato sapere. Quanto cammino resta per l’”oasi nascosta”, a dirimere l’enigma del silenzio? Arduo, in questo viaggio, il destino del poeta. Occhio lungimirante, ala che vibra libera nel vento, suggendo la straniante meraviglia di paesaggi ai più negati, avida d’inesplorati confini; ma anche incautamente fragile, sanguinante d’incomprensioni, cadute trafitte dal fulmine e spari traditori. E con ciò incapace, a pena di maggior sofferenza, a distaccarsi dalla sua rotta (“Anche quando il mio corpo / più non avvertisse aliti di vita, / pur godrei luci di pensiero, / eterni mondi creati dalla mente / e sarei poeta ancora una volta / a descrivere paesaggi di speranza”). Perché ricordando una famosa frase del grandissimo Federico Garcìa Lorca, “La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”.

Amanti, sì, come l’appassionato sognatore Hoffmann, protagonista della pièce di Jacques Offenbach – citata nel suo epilogo, al termine del libro -, il quale, tristamente deluso dalle donne (o presunte tali, visto che una di esse è in realtà un automa) su cui aveva riversato il suo desiderio, rimasto alfine con l’unica, solerte compagnia della sua malinconia, acconsente a dedicare la sua esistenza alla Musa della poesia, apparsagli come una visione di consolante e invincibile bellezza (L’uomo non esiste più / rinasci poeta! / Con le ceneri del tuo cuore / riscalda il tuo genio, / nella serenità sorridi ai tuoi dolori”). Poesia che di certo non lo tradirà, come non tradisce chiunque sappia credere nella sua magia.

Recensione
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