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Alessia

Ogni poesia della raccolta di Raffaele Piazza coglie la protagonista nelle più svariate situazioni della sua vita di giovane donna. Ogni componimento è un tassello che va a comporre il quadro non già di una realtà presente e definita, ma di una vita embrionale, ancora da avverarsi, in cui sono le aspettative, i sogni, i desideri a prendere forma, ad essere plasmati nella mente della ragazza prima ancora di incarnarsi nella storia.

La raccolta ‘Alessia’ solleva una molteplicità di problemi interpretativi, sapientemente suscitati dall’autore quasi a voler sollecitare chi legge ad una riflessione più profonda o a volerlo disorientare nella trama labirintica dei frammenti lirici.

Innanzitutto non bisogna lasciarsi ingannare dalla natura frammentaria della raccolta. Non è così pacifico definire lirica la poesia di Piazza; si tratta piuttosto di un felice connubio tra lirica e poesia epica, come dimostrano le frequenti ripetizioni formulari, il ricorso a Leitmotive e l’aggettivazione di derivazione classica e omerica ( azzurrovestita, rosavestita, ecc).

È importante tenere presente questa natura anfibia per districarsi nella selva di dati, apparentemente biografici, disseminati qua e là.

Così il 1984, anno da cui prende avvio la vicenda di Alessia, non indica affatto un dato periodo della storia recente. Invano si cercherebbero riferimenti coerenti a quegli anni. Gli anacronismi (SMS, internet, gli euro) sono chiare spie che la dimensione della protagonista si colloca fuori dal tempo e che la sua vicenda non si svolge nella storia né tanto meno nella cronaca (Alessia è studentessa di lettere o di psicologia?)

Le coordinate temporali, e con esse quelle spaziali dei viaggi in luoghi di interesse culturale, si dissolvono nel magma di una dimensione inedita in cui solo è praticabile il percorso kierkegaardiano di ricerca e avvicinamento all’Assoluto, inteso come determinazione progressiva e sempre potenziale di sé.

Alessia vive in un luogo e in un tempo organizzati attorno a emozioni, aspettative, forti tensioni verso un orizzonte fatto di progettualità che non è ancora mero tempo futuro.

È piuttosto una meta del divenire, un momento della realizzazione di sé, aperto a tutte le infinite possibilità di una vita autentica, intesa questa volta nel senso heideggeriano di liberazione dell’Esserci, dell’essere qui e ora, dalla necessità causale della contingenza.

Nessuna possibilità è preclusa ed infatti molte liriche si chiudono con la certezza in un ‘raccolto’, metafora del raggiungimento di una propria identità e di una incarnazione nel tempo che non sia deiezione esistenziale. Talvolta si insinua però il monito inquietante a fare attenzione, affidato ad uccelli ( ora gabbiani, ora rondini, ora allodole), messaggeri provenienti da un altrove misterioso.

Dunque i tasselli di ‘Alessia’ si ricompongono in questo sfondo a-temoprale e extra-temporale ; il limite tra contingenza e possibilità , il ‘varco’ montaliano, è stato oltrepassato.

Alessia ‘sta infinitamente nella camera/ ad angolo con il tempo’; per lei ‘accade il tempo / oltre gli orologi’.

A volte si tratta di una situazione permanente, libera di dispiegarsi descrittivamente, altre volte è l’esito di una contrazione del tempo fisico che collassa, diventa puntiforme ed allora ‘tutto accade in

quell’attimo tra/ prima e dopo dello squillo/ del telefono’.

La presenza costante del mare, segnatamente del Mediterraneo, inteso non come elemento allontanante, ma come veicolo verso possibili mondi, fa da specchio, da cassa di risonanza alla tensione vitale della protagonista.

Identica è la funzione svolta dal cielo, sia quando, limpido e terso, svela l’infinito, sia quando, percorso da nuvole cangianti, prefigura l’indeterminatezza fuggente, la plasmabilità possibile di Alessia.

Altri Leitmotive meritano particolare attenzione.

La volontà di ‘non esistere nuotando’ rimanda appunto alla tensione verso una vita autentica, scevra da compromessi avvilenti, ma anche ad una leggerezza immateriale, eterea, resa molto bene da un’altra immagine, quella del bianco astratto del cavallo che si spinge oltre l’ostacolo (‘l’ostacolo lo salta/ il bianco del cavallo’).

Si rasenta qui la sfera platonica delle Idee, dell’astrazione universale che fonda il dato grezzo e concreto, lo supera e lo anticipa. Il bianco del cavallo esprime icasticamente la vitalità della giovane donna, la sua carica ideale e dirompente che si svincola dalle strutture della realtà materiale e si fa ontotetica.

Altro simbolo ricorrente è la fragola, il succoso frutto primaverile che viene accostato ad Alessia in molte liriche. Essa rappresenta senza equivoco la sessualità, vissuta però in modo panico come fusione incosciente nell’altro, come dispersione di sé in un’unione che prelude ad un’unità superiore.

L’atto sessuale acquista lo spessore di un rito catartico e di palingenesi attraverso cui la giovane donna si ‘interanima’, immette cioè la propria esistenza in quella di tutte le donne e diventa lei stessa emblema della femminilità.

L’eros, vissuto dalla protagonista in modo quasi compulsivo, richiama ad una visione più profonda ed universale.

Al di là di ogni indicatore biografico, Alessia incarna il genere femminile in quanto depositario della continua rigenerazione della specie umana: in lei c’è un po’di Penelope (‘Passano giorni disadorni/ pari a polvere d’argento/ a posarsi sulla tela lavorata/ da Alessia..’) e un po’ di Maria ( ‘E poi vennero gli angeli/ con drappeggio d’ali infinite/ in quel cielodiperla ad attendere/ l’inizio della fabula/ a confermare il verdetto/ come di annunciazione postmoderna’).

Del resto la conchiglia, altro Leitmotiv della raccolta, è da una lato simbolo uterino e mariano in quanto si riteneva che, ingravidata dalla rugiada, generasse la perla, dall’altro è segno bifronte di morte (quando chiusa) e resurrezione (quando aperta).

In Alessia ci sono insomma tutte le generazioni di donne e di uomini, verrebbe da aggiungere, poiché è lei a detenere il sommo segreto della vita nella sua continuità meta-generazionale in cui gli estremi di nascita e di morte finiscono per annullarsi.

Siamo quindi proiettati in un orizzonte ancora più ampio di quello da cui siamo partiti; ci troviamo di fronte ad una visione cosmica in cui la ciclicità degli accadimenti e delle generazioni, fondamentalmente identiche nella loro componente più autentica, tiene in scacco il tempo, lo sospende in un limbo aurorale di eterna attesa e di sempre aperta determinazione.

Non a caso la raccolta si conclude con i versi: ‘Alberate di pini/ Al Parco Virgiliano,/ l’auto stretta dove farlo/ per rigenerarsi/ e l’Albergo degli angeli,/ camera n.8 attende.’

È in questa attesa, in questa sospensione fuori dal tempo che l’esistenza individuale confluisce in una processione universale ed anche la poesia lirica di Piazza si proietta nel regno dell’epos.

Recensione
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