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Il sacro e altro nella poesia di Andrea Zanzotto

«Il paesaggio è, per me, una cosa di un’infinita profondità. Non c’è mai un paesaggio che non contenga in sé una quantità di altri paesaggi. Perché l’insieme di ciò che noi abbiamo percepito come paesaggio è soltanto un riflesso di qualcosa che è in noi: siamo noi che creiamo il paesaggio, ancor prima che esso divenga concreto, con la scelta operata dall’occhio che lo guarda. In un secondo tempo, se si passa nel campo della parola, il paesaggio diviene paesaggio mentale. Non ho mai avuto la sensazione del luogo come qualche cosa di definitivo, ma al contrario come un punto di partenza che può provocare la voglia di andar lontano. Forse, non ho avuto l’occasione o la voglia di muovermi, ma mantengo lo sguardo verso degli orizzonti che sono infiniti poiché restano inesplorati». Questa dichiarazione, scritta da Andrea Zanzotto in francese, sul retro di una sua foto con lo sfondo del Montello, è emblematica del rapporto che il poeta, scomparso nel 2011, ha lungamente intrattenuto con il paesaggio nel corso della sua vita: un continuo andirivieni dai dati oggettivi del luogo concreto alle proiezioni mentali soggettive, tra la memoria individuale e la citazione letteraria o pittorica. Essa appare in nota alla raccolta, curata da Matteo Giancotti, dei testi e saggi sul concetto di paesaggio e su alcuni specifici paesaggi, dai Colli Euganei alla laguna veneta, con una fedeltà alle domestiche colline trevigiane tra Piave e Dolomiti.

Nel leggere (o rileggere) ognuno degli scritti, ordinati nelle sezioni: Una certa idea di paesaggio, Mio ambiente natale, Un’evidenza fantascientifica, Quasi una parte integrante del paesaggio, Tra viaggio e fantasia; si torna a sperimentare – come se fossimo ancora prodigiosamente a passeggio con il Maestro – la fascinazione per quell’iniziale divagare apparente che si concentra successivamente su alcuni concetti poetici, dopo evocazioni e allusioni e citazioni. Esemplare è per noi il saggio d’apertura, Il paesaggio come eros della terra, che Zanzotto ha offerto come lezione al Gruppo Giardino Storico padovano nel 2001, nella quale sottolineava il rapporto mediato e incessante esistente tra uomo e natura, di «scambio tra l’io in continua e perenne autoformazione e il paesaggio come orizzonte percettivo totale, come “mondo”», per approdare alla rivelazione dei paesaggi “primi” visti «in una luce di amore primordiale, infantile». Zanzotto alludeva ai suoi paesaggi, come la valle del Soligo e i Palù, luoghi in pericolo ma esistenti e salvabili: cosa possiamo dire noi che abbiamo assistito allo sconvolgimento e alla distruzione di tanti luoghi del territorio veneto, quello “sterminio dei campi” che ancora non è arrivato alla soluzione finale, visto che si pensa di combattere la crisi con nuove imprese speculativo-cementizie?

Nel presentare, in un testo di oltre cinquant’anni fa, Cima da Conegliano pittore di paesi, o – nel 1994 – l’universo dei “ricordi” di Camille Corot, il processo esplorativo di Zanzotto è lo stesso ed equivale a «entrare nella realtà» o a rientrarci, grazie a una doppia rivelazione ai limiti della trascendenza: che è il paese veneto ad aver fatto la pittura veneta, e perciò bisogna credere in esso e nei suoi dèi, e che negli alberi di Corot, «quei grandi, animati esseri», si presenta «ogni virtualità e potenzialità dell’Essere»!

Da una analogia tra scrittura e pittura, espressa in un’intervista rilasciata poco prima della morte, parte il contributo di Antonio Daniele a una giornata di studio sul “sacro e altro nella poesia di Andrea Zanzotto”, che si è svolta nell’Abbazia di Praglia il 6 ottobre 2012 e i cui atti appaiono per le cure di Mario Richter e Maria Luisa Daniele Toffanin. Nella rassegna di Daniele le frequentazioni fisiche e quelle letterarie dei Colli Euganei si fondono più volte nella poesia di Zanzotto, a partire da un sonetto di mirabile imitazione petrarchesca, Notificazione di presenza sui Colli Euganei, in cui ancora una volta il rapporto tra esterno, naturale, e interno, individuale, è di consonanza: «i vostri intimi fuochi e l’acque folli / di fervori e di geli avviso, o colli, / in sì gran parte specchi a me conformi». Per Silvio Ramat, che ha svolto alcune acute Osservazioni intorno al “sacro” nella poesia di Andrea Zanzotto, si dovrebbe distinguere tra reminiscenze cristiane, già presenti nell’Elegia pasquale, ma particolarmente in Pasque (raccolta del 1973), e un “sacro pagano”, in cui trovano posto gli dèi “classici” e quelli “terragni” (come non ricordare, in Filò, quei versi di indirizzo alla terra ferita dall’uomo: «santa tera, tu trema. Tera, coss’ atu, tera?»), ma anche la memoria “sacra” delle persone care («le anime sante e bone») che sopravvivono nel culto dei trapassati, assieme ai morti nella Grande Guerra e nella Resistenza.

Completano il volume un’analisi stilistica di Francesco Carbognin, che ruota attorno alle presenze “dissacratorie” nella poesia di Zanzotto, e le testimonianze dei curatori Richter e Daniele Toffanin, di Espedito D’Agostini e di Marisa Michieli Zanzotto, e un’inedita traduzione zanzottiana della Lettera di San Paolo ai Colossesi, che è un’esercitazione sul testo greco.

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