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Quel che resta del tempo

In questo suo libro (che è bello anche nel titolo), Daniela Quieti ci fornisce altre suggestive pagine del suo modo di osservare il proprio orizzonte di vita e di ricordi.

Si tratta di venti prose che, nel testimoniare l’amore per l’Abruzzo e per le sue espressioni più tipiche, riconfigurano i tracciati e le ragioni di un’identità etno-culturale in cui l’autrice si riconosce e si compiace, con quello spirito di appartenenza che fu anche di scrittori come D’Annunzio e Silone: pietre miliari dell’edificio umano e letterario che Daniela Quieti ama abitare e sentir suo.

E del resto, a D’Annunzio e a Silone l’autrice dedica – in sottofondo – le pagine più avvincenti e palpitanti del libro. D’Annunzio è, infatti, la cifra della sua “pescaresità”, il modello di una poesia che ha saputo rinvenire la forza e la grazia del mito nella vicenda umile e tellurica del mondo pastorale, generando i capolavori che sono divenuti un patrimonio dell’arte universale. E Silone, non da meno, è il richiamo alla cultura della terra, l’icona della civiltà contadina vocata al riscatto e alla piena resurrezione, il portavoce di quegli emarginati che hanno in sé lo spirito della storia e la verità dell’autentico umanesimo.

Due personalità, dunque, che sono anche i riferimenti culturali della scrittrice; per il loro tramite, la Quieti si fa interprete dei valori della vita e della storia, della dignità e della bellezza morale, della salvaguardia di ciò che attiene al tessuto di una società (la sua) e del rispetto di quei costumi che hanno fatto crescere gli uomini e le donne di un tempo, con una narrazione garbata e straordinariamente chiara, in cui il dettaglio, il “particolare”, il “piccolo fatto” di ciascun brano si fanno specchio e sostanza di una filosofia che sembra dire: “ecco, la realtà è sempre fonte di stupore, nel bene e nel male, e la vita, quella che ci fa gioire e tribolare, è sempre lì, dentro le cose, dentro le umane illusioni e dentro ogni apparente artificio; è la vita che non sempre sappiamo riconoscere, e che perciò può sembrarci talvolta matrigna, ma che è sempre pronta a sostenerci e a renderci liberi, a farci nuovi malgrado le nostre diverse propensioni”.

È una filosofia, questa, che aiuta l’autrice a leggere la storia nei suoi orizzonti ravvicinati, umanissimi, dove il merito non si consegue con le gesta dei grandi avvenimenti, ma con le ordinate ed affabili scelte della quotidianità, con i sentimenti che accostano e fanno essere solidali e con la modestia che genera virtù e riparo.

I racconti del libro hanno proprio questa inflessione e si sviluppano su un’analisi che declina con i verbi dell’essere, con l’osservazione pudica ed affabulante e con il proposito di non credere né solo al cuore né solo alla ragione, ma a quel che l’esperienza ci chiarisce e tramanda come elementi di civiltà e di rettitudine.

E in ciò risiede il valore stesso dei singoli brani, la loro oggettiva pregnanza e il loro raccordo con le pagine del precedente libro, Echi di riti e miti (ivi, 2010), richiamate dal comune presupposto di vedere feconde (ancora feconde) le reminiscenze di un passato che certamente non è più, né che potrà mai tornare, naturalmente, ma che ha la vitalità dei grandi patrimoni e delle inesauribili giaciture culturali.

Recensione
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