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Da questo mare

Il mare nella sua essenza primaria esporta una visione naturalistica positiva, una forza segreta di rigenerazione ma se accogliamo l’ipotesi del naufragio l’abisso si colora di tinte fosche, diviene una divinità che richiede vittime, sacrifici.

Nell’opera di Gian Piero Stefanoni il mare è un medium, una realtà che divora l’uomo e i suoi sentimenti rilasciando solo un corpo inerte, senza vita. La veste poetica non addolcisce la solennità dei contenuti, anzi rende il contesto epico, i suoni infatti si sprigionano per la dilatazione sacrale dei versi che divengono historia, narrazione complessa e visionaria.

Partendo da una notizia di cronaca Gian Piero Stefanoni riferisce il fatto con parole apparentemente fredde e distaccate , logore per l’uso costante e ripetitivo che la stampa è solita usare ma fra le righe si agita l’inquietudine della condivisione, il dolore represso e compresso legato all’impotenza, alla rassegnazione.

Il ragazzo egiziano incarna tutte le morti, le sopraffazioni, le violenze subite dai migranti mentre con il termine generico di scafisti si definiscono uomini senza scrupoli che con i remi staccano dai bordi delle imbarcazioni, con una crudeltà impossibile da definire, le mani di coloro che nel viaggio avevano riposto speranze e germogli di futuro.

Un ragazzo dell’apparente età di 16 anni… annegato a pochi chilometri dalla riva. Il mare ribolle, si gonfia, parla, invade la scena con la sua drammaticità cupa. La notte divora il dramma in un probabile silenzio in cui vita e morte tentano di ribellarsi a uno schema precostituito.

La struttura dello scritto si presta a una lettura “liturgica”, a un ritmo denso di pause come se il pensiero rifiutasse la concitazione affannosa per lasciare spazio a ondate di ripensamento, a uno sconvolgimento interiore profondo e quasi allucinatorio. La nave madre che partorisce un figlio vivo destinato a rientrare nel regno delle ombre, un mare , liquido amniotico ricco di promesse che diviene spirale di fredda inesistenza, trovano nel lettore attento un riflesso di sé intensamente drammatico, un grido inespresso ma prolungato che avvolge tutto il creato.

Così per spegnimento avviene la resa…in tutti i versi di Stefanoni c’è un profonda implicazione filosofica, una ricerca semantica nitida che rende la parola scritta simile a un’incisione rupestre.

E’ nel lapidario carattere che si cuce la rete del pescatore, ogni definizione un sobbalzo o forse solo termini gridati in una lettura declamatoria che fermi il tempo come un esorcismo.

Un nuovo inizio, i nostri cuori vogliono un nuovo inizio…ma perché nuovo? Ogni inizio lo è, ma quante volte siamo stati traditi dagli inizi? L’incipit promette sempre, ma è nell’excipit che l’uomo ritrova se stesso. Così con quest’opera bellissima di Stefanoni possiamo trovare nuova linfa per accedere al dopo, la poesia, quella vera, è anche ispirazione, meglio aspirazione a un domani migliore.

Tutto può nascere così, semplicemente, ascoltando la parte migliore di sé e i poeti che spesso divengono profeti di un domani reale, tangibile, come nel caso di Stefanoni in cui le parole assumono la veste di guida spirituale , di indicazioni di percorso illuminate dal raggio della speranza.

Recensione
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