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Dolci velenosissime spezie

Presentazione di autori dell'Associazione Scrittori Reggiani
Associazione Scrittori Reggiani, 1989

Rossano Onano è autore di poesia ormai “noto”: per la presenza attiva nei “luoghi” della poesia, per le tre raccolte edite.

La sua produzione è sinteticamente identificabile per il linguaggio innovatore, che consiste in una ricerca di lessico e di stilemi ancorati tanto agli studi e alla professione di psichiatra quanto ad uno squisito impegno di lettura della poesia novecentesca.

Attraverso questo linguaggio – ora sofisticato ora dirompente – R. Onano cerca di pensare, ripensare, agli accadimenti che segnano la sua sensibilità e la sua coscienza, dunque il suo essere nel tempo, tenta cioè una vita per attuare una relazione “diversa” e “nuova” tra poesia e pensiero.

Per questo – io penso - Dolci velenosissime spezie è interessante: per i temi sospesi tra il sogno barocco e la vita quotidiana, per la scrittura labirintica che si alimenta di ironica e disarmante semplicità e di raffinate e colte percezioni artistiche.

Coerente con la prospettiva di fondo delle altre pubblicazioni, Dolci velenosissime spezie, rappresenta l'esito più maturo di un percorso iniziato come ricerca esistenziale con “Gli umani accampamenti”, che restano nella memoria quale metafora di un epico accogliere la fatica di vivere, in tensione etica tra desiderio/volontà e coscienza.

La tappa successiva è stata dedicata alla ricerca, ora ironica ora lirica, di contenere – tra immaginazione e realtà – “L'incombenza individuale” di un essere nella vita e per la vita che si ri-definisce in quanto frattura, cammino e diario di morte.

Ora, attraverso dolci velenosissime spezie, espressione figurata che allude – forse o anche – alla funzione poetica, Rossano Onano contrappunta frammenti di realtà ed è provocatorio, sofferente e tenace nell'accogliere senza subire “le regole del gioco”, vivere.

Può parere, questa, una raccolta non facile a leggersi, o almeno non di immediata comprensione. Se ne percepisce la serrata ed intensa scansione ritmica, ma non sempre la coesione tematica e la dimensione comunicativa; colpisce la sua inquietante “negatività”.

Però è una raccolta intrigante, che non si lascia facilmente archiviare: provoca in modo ora beffardo ora sottilmente struggente, attraverso eleganze minimali che circoscrivono il campo della funzione riflessiva di chi legge con precisione ironica.

In effetti per questo autore fare poesia è espressione di una vocazione intellettuale oltre che creativa, è sofferta attenzione per i nodi più attuali – e reali – di un umanesimo antiretorico, autenticamente critico.

Ogni individuo, stretto nella realtà del tempo e della materia – dice – tende a declinare lentamente nell'impoverimento, nel tedio, senza memoria; la ragione, la stessa consapevole presenza vitale sono dissocianti, fonte di disarmonie ineliminabili.

L'alterità enigmatica dell'arte induce tristezze, apre alla mente melanconiche fratture, non consente di ripensare armonicamente la dimensione del vivere; dunque la poesia “si arrende allo stallo, è nevrotica”; tende per grottesche stilizzazioni e simbolismi criptici – come le barocche grottesche appunto – tende ad esistere in sé, altra ma non separata, intensamente consapevole del proprio pensare la vita in modo negativo.

Non risolve né consola né ricompone – se non transitoriamente – il dramma dell'essere nel tempo.

Dunque esistere è fatica quotidiana, logorante dialettica tra la nostra “paura barocca” e il desiderio di vita. La parola è segno che connota il soggetto , lo dimensiona e lo proietta dialetticamente verso il mondo.

Il mestiere di vivere mette in crisi la romantica idea di sentimento per evidenziare, nella dimensione sperimentale della parola, il rischio del silenzio. Più tragico del dolore perché nullificazione e morte.

Dolci velenosissime spezie sono i riti della presenza vitale e intellettuale, ritrovata per note frammentarie, con consapevole precaria disarmonia; un osservare disperato che tenta, nello stile, la ricomposizione lirica, l'autenticità dell'esistere, nel soggetto e del soggetto.

Il quale non conosce che questo modo montaliano di pensare la vita, senza fondamenti e senza speranza; lo accoglie ironicamente in sé, proiettandolo verso la narrazione e la denuncia, esistenzialisticamente sospeso ad un desiderio infinito, se non d'infinito. Un'attesa attiva, che R. Onano descrive come “...una ossessiva, ma tenera / congiunzione ideica con l'ideante, perfetto / quanto incontaminabile ...a contesi morsi, a disputati brandelli...”.

Con questa controversa e sofferta proiezione oltre la convenzionale razionalità – e dunque la valenza comunicativa – della raccolta di Rossano Onano si arresta proprio sul limitare di quella istanza “metafisica” che caratterizza la poesia di Eugenio Montale; analogamente, le “dolci velenosissime spezie” dell'arte della parola evocano il “male di vivere”, con umana autentica dedizione.

Recensione
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