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Architectures – Three-dimensional poems

Due arti apparentemente distanti, la poesia e l’architettura: un fiato di voce o un rigo d’inchiostro da contrapporre a pietra, metallo, cemento, vetro compatto, spessori e volumi. Eppure entrambe le espressioni mirano in fondo a dare misura al mistero e al tormento umano dello spazio e del tempo. Non solo aree da riempire, ma proiezioni del senso che si cerca, lo spazio che si rende ipotesi abitabile.

Si potrebbe aggiungere un'altra forma espressiva, come contraltare, o forse come ponte ideale, la musica. Giorgio Federico Ghedini è autore di un concerto per orchestra dal titolo “Architetture”. L’eterea musica con i suoi contrappunti si rende specchio di contrafforti, sintesi di segmenti che si incrociano per dare vita ad angoli e accordi, sintonie portanti, costruzioni che sfidano la gravità.

“Impronte fuggevoli/ si disperdevano./ Ancora pulsano/ i mattoni/ degli edifici scomparsi/ in un tunnel/ nascosto/ da un cielo obliquo”, scrive Brina Maurer in questo suo libro di poesie tri-dimensionali. E le arti a cui si è fatto riferimento trovano eco e traccia adeguata: il pulsare dei mattoni è percussione, ritmo, battito, mentre il cielo obliquo è quasi un manifesto ideale della poesia, quella dislocazione che rende possibile la pena e il privilegio di una visione altra. I mattoni scomparsi in un tunnel nascosto sono infine la meta e la condanna dell’architettura, l’aspirazione ad una stabilità irrisa dal vuoto e dalla mutevolezza delle cose e delle idee. Eppure, in tutte e tre i casi di questa tri-dimensionale sinergia, le impronte fuggevoli, per vie arcane, restano, permangono, o almeno costringono chi vede, sente e ascolta a confrontarsi, a prendere le misure del proprio essere per erigere progetti e proiezioni di stati d’animo, azioni e reazioni.

“Nel vortice/ del caos lucente/ colori scomparsi/ rendono incompleti/ arcobaleni/ di cieli vetrati”, annota l’autrice. Versi brevi, essenziali, nessun fronzolo barocco, nessuna sgargiante cariatide di metafore o di lussureggianti arabeschi di parole. L’edificio di questo libro è stato costruito pezzo per pezzo, con la cura di un mosaico, o di un ampio puzzle, facendo attenzione agli angoli, alle sfumature, ai dettagli di ogni tessera. Sapendo che la chiave della costruzione è proprio in quel caos che rappresenta il nemico da combattere ma allo stesso tempo l’alchimia ineluttabile, la follia che sostiene la volontà e perfino la sete di ordine e di catalogazione. Il caos, non a caso, è lucente. Attrae, come un abisso, un salto nel vuoto. Attrae ma è necessario riempirlo di senso, con pazienza certosina, con applicazione, talento e istinto, con le armi della poesia e della filosofia autentica, umana. E Brina Maurer, tessera dopo tessera, dona forma e completezza agli arcobaleni di cieli vetrati. Proprio nell’atto di riconoscerne l’incompletezza.

Un ulteriore elemento di complessità è dato a questo libro dalla traduzione in lingua inglese, con testo posto a fianco delle poesie, ad opera di Luigi Bonaffini. Si affianca alla tri-dimensionalità dei versi la natura duplice della lingua che non si riproduce identica, ma, con un medium differente, acquista una propria dimensione autonoma, diventa un altro libro, non solo specchio ma eco grafico dotato di vita, forma e musica autonoma.

Un libro, quindi, a tutto tondo, in grado di rappresentare bene ciò che il titolo suggerisce, la costruzione di una visione del mondo, individuale eppure capace di abbracciare visioni collettive, proprio in virtù della propria natura specifica di edificio multiforme che non impone ma suggerisce rifrazioni: “Candori macchiati/ ogni soluzione è un problema”, annota la Maurer. Questa ammissione è la forza del libro: nessuna soluzione imposta. Soluzione paradossale, apertura a qualunque forma di equazione, a tutte le variabili presenti nella scienza e nella poesia, nella ragione e nel tentativo di sogno.

C’è consapevolezza del dolore, in questo libro, fisico e mentale. C’è il coraggio di mostrarlo con la stessa asciuttezza con cui si parla di panorami mozzafiato e meraviglie di colori e stupori: “Bianche notti/ popolate di teorie di flaconi/ […] trafitti da spilli avvelenati/ profani sudari di espiazione”. Anche nella descrizione della pena c’è una precisione assoluta, un’attenzione oggettiva ed oggettuale, non per ossequio alla freddezza dei dati elencativi ma per l’urgenza di uno scavo sincero, non di maniera.

Non c’è in ogni caso la resa al patetismo o ad una sconfitta priva di energia e di reattività: “Solo il dono di una rosa/ riuscì a scalfire/ la corazza di un segreto”. Il dono di una rosa è il mistero per eccellenza. Forse la poesia, con i suoi colori ineffabili e le sue spine laceranti. Scalfisce, e non squarcia. Ma la traccia di quella carezza profonda resta. È quello il primo segmento, la retta sottile da cui tutta l’architettura ha principio. Anche l’architettura di questo libro multiforme e polimorfo, potremmo dire polifonico, facendo riferimento ancora a quella musica che nel mondo classico veniva posta a fianco delle discipline scientifiche e considerata parente stretta della geometria e della matematica.

Brina Maurer riconosce il male del mondo, la precarietà delle forme, delle esistenze umane. Ma non pontifica, non predica, non propone panacee. Annota, colloca volumi e colori nella posizione che ritiene più consona ad un modo di sentire equidistante dalla retorica e dall’algida contabilità. Ne risulta con nitidezza un libro che riflette e fa riflettere. Parole da percorrere una ad una, con cura, come una scala a chiocciola, arrivando gradualmente alla visione d’insieme, del libro, del tempo e del senso, quella finestra panoramica da cui si osservano: “in naturali cornici ornamentali/ cemento monolitico/ zoccoli rocciosi/ e aurei basamenti”. Forse la vita.

Recensione
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