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Lord Glenn. L'anima di Byron nel cuore di un cane

L'idea alla base di questo libro è originale, fuori dagli schemi prevedibili e dalle tematiche scontate. Tutto questo è di per sé positivo e in qualche modo si applica a molti lavori narrativi. Ma in questo specifico volume c'è un ingrediente in più: la volontà di camminare in punta di piedi su un filo sospeso con il rischio del tonfo nel bathos, la comicità involontaria, una delle cadute più ingloriose e dolorose che possano capitare ad uno scrittore. La Maurer conosceva le conseguenze di questo potenziale crollo, e, anzi, si è deliberatamente indirizzata verso il percorso sul filo sospeso. Non per mero sfoggio di velleità acrobatiche né per semplice volontà di stupire o provocare. Ha scelto la traiettoria più complessa perché era conscia della sincerità dell'impulso e delle emozioni che hanno mosso i suoi passi e le hanno consentito di muoversi con leggerezza. Grazie a questa leggerezza ha saputo raggiungere la meta che si era prefissa: mettere in collegamento la fantasia e l'affetto, il reale e l'immaginario, l'impegno e la solidarietà a favore di chi soffre. Il tutto tramite una struttura ricca di verve e umorismo.

Il filo, l'idea acrobatica a cui si è fatto cenno, è costituito, detto in estrema sintesi, anche per lasciare al lettore il gusto della scoperta, dall'escamotage letterario grazie a cui si immagina che Byron si reincarni in Lord Glenn, un cane. Questo libro è la prosecuzione ideale di un altro libro della Maurer che aveva suscitato interesse: “Glenn amatissimo”. Qui però, come detto, l'azzardo narrativo è maggiore, si fa gioco serissimo, appassionato. L'autrice sa che la richiesta di co-operazione rivolta al lettore in questo libro è particolarmente elevata, sia a livello di “sospensione volontaria dell'incredulità” sia sul piano del progressivo coinvolgimento. Non è un caso quindi che la prima indicazione fornita al lettore sia la ricetta per un'atmosfera da evocare. “Sulle musiche di Ciajkovskij e dei Rondò Veneziano”, viene specificato, come un padrone di casa che accoglie un visitatore a cui deve narrare una storia complicata e vuole creare le premesse per un effettivo scambio emotivo.

La prefazione al libro scritta da Lucia Gaddo Zanovello si sofferma volutamente sul valore del rapporto tra uomo e animale. Sottolinea che un cane non si possiede come un oggetto, ma è necessario piuttosto “armonizzare” con lui, cercando sintonie di carattere e destino. La Zanovello cita la frase perentoria della Yourcenar: “Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati”, ed è una chiave che ci offre il parallelismo fondamentale del libro della Maurer. La convivenza tra uomo e animale non è un semplice cammino parallelo, è, o meglio dovrebbe essere, sempre, una condivisione di sentimenti, forse perfino di poesia, espressa in modo diverso, con linguaggi specifici, ma del tutto armonica. In quest'ottica le annotazioni diaristiche, gli eventi normali e quotidiani descritti, assumono quello che nella prefazione viene definito “epico”, nel senso del luogo in cui “canta e sorride l'epica del quotidiano vivere”.

La natura del testo è polimorfa. L'insieme della trama, molto variegata sebbene suddivisa in due sole parti, fornisce spunti e richiami diversificati: a volte riecheggia certi romanzi alla Dickens, con parti autonome che poi si ricompongono in un puzzle di più ampio respiro, altre volte ricordano romanzi d'appendice o d'avventura. Ma vi sono anche tracce evidenti e significative di un Bildungsroman, in cui vari personaggi acquisiscono gradualmente coscienza del proprio essere in relazione al mondo, alla dimensione interiore autentica scoperta attraverso le coordinate che si confermano fondamentali, il dolore e l'affetto. Il libro inoltre è un conte philosophique, ma la saggezza è sempre contenuta in un ambito che non pontifica, non pretende di imporre verità assolute. Questa commistione è adeguatamente sintetizzata da Luciano Nanni in una nota al libro scritta per la rivista Literary: “il soggetto e la 'leggerezza' della scrittura non devono trarre in inganno: il significato è profondo e investe il piano esistenziale”. La parte “bambina”, orgogliosamente e tenacemente conservata, permette di dire cose importanti senza pontificare e di “essere controcorrente quando gli altri si irrigidiscono su dogmi e luoghi comuni”.

Queste premesse consentono una fusione tra il livello letterario e quello che si propone come scenario verosimile, la finzione alla base del racconto. Accade così di vedere che Glenn/Byron, ossia il cane con dentro di sé il poeta, zoppica con orgoglio all'unisono con Brina, e, come lei, è attratto dal mare. Ulteriore e fertile sovrapposizione è quella che deriva dal fatto che Brina si autodefinisca “donnacane”. In un circolo completo abbiamo quindi una poetessa con animo di cane che parla di un cane che ospita dentro di sé l'animo di un poeta. Il risultato, la meta, non è solo l'identificazione, ma l'amore. Byron vuole fare innamorare di sé Brina, e, sapendo che il suo cuore è impegnato, essendo sposata con un uomo, capisce che potrà attrarla e conquistarla solo se si tramuterà nel nobile animale. Il gioco, quindi, come mezzo che si conferma essenziale per esprimere qualcosa di serio, intimamente vitale.

Glenn, adottato all'età di dodici anni e mezzo, è afflitto da cecità, ma vede con gli occhi del cuore. Questa situazione di partenza difficile, viene documentata con un taglio diaristico, mostrando gli accadimenti di ogni giorno, con i suoi gesti e gli eventi in apparenza semplici, come una tappa del percorso che conduce verso l'obiettivo, la fusione totale tra uomo e animale. Il diario, con la sua accuratezza, accresce la credibilità della narrazione, favorendo il senso della verosimiglianza e l'immedesimazione. L'esuberanza della gioia rende ogni momento e ogni accadimento epocale: l'incontro con un cavallo sulla spiaggia conduce a riflessioni di ampia portata riguardanti addirittura la prospettiva dell'esistenza di un dio. Anche sul piano linguistico, per manifestare appieno la coesistenza di gioco infantile e riflessione, si fa ricorso a espedienti ludici ma significativi: la copertina di velluto viene definita “glenncolor”, quasi a sottolineare anche cromaticamente la nascita di un mondo “nubearcobaleno” visto con occhi che vincono la cecità con la forza dell'immaginazione.

La parola è la cura, così come la condivisione di attimi, gesti, oggetti semplici e fondamentali. La cura reciproca tra esseri feriti dalla vita, ma in grado di darsi sollievo, e, lo scoprono durante il viaggio compiuto insieme, anche gioia. Byron, poeta sofferente e sofisticato, guarisce quando comprende il valore di una carezza. Anzi, quando smette di comprendere e inizia a sentire. E porta con sé, su un cammino di laica e concreta salvezza, il cane che lo ha ricondotto nel mondo e tra gli uomini, Brina, la poetessa dal cuore di cane e il suo compagno Mattia, poeta che apprende, grazie a lui, l'arte di esplorare il mondo con passo lento e lieve.

Questo libro ci indica che il senso della poesia, e forse perfino della vita, va cercato nelle cose concrete, nell'osservazione e nella descrizione di un cane che cammina, guaisce, ulula, urina, nasce e muore ad un tratto, rimanendo vivo, in una speranza concreta come la sabbia su cui ha camminato, mutevole, ma sempre presente. Ci mostra che non c'è contrasto tra cultura e natura, tra la natura umana e quella animale. C'è un legame profondo che non va ricercato in teorie algide e astratte ma nel coraggio del cammino claudicante e tenace di un essere autentico e vero che risponde a bisogni essenziali, incarnando in sé, nel mistero della poesia, la dignità del dolore, e, a dispetto di tutto, il mistero dell'autenticità dell'amore.

Recensione
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