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Del sognato. II edizione

Poesia. Sono passati quattordici anni dalla prima edizione apparsa nel 2009 per i tipi dell’editrice La Vita Felice: questa seconda edizione è stata rivisitata e ritoccata in alcuni versi e riproposta quindi con una nuova prefazione. Sarebbe interessante un raffronto tra le due edizioni per chiedersi il motivo per cui si rivedono e si ritoccano a distanza di tanti anni alcuni versi.

È pur vero che ciò è la dimostrazione di un perfezionamento, non perché quei versi fossero imperfetti, ma perché la visuale è un poco cambiata, come peraltro è naturale che sia: in ogni modo il contenuto sembra non cambi di molto. Rimane perciò lo stile, che sostanzialmente condividiamo con la prefatrice: un ermetismo che si sviluppa in forme complesse (ma sul termine ermetismo dobbiamo intenderci) e un simbologia ricca e intrecciata chiaramente non corriva in quanto non sempre la si può codificare: ciò vuol dire che la poesia di Piazza possiede una spiccata individualità, di conseguenza metafore, segni e immagini vanno codificati secondo una dimensione personale da scoprire attraverso una rigorosa rilettura dei testi. Del resto l’autore ha ricevuto un prezioso consiglio dal padrino di Cresima: essere sempre e unicamente sé stessi — qualunque, aggiungiamo noi, sia il risultato che ne consegue.

C’è, a ben guardare, anche un distacco dalle scritture umane generalmente intese, il che vuol dire che ogni persona crea una propria identità il cui riflesso si proietta nella scrittura, nel presente caso nella poesia. Un dato da esercitare, che i poeti seguono soltanto in parte, è la contemplazione, significando con tale termine l’approfondimento della realtà, sino a trasformarlo in conoscenza. Se la perfezione viene vista negli oggetti, può rappresentare un’apparenza: si è detto che l’unica perfezione possibile risiede nel pensiero, ma una volta tradotto con qualsiasi mezzo perde questa sua perfezione astratta essendo imprendibile e mostra i punti imperfetti se davvero l’analisi scava a fondo nelle varie parvenze, cui pure l’acqua del mare appartiene.

Limiti dunque della materia, e che l’elaborazione mentale sia materia non è pienamente dimostrato, sfuggendo a una presa oggettiva, mentre la parola qui è sostanzialmente soggettiva: pur da una dimensione quasi esclusiva mens agitat molem (Virgilio) ed è il solo rapporto che collega il pensiero al mondo materiale. Semmai sono le intuizioni a costituire la bellezza dello scrivere in versi, allorquando incontriamo concetti come un giardino pervasivo che si diffonde in modo penetrante: il giardino è, in parte almeno, l’io, e la sua capacità di trasmettere i simboli in un’area spirituale sino a creare una correlazione tra l’uno e l’altro. La poesia subisce pertanto una metamorfosi, compenetra di sé gli oggetti che percepisce, nasce per una serie di eventi la cui natura è difficilmente analizzabile, e per taluni influssi, il che non vuol dire imitazione, toccano momenti lirici, per esempio “se da lei fiore emerga una parola”.

È inevitabile che i versi siano capaci di profilarsi in un non-tempo, ancorché appaiano datati, e un sentimento d’amore s’incarna in Alessia, diremmo un sotteso erotismo mai disgiunto dalla beltà del mondo ideale. Troviamo, se eventualmente vogliamo considerarlo un simbolo, la fragola, che, stando a certe interpretazioni, è indizio di buona stagione. L’attenzione al mondo sociale, quello che dobbiamo affrontare quotidianamente con le difficoltà che i rapporti creano, mostra un altro versante dell’essere: strutture che evadono, in un certo senso, dalla natura, sempre che la natura sia vista come alternativa, ma nell’uno e nell’altro caso il divario tra natura e storia appare pressoché insanabile.

Ci soccorre allora la poesia, capace di unificare taluni opposti, e in particolare questa poesia, il cui procedere tra labirinto e specchio ci introduce in una dimensione in grado di rigenerarsi, di scoprire, a ogni passo e quindi a ogni verso, luoghi e identità che il tempo offusca: è, si direbbe, una trasfigurazione “Ma poi a rasentare quel limite | con l’incanto dei libri” — si presume un probabile passaggio dal piano reale a quello della fantasia; ma sono i libri fantasia? Numerosi indizi ci dicono di no: Piazza ci insegna la totalità della parola, l’ultimo baluardo etico (non si fraintenda) che ci rimane.

Recensione
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