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La stanza alta dell’attesa tra mito e storia

Poesia. Nel percorso di un libro sono diverse le domande che un lettore si pone, che abbia o no compreso lo spirito che informa la scrittura nei vari addentellati entro cui si muove, sino a toccare punti alternativi. In questo caso si assiste alla trasformazione, se ci è lecita la parola, della memoria in poesia, anche se la Storia affiora con i suoi eventi talora drammatici.

L’autrice ha saputo realizzare un microcosmo familiare denso di implicazioni e sentimenti, e nel contempo espandere tale realtà al di fuori, fino a coinvolgere chi legge in vicende nelle quali si rispecchiano il tempo e la ragione delle cose, una volta estinti nella loro presenza storica. Però in effetti nulla di una memoria si estingue, semmai procede per strade che mostrano i diversi punti cui volta a volta approda. Una di queste metamorfosi del linguaggio che perviene alla purezza della parola è nel primo verso di Via Gabelli, dove un luogo ben circoscritto ci mostra invece la varietà e sfumature ricreate da un intuito poetico sempre vigile: “Nascondevi il virginale riserbo di eleganti dimore”.

Si sa che la parola non tutto può esprimere, ma vi sono dei casi in cui riesce a travalicare l’immagine con una emozione che ci fa compartecipi. Tutto ciò, per quanto riuscito dal lato artistico, potrebbe sembrare isolarsi in un mondo virtuale distaccato dai fatti umani, se non che ecco la coscienza civile, la percezione di quell’astro “che brilla maligno nell’Europa” — splendida intuizione del Male che ancor oggi, a tratti, si nota qua e là in tutto il pianeta. Vi sono libri che raggiungono quel che si dice un top, per la qualità dei contenuti e l’aspetto quale ‘oggetto’, quest’ultimo in genere di competenza dell’editore, certamente, ma che denota una unità di intenti tra il pensiero e la forma.

Recensione
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