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Le stanze del cielo

Comincio con il testare la fedeltà sempre espressa di Paolo Ruffilli alla narrazione, in versi naturalmente ma non solo, come nei racconti di Preparativi per la partenza, del 2003; narrazione nella quale realtà vissute e realtà nominate vengono perseguite per scoprire come di fatto non combaciano. Lo faccio partendo dall’esergo di Piccola colazione (1987) esordio poetico di fatto di Ruffilli, un esordio al quale arriva dopo diversi passaggi intermedi materializzatisi in plaquette che costituiscono, a mio avviso, una sorta di lungo laboratorio che ha stabilizzato il suo lavoro che resterà fedele proprio all’esergo di cui sopra e che recita: “Il simbolo è l’assassino della cosa” (Lacan). L’intera opera di Ruffilli si incanala seguendo questa affermazione lacaniana: le parole vogliono esistere quindi solo come nome, prendono corpo e voce, rifiutandosi di ammantarsi di simboliche ambiguità. L’abbandono della valenza simbolica a favore di quella allegorica del linguaggio poetico detterebbe immediatamente la presenza di Ruffilli tra i poeti del dopo Novecento, come appare con sempre maggiore chiarezza.

La raccolta Piccola colazione è stata definita da Pontiggia un “romanzo di formazione autoironico”, essendo decisamente iscritta nella solida tradizione antilirica italiana del Novecento. Impiantata su una intensa distribuzione metrica del senario e settenario, come d’altronde anche queste Stanze del cielo dove però è possibile cogliere una distribuzione del metro elettivo di Ruffilli anche su due linee versali consecutive, che conferiscono alla sua opera una sorta di cantabilità quasi melica, impiantata com’è anche su una eufonia interna non solo giocata sulla canonica rima qua e là rintracciabile ma su un ampio tessuto, quasi capillare di rimandi e richiami sonori che aggregano unità foniche tra loro e compattano l’intero componimento, con una brevità del verso che permette l’ampia gamma di tonalità maturate nella voce del carcerato di questa raccolta (amara, delusa, meditante e altro ancora).

Alfredo Giuliani nella prefazione a Le stanze del cielo sottolinea “pensare e immaginare” come costanti della poesia di Ruffilli. è affermazione ampiamente condivisibile. Dalle molteplici voci di La gioia e il lutto (2001) alla mutevole voce recitante di Le stanze del cielo, scrive Giuliani. O meglio, direi, dalla polifonia distinta della prima alla monofonia plurima delle Stanze.

A Ruffilli poeta interessano tutti gli aspetti della vita e in particolare quelli segnati dalla sofferenza e dal male (il male fisico e il male di vivere), altrimenti la citazione d’apertura di Mori i Po non sarebbe così calzante.

Giuliani parla nel caso di poesia civile per Ruffilli. Ma la poesia è, o deve, sempre essere civile e politica nel senso pieno e etimologico delle parole: si interessa dei cives, degli uomini, e guarda alla polis, al vivere.

C’è senza dubbio un livello primo di “racconto” in questa raccolta: la voce di carcerati e droga esclusi dal mondo, di coloro che sono spogliati “sia pure nella colpa | di ogni dignità”. Un racconto che si dispiega su una esaltante gamma di toni, in un libro che elabora “gioia” e “lutto” impastandoli con il “dolore rabbioso” e la “perdizione”. L’unità tematica, il continuo pedale metrico sospinto tra senario e settenario mi fa parlare in questo caso di una narrazione poematica, di un’opera e non di una raccolta.

Ma c’è un secondo livello possibile, allegorico e non simbolico. Ora se il Novecento è il secolo del simbolo, la nuova poesia sorta in Italia con forza dalla metà degli anni Settanta è il secolo dell’Allegoria, e quindi più Dante che Petrarca, più Caproni che l’ermetismo. Del resto, si spiega. L’uomo è drogato dall’attuale modello di vita, da questa modalità di esistere, ed è come incarcerato dal suo stesso mondo che più non riesce a tenere. Il progresso tecnologico non cammina più di passo con il progresso umano e spirituale dell’essere. La tecnologia ha lasciato troppi passi indietro l’uomo e la sua anima.

Un secondo livello, dicevo. Di allegoria. E la valenza allegorica, che soprattutto in luoghi topici di un componimento, incipit e chiusa, sembra emergere con particolare rilievo. Un solo esempio di due “stanze” di questo poema per intenderci. Si tratta di due componimenti che si susseguono e che in apertura certo sembrano essere riferibili ai due protagonisti delle Stanze del cielo ma che sfido chiunque a non far propri: “La tortura | del «se» e del «ma», | che tutto | sarebbe andato | in altro modo …” (Se) e poi ancora “I rimpianti arrivati | troppo tardi, | tutto il dimenticato | che ti avrebbe invece | qui salvato” (Troppo tardi).

In conclusione, torno alla fedeltà di Paolo Ruffilli a se stesso: nella preziosa dichiarazione di poetica, Un’indicazione di marcia in La parola ritrovata (1995), il poeta scrive: “la mia ambizione più grande sarebbe quella di non costituire il seguito o, peggio, l’epigonismo di nessuno” e fin qui c’è riuscito davvero bene. Come è riuscito ad affidarsi all’inversamente proporzionale nella sua poesia per traguardare il sublime, “non è che intenda, per carità, rinunciare alla «grandezza» delle cose. Ma trovo giusto rilevarla nella loro «piccolezza»”.

Non so se l’aggettivo “grande” possa mai essere accoppiato alla parola “poesia”, secondo alcuni abusi, ma certo la poesia di Ruffilli è vera poesia perché è riuscita a dare voce ai silenzi del mondo.

Recensione
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