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La conchiglia dell'essere

dove osa l'arte poetica

Se il compianto poeta Giorgio Cadoni nel suo Per mostre poetando (Ed. Scettro del Re, Roma, 2002) introietta nei suoi versi le immagini di certi artisti amati, simboli scarnificati, essenzializzati, trasposti in controimmagini di fine onirismo e insieme d’intelligenza interpretativa, come scrive Luisa Spaziani nella Prefazione, Patrizia Fazzi opera con un solo, amatissimo pittore, Piero della Francesca, questa specie di reinterpretazione poetica.

Misurarsi con l’artista più rappresentativo del Quattrocento, dotato di mente fervida e di mano dal dono fascinoso, per la Fazzi non è solo a motivo della contiguità del luogo di nascita, ma sicuramente per la spinta vigorosa che promana dai lavori di Piero, per la consapevolezza di inventare un cammino per il futuro.

La Fazzi, nella raccolta La conchiglia dell’essere, Le Balze, Montepulciano, 2007 (poi ristampato in edizione ampliata nel 2009 da Polistampa), subisce il richiamo del messaggio di Piero, ne è come conquistata e da poetessa di livello, intesse con alcuni dei più celebri dipinti dell’artista di Sansepolcro, una specie di colloquio-scambio: Non so usare che parole cantate | per disegnare la vita: | la penna come pennello, | gli aggettivi come colori ed è già mettersi in corsa con parole che hanno fatto proprio il limite della purezza, il pudore, voglio dire, di consentire il salto dal segno alla pronunzia, amplificando inavvertitamente l’assunzione dell’offerta di Piero della Francesca dai colori degli occhi a quelli della mente. Per questo la poesia di Patrizia Fazzi supera, in questi frammenti poematici (come acutamente intuisce Luciano Luisi nella Prefazione), lo scoglio dell’occasione e ottiene dalla suggestione dialogante dei tratti, delle fughe e dei colori la consistenza dell’armonia suprema del dettato di Piero.

Credo fortemente che fin dalle prime mosse, la Nostra ha operato la scelta di dire, senza reticenza, la propria dipendenza di fronte a tanto variatissimo almanaccare di significati e di sovrasensi, né sembra possibile, guardando “La Pala Montefeltro”, ad esempio, spostare di un millimetro l’orchestrazione di dottrina e di fantasia usate dal Maestro e dunque: Perfetto | nitido | sospeso | dalla conchiglia dell’essere | si tende | filo che scende | arcano | guscio di luce | che s’imprime sui volti che è, come dire, lavorare con i lemmi in un gioco ad incastro, tenendo sempre in piedi il battere e il levare di una musica che la Fazzi rinnova nella sua sensibilità di donna e di poeta, accanto al dramma antico e nuovo che il pittore di Sansepolcro tesse coi pennelli.

Né si pensi che nel cammino intrapreso, pur mutando la disposizione all’ascolto, la coincidenza tra pittura e poesia subisca spazi di silenzi se non per riordinare, con la disposizione al riscatto, la sintesi della narrazione verso la comprensione del destino umano:

Si sveste dalla buccia del peccato | l’umanità e riprende il suo cammino. (per “ Il battesimo di Cristo”)

Ma dove l’arte prospettica di Piero si diffonde con regole che, attraverso la moltiplicazione dei piani narrativi e figurali, saranno poi quelle della fotografia, come hanno diffusamente osservato i critici d’arte, e cioè nel dipinto La flagellazione, Patrizia Fazzi trova l’ordine ideale e verbale della propria realtà poetica, anche sofferta, poiché da spettatrice coinvolta tenta l’avventura del non-luogo, l’avventura estrema: In rosso, porpora e grigio | avanzano i saggi, | convergono, | ribaltano la scena | e si apre il cielo | la verità dell’amore | l’utopia salvata || rinasce la mente | brilla dorata sul flagellato | il braccio teso all’azzurro.

Siamo al punto genuino, poiché questo modo di fare poesia non si inventa per arbitrio, neanche se diamo per scontato il tuffo verso l’avventura di una vicenda nota, quella di Cristo che s’avvia al Calvario, che domanda un’adesione mai completamente risolta, poiché la conoscenza delle poetiche senza il più umano sentire varrebbero ben poco, anzi nulla, di fronte al mistero della Croce.

Non si tratta di giustificare i propri atti e/o sentimenti perché si sta elaborando, dietro la spinta di Piero, una sorta di strutturazione della propria esperienza di vita e d’arte verso una forma che contenga l’accettazione ma anche lo sbigottimento che va o viene, a ritroso o in progress e sposta lo spazio delle ore, in cerca del nucleo focale in cui spontaneamente si ordina il paesaggio intimo che dal presente si profila nell’orizzonte del domani.

E’ questa, a mio parere, la biografia ritrovata da Patrizia Fazzi: basta seguirla nella sequenza delle tre versioni al femminile di “Il rosso ventaglio” (per La Maddalena), “Il trapezio d’amore” (per La Madonna della Misericordia), “Il sigillo sacro” (per La Madonna del Parto) e nel ciclo di affreschi “La leggenda della Vera Croce”, in cui la compenetrazione ai temi trattati da Piero diventa argomento fuori letteratura, perché legati alla carne, infusi nel sangue, in un’ attesa che scorre trepida assieme ai globuli dei pigmenti che respirano dentro il respiro: S’innalza verso il cielo | la gran Croce | da un albero all’altro |  si proietta | verso le bianche empiree stese | svetta sui capelli…(per “L’esaltazione della Croce”)

Dove sia di preciso il ‘quid’ di tempo-spazio che Piero riesce a infondere nei suoi dipinti e che dettano questa o quella parola, questa o quella analogia, non importa: importa che sia dentro alla poesia della Fazzi come un aroma, come una luce velata, una vibrazione leggera, lieve soffio su acqua marina. Pare che il tempo si sia fermato a un’ora che impregna di sé l’intero divagare, fino al “Cuneo di luce” dove i sintagmi sovente subiscono il baleno di un aggettivo per divenire aria lucida e tersa: Le mura bianche e rosse stagliano nel cielo | la ‘polis’ aretina ed ideale tesa nel cammino | sul filo della storia che s’incrina.

La voglia di continuare a ordire citazioni insieme con la poetessa davanti a tanta scienza umanistica, di cui oggi più che mai c’è bisogno (Piero concluderà la sua esistenza come matematico collaborando con il Pacioli) è forte, perché solida e lieve è l’eleganza scorrevole delle tinte a ragionare di sistemi superiori. Ma è tempo di fermarsi.

Mi piace salutare questo bel libro di Patrizia Fazzi leggendo alcuni versi tratti da “La preghiera muta” per quella sinfonia di luce | a volti e sguardi || e il paesaggio si slarga | s’infinita |  aereo e celeste, | volo puro in cui quel vago sapore luziano, capace di residuare le cicatrici della vita e di restituirle come tratti di coscienza finissima, consuma la distanza che separa la poesia dalla pittura e diventa corpo dell’immagine.

Recensione
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