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Pass dopo pass

la poesia, il sonetto, lilia

Chiamato a parlare dei sonetti (peraltro bellissimi, lo dico subito così ci togliamo ogni dubbio) di Lilia, non posso non sottolineare e ulteriormente approfondire un concetto che già in altre occasioni ho avuto modo di esplicitare in pubblico.

Il ruolo, oggi, della POESIA. Poi, lo prometto, non ne parlerò più. FORSE.

No, ci tengo a parlare di POESIA, perché quella che un tempo era la voce di un uomo singolo e spesso solitario che raccontava le grandi imprese – l'epos – dei popoli (OMERO con le sue ILIADE e ODISSEA, ad esempio, oppure TORQUATO TASSO con la sua GERUSALEMME LIBERATA…)…

Quello che un tempo era lo strumento principe per raccontar le pene o i desideri d'amore (le liriche d'amor cortese di PETRARCA per LAURA e di DANTE per BEATRICE, LEOPARDI per la sua SILVIA…)…

Quella che un tempo era la tavolozza di parole per descrivere le bellezze della Natura (le poesie bucoliche di VIRGILIO, le MYRICAE di GIOVANNI PASCOLI, certe stupende poesie ancora di GIACOMO LEOPARDI…)…

Quello che un tempo era lo strumento musicale delle 26 lettere dell'alfabeto per mettere in musica gli affanni dell'uomo contemporaneo (ad esempio nelle ballate di FABRIZIO DE ANDRÉ, oppure in certe canzoni di LUCIO DALLA o di FRANCESCO GUCCINI …tutto ciò e molto altro ancora che cos'è diventato, oggi?

Che fine hanno fatto la POESIA D'AMORE? la POESIA SENSUALE? la POESIA SOCIALE CHE INDAGA? la POESIA CHE OSSERVA?

Oggi leggo TROPPE POESIE AUTOCONSOLATORIE…

Oggi circolano troppe poesie che sono le "TACHIPIRINE DEI DOLORI DELLA VITA", oppure il "PROZAC DELLE PERSONALI DEPRESSIONI ESISTENZIALI…"

Oggi nelle librerie vedo tanti libri di poeti chiusi su sé stessi, come se avessero paura di accendere le loro personali luci liriche per investigare con la mente e con la penna sui dolori degli altri attraverso i propri…

Ed ecco una domanda che mi sorge spontanea proprio in occasione di questa presentazione: Ma vuoi vedere che il DISORIENTAMENTO SOCIALE, CULTURALE e anche POLITICO al quale assistiamo oggi è FIGLIO e FRUTTO anche di un modo distorto di concepire la POESIA?

Da strumento che investiga la vita degli Uomini singoli per trovarvi le COORDINATE FONDAMENTALI DELL'ESISTENZA e per aiutare gli Uomini stessi a uscire dalle spire della SOLITUDINE, dai labirinti della PAURA, dagli abbracci dell'ODIO, la Poesia si è ridotta a essere l'ASPIRINA che allevia i dolori causati dalle noie personali, l'UNGUENTO che liscia le ruvidezze della propria esistenza, un VOLTAREN in versi in cui, è vero, il poeta trova consolazione, trova un po' di pace, riacquista un barlume di autocoscienza…

Ma e GLI ALTRI? Quelli ai quali normalmente e naturalmente la POESIA deve essere diretta? Quegli ALTRI a cui la POESIA deve fornire punti di riferimento, appigli nella difficile e spesso pericolosa scalata che ci impone la vita?

Perché vedete, quella del vero POETA è la missione più difficile e complessa che si possa immaginare.

Il POETA è l'ARCHEOLOGO DEI SENTIMENTI che scava fin nelle epoche paleontologiche dell'infanzia per scoprirvi i semi dell'intelligenza, dell'affetto e del sopruso.

Il POETA è il CONTADINO che ara e semina e cura e annaffia il CAMPO DELLA VITA e poi ne raccoglie i piccoli, pochi pochissimi frutti dolci e succosi che regala al primo che passa per la via.

Il POETA è colui che raccoglie in un fascio di spighe indistintamente il mondo dei ricordi, delle voci, degli sguardi, delle mani, dei cuori, degli schiaffi e delle carezze, delle urla e delle risate, dei pianti e degli abbracci che riempiono la sua vita e le vite di quelli che gli vivono attorno … e separa poi e getta via l'inutile e infestante LOGLIO per conservare solo il grano duro da farne pane dolce, caldo e fragrante.

Il POETA è lo sciamano dei sentimenti, è lo stregone che compie infinite magie, che regala istanti di saggezze a cui tutti possono avvicinarsi, se solo riescono a distinguerle nascoste tra parola e parola, tra rima e rima, tra sonetto e sonetto…

Credetemi, in pochi, oggi, sono in grado fregiarsi del titolo di "POETA", ma – e anche qui credetemi sulla fiducia – in molti, moltissimi possono imparare ad avvicinarsi all'arte profonda del "POETARE", affinando la propria "tecnica" fatta di letture, di osservazioni, di silenzi, ma soprattutto fatta di grande, immensa GENEROSITA'.

Perché un poeta che non sa GUARDARE GLI ALTRI, ma si china solo su sé stesso e sul suo piccolo e intricato privato, ha difficoltà a SINTETIZZARE il mondo, a DISTILLARNE L'ALCOOL UNIVERSALE che tutti soddisfa, che tutti impersona, che tutti UBRIACA.

E io mi sono quasi letteralmente UBRIACATO nel leggere i sonetti di Lilia.

Il SONETTO è un PICCOLO CANTO, è un SUSSURRO LIRICO che condensa il VAPORE e il SAPORE composito della VITA, potremmo definirlo un HAIKU (tre versi per complessive 17 more suddivise in 5 7 5 more) che si espande, che apre nuove stanze e diventa una STUPENDA GABBIA per entrare nella quale però bisogna saper SCEGLIERE LE IMMAGINI, SCEGLIERE LE PAROLE, SCEGLIERE LE EMOZIONI e con un gioco di magia acrobatica riuscire a farLe entrare CON FACILITA' nelle regole uguali (quasi) per tutte le forme di SONETTI.

Lilia non è nuova a cimentarsi con la magia del SONETTO. Da bambina, confessa nel suo delicato post scriptum al libro (che consiglio di leggere PRIMA di affrontare la lettura del primo sonetto), ne ha consumati a decine, a centinaia forse, di fogli, quasi tutti poi stracciati e lasciati in eredita al rimpianto.

Quanti fogli ha bruciato la POESIA DEI SONETTI di Lilia bambina.

Quante righe, poi, di Lilia ADULTA E DONNA, quante righe scritte e riscritte e scritte ancora, cancellatura sopra cancellatura, con l'ansia di non farcela, con la paura di non arrivare a inseguire in tempo l'ispirazione perché manca una parola, perché claudica una rima, perché inciampa una sillaba di troppo.

Perché, vedete, il SONETTO può sembrare il trionfo del POETA MASOCHISTA che vuol farsi del male cospargendo il sentiero della creatività con OSTACOLI sempre più stringenti: QUATTORDICI VERSI di undici sillabe divisi in DUE QUARTINE a rima alternata o incrociata e DUE TERZINE a rima varia.

La difficoltà maggiore, però, sta nel non forzare l'ispirazione, nel lasciarsi guidare dall'esperienza ma soprattutto da quell'istinto misterioso che parola dopo parola, PASS DOPO PASS, ti conduce lui a cogliere – come in un campo fiorito o – visto che parliamo della nostra LILIA, la SIGNORA DELLE ROSE – in un roseto lussureggiante – le parole giuste per concatenarle in quel rosario di petali e spine che da solo giunge al termine dell'endecasillabo, e poi della prima e della seconda quartina, e poi delle due terzine… e il sonetto eccolo lì, bell'e che pronto!

Consentitemi un'immagine forse un po' spinta che però rende bene l'idea, ma secondo me scrivere un sonetto è un po' come ALLEVARE UN FIGLIO.

Si comincia dal PIACERE INIZIALE che nasce quando senti premere nel cuore l'idea, l'immagine e il potente desiderio di dar parole al sentimento.

Ci sono poi le DIFFICOLTA' di far crescere il bambino sano, retto e buono.

Ci sono le REGOLE STRINGENTI di una società per la quale il giovane adulto è un investimento che va protetto e aiutato a crescere.

Ma c'è anche QUELL'ISTINTO MATERNO o, per supplenza nel caso manchi il primo, QUELL'ISTINTO PATERNO che ti guida non tanto a non far errori, quanto semmai a farne il meno possibile…

Infine, a coronamento del tutto, il FIGLIO prende il volo e lascia la sua casa natale, il nido che lo ha cresciuto. A quel punto il sonetto è pronto per regalare gioia e riflessioni a chi avrà la ventura di leggerlo.

Però Lilia – in questa via erta di difficoltà uguali per tutti i poeti che scrivono sonetti – ci ha aggiunto del suo. Perché i suoi sonetti sono scritti in dialetto, nella lingua cioè "che la sa de lat 'pena ciucià, che la brontola come la polenta ntel paròl, una lingua figlia del mondo contadino, che è il cuore della nostra terra e che ha prodotto un vernacolo che bècola soménze sóra el prà... Una lingua che canta l'armonia dei féni e che scampa da stó mondo de veleni.

Un dialetto, il nostro trentino, che come per magia in queste pagine sembra andare a nozze con la gabbia dorata del sonetto e mette a disposizione del poeta le sue numerose parole tronche (una dopo l'altra, nella composizione sopra accennata, troviamo le rime alternate Ciucià, Paról, Fià, Prà, Còl, Taconà…) e questo dà un ritmo strambo alla musicalità tradizionale del Sonetto.

Ma il dialetto ci mette pure lui del suo, regalandoci le note musicali di parole ormai perdute, dimenticate:

TACONAR (rattoppare), COCOMBRIA (malessere), SCARMENAR (disseminare),

SGOLAR (volare, non sgolarsi!), DESSIGUAL… che nel nostro caso non è una celebre marca di negozi di abbigliamento, bensì significa VIA VIA.

Questo recupero antico del nostro linguaggio domestico, in Lilia diventa un'operazione stilistica necessaria per accompagnare anche il recupero sentimentale di un'età ormai lontana, passata, ma pur sempre QUI, PRESENTE con le sue gioie ma soprattutto coi suoi struggimenti.

Lilia, in questi sonetti, RIPERCORRE LE TAPPE DELLA SUA ESISTENZA, in parte rivede (e questo siam capaci tutti di farlo con la nostra fanciullezza) e rivive (e questo è già più difficile, nel nostro caso diventa una vera operazione di INTROSPEZIONE LIRICA) rivive se stessa bambina, con i propri SOGNI LEGATI E INTRAPPOLATI, con i propri riferimenti MANCANTI E VENUTI A MANCARE, ma anche con le figure che l'hanno sorretta, sostenuta, tenuta viva.

UN PO' COME è SUCCESSO A QUASI TUTTI NOI, specie a coloro che – avendo oggi una certa età come chi vi sta parlando e come chi ha scritto queste liriche – hanno avuto la sventura di vivere bambini in epoche difficili per ambiente, per società, per disagi… anche per FAME!

È qui, in questa ricostruzione a posteriori degli affetti repressi di slanci TRONCHI, ma anche di affetti SDRUCCIOLI, così pieni affetti TACONADI, cioè rattoppati alla bell'e meglio ma pur sempre affetti sinceri, che emerge chiara e palpabile la LIRICA POTENTE di Lilia Slomp.

Una lirica, una poetica EMPATICA come poche (nel senso che, non appena la percepisci e la scopri sotto alla bella tappezzeria dei versi nel dolce dialetto trentino, ti penetra nel cuore, diventa TUA e illumina il TUO di passato, il TUO di mondo infantile e vi ritrovi le medesime PULSIONI, le stesse RABBIE ma anche gli stessi impeti di amore, quegli impeti e quell'amore che ti hanno comunque premesso di diventar grande, adulto/adulta, madre/padre a tua volta di bimbi/bimbe per cui devi essere faro, luce, guida, punto di riferimento. MALGRADO TUTTO. E attenzione: è questo MALGRADO TUTTO che ci salva come genitori! O come educatori! O come formatori!

Una lirica, quella di Lilia, ASSAI REALISTA, PER NULLA INDULGENTE… e forse per questo è come una MATTONELLA DI PLASTILINA, questo libro di sonetti, quella che da bimbi chiamavamo PONGO, una mattonella che arriva a ognuno di noi con colori diversi. Una mattonella che chiede di essere RISCALDATA TRA LE MANI per SCIOGLIERE I TANTI GELI DELLA NOSTRA INFANZIA e, quindi, riplasmata lungo i contorni, le forme e il disegno interiore delle nostre vite ADULTE. CHE BELLO! CHE SCOPERTA! CHE GIOIA DI DÀ QUESTA POESIA COSÌ VERA!

Leggeteli tutti, uno dopo l'altro, questi SONETTI, oppure lasciatevi guidare dalla fortuna e sceglietene a caso un grappolo: una sola lettura non basta, e pertanto dobbiamo trovare nella nostra giornata il tempo necessario che sia solo per noi, ma penetriamo una, due, tre volte nel mondo di quelle gabbiette dorate, aiutati dalla traduzione in lingua italiana per chi ha poca dimestichezza con il vernacolo trentino… e cominceremo quasi subito ad accendere i nostri ricordi sopiti da chissà quanto tempo:

I VOLTI DEI NOSTRI AMICI E DELLE NOSTRE AMICHE CHE SI SON PERSI CHISSÀ DOVE…I GIOCHI IN CORTILE… scondilever, dàrsela, moscacieca…, ALL'OMBRA DEI VECCHI ALBERI DEI CASONI…

IL MORO CHE IN ESTATE ARRIVAVA COL CARRETTINO DEI DOLCI E DEL GELATO (10 lire una pallina col cono croccante, 5 lire una pallina sul piattino portato da casa…)…

I GIOCHI NEI RUDERI DEI FORTI MILITARI POCO FUORI IL QUARTIERE…

IL CURIOSARE NELLA GRANDE LAVANDERIA COMUNITARIA I DISCORSI DELLE DONNE, I LORO CICALECCI CHE SPESSO CI FACEVANO ARROSSIRE…

I PRIMI AMORI DI NASCOSTO, QUEI TREMORI SCONOSCIUTI DI SGUARDI E CAREZZE CHE SPAVENTAVANO I PIÙ INGENUI DI NOI…

Questo non è solo un tuffo nel passato, bensì – grazie ai sonetti di Lilia – è un bagno salutare della nostra infanzia che ci aiuta oggi a riaggiustare le pieghe della nostra vita, riempie gli angoli ancora bui e ci consente di riempire a posteriori – almeno in parte – gli affetti che ci sono mancati, i sorrisi avari e i baci tirchi di chi ci era vicino.

E, OGGI, CI SENTIAMO MIGLIORI.

Grazie, Lilia!

25 novembre 2019

Recensione
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