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Prefazione a
Pagine. Sul filo sottile del tempo
di Lilia Slomp Ferrari

la Scheda del libro

Mauro Neri

Cara Lilia,

mi avevi chiesto due paginette di presentazione del tuo libro, però una disamina fredda e inanimata della tua opera mi è parsa fin da subito fuori luogo e inadeguata. Meglio allora scriverti una lettera, ché sia altrettanto intima e calda come lo sono i tuoi racconti, scritti in epoche diverse e tra di loro a volte anche lontane, e che hai raccolto oggi in questo bel libro dando così un senso unitario al tuo vagabondare intelligente tra i ricordi.

In realtà non è stato facile avvicinarmi alle tue pagine così dense di ricordi, di personaggi a te cari, di dolci malinconie e sfrenate allegrie, di odori e profumi di campi, di boschi, di funghi e di cucine, accompagnati da una bimba che talvolta racconta in prima persona e talaltra si estrania un pochino, si guarda dal di fuori descrivendo emozioni e avvenimenti in terza persona.

Ciò che mi tratteneva era il timore di dovermi confrontare con un rimpianto grondante lacrime amare, con la nostalgia della giovinezza, di ciò che si è stati, di quell'epoca in cui tutto sorrideva guardando al futuro… Devo dirti che è stata una vera sorpresa esser invece preso da te per mano per compiere io stesso un tuffo all’indietro nella tua infanzia, accorgendomi dopo pochi capoversi che in realtà stavo leggendo dei miei primi anni, dei miei nonni, dei miei genitori, dei miei “Casóni”, della mia Sloi, della mia Trento che stava allora faticosamente cercando di risalire la china della crisi post-bellica…

Come se tu mi avessi introdotto in una magica macchina del tempo, sono stato all’istante rimbalzato all’indietro fino all’epoca della mia vita bambina e mi sono ritrovato assieme a te in quell’oasi di fantasie cavalcanti per le praterie misteriose che erano i prati “al di là” di via Vittorio Veneto, nei cortili del “Vaticano” affollati di bimbi urlanti, col “Moro” che vendeva gelati a 10 lire la pallina col cono (5 lire se ti presentavi con un piattino in mano!), con le donne chine a lavare i panni sugli scivoli in pietra delle vasche d’acqua gelida, coi nostri vecchi che partivano al mattino in bicicletta per andar al lavoro lontano, su a nord di Trento, quasi all’estero, in una fabbrica che scoprimmo poi, troppo tardi, essere stata per decenni un nido aggrovigliato di veleni mortali…

Se non è automatico che un buon scrittore in prosa sappia essere anche un poeta in versi, tu, Lilia, hai dimostrato che è più facile avvenga il contrario, e cioè che un verseggiatore in liriche possiede già quegli strumenti in fondo al cuore che gli consentono di usar anche la parola in prosa per tratteggiare e dipingere la sua realtà “piccola” e personale a immagine riflessa e illuminante del mondo intero.

E così la magia cristallina della Ca’ Rossa è diventata il misterioso rifugio al riparo dai drammi della guerra, ma anche il fragile castello delle vacanze lontano dalla città, alla scoperta della dolcezza delle ciliegie e delle prime fiabe, accompagnati da quella tenerezza timida propria dei papà quando parlano a tu per tu col proprio figlioletto non ancora in età d’andar a scuola per fargli capire le prime difficoltà o le prime bellezze della vita.

Hai fatto rinascere nel mio cuore i profumi intensi e intriganti della famiglia cooperativa, un misto di spezie orientali, di dolce pane appena sfornato, di aringhe salate dall’odor pungente, di latte colme di sgombri grondanti d’olio e di liquirizia in rotolini neri con la pallina colorata al centro… Ho riscoperto, come per incanto, che anch’io ho posseduto ma solo con il desiderio quella scatola di latta esposta sullo scaffale più alto… conteneva mentine tonde, la mia, ed era verde e oro con sottili scritte eleganti: l’avrei avuta in dono da Quinto, il gestore del negozio allo Stranforio di Arco, se le mentine si fossero esaurite, cosa ahimè mai avvenuta, perché me ne tornai a casa prima del tempo…

Ecco, Lilia: il tuo è un libro magico (parola, questa, che ho giustamente già usato altre due volte in queste prime righe), perché con la grazia leggera e profonda della tua penna hai saputo risvegliare quel che dormiva in fondo ai miei ricordi.

Attenzione, però: Pagine è tutto, tranne che una raccolta di storie che indulgono al passato. Certo, quelli della mia età ritroveranno in questi racconti personaggi che col tempo sono andati a nascondersi chissà dove… lo strazzàro dei Casóni, ad esempio, i venditori urlanti delle antiche fiere di Santa Lucia, sempre bagnate dalla neve e dai profumi di mandarini dappertutto, la bellezza di una nonna – la mia si chiamava Pia – che era depositaria di saggezze gastronomiche antiche, ma anche sempre pronta a tirar fuori dal cassetto del comodino il medicamento giusto per il mal di denti, per una storta alla caviglia, per un “giavizòl” che scoppiava doloroso sulla guancia o sul braccio…

Tu, però, hai scritto queste pagine non perché gli anziani lacrimassero di tristezza, ma perché i tuoi giovani nipoti aprissero un’ideale finestra su quel che eri, per capire e conoscere meglio la nonna Lilia che è oggi! È stata, la tua, un’operazione al tempo stesso affettuosa e pedagogica, ispirata al desiderio che i giovani all’alba del terzo millennio si riapproprino non solo di quel che i loro genitori e i loro nonni hanno vissuto da piccoli, ma soprattutto degli strumenti più importanti che possono dare un senso alla loro vita oggi: l’attenzione, l’osservazione, la condivisione, l’amicizia.

Solo così le gioie, le allegrie e anche i drammi che ci passano davanti e sotto gli occhi assumono ognuno una sua centrale e fondamentale importanza: oggi noi non saremmo quel che siamo, se da bambini non ci fossimo messi in fila per i pacchi dono nell’immediato dopoguerra o per salire sul treno che ci portava in colonia al mare alla POA di Calambrone; se i nostri genitori non si fossero spezzati la schiena e rovinati la salute per offrire a noi figli una seppur piccola possibilità di riscatto; se non fossimo stati accompagnati da molti amici coetanei, ognuno coi suoi problemi, col suo carattere, tutti con il loro futuro già scritto negli occhi…

In fondo il tuo è uno stupendo libro di educazione personale e di emancipazione sociale, che parla con toni accorati, e a volte anche duri, della rinascita di un’intera generazione che era uscita debole e fiacca da un ventennio di atmosfere plumbee, da un quinquennio di guerra allucinante, da una povertà inattesa e proprio per questo ancora più pesante da sopportare.

E poi è anche un libro di profumi: di quelli dolci del negozio di alimentari ho già parlato, ma ci sono anche i profumi deliziosi dello sciroppo di tarassaco, dei brasati che gorgogliavano lenti sul fornello a legna, delle castagne cotte sul fuoco, quello della marmellata di petali di rosa canina e quello dolceamaro delle more mature…

È un libro che ricama con gioia alcuni straordinari patchwork di fiabe scoperte mistero dopo mistero e dai colori giustapposti e intrecciati, che poi finivano per nobilitare anno dopo anno il nostro lettino e i nostri sogni.

È un libro che ci conduce a scoprire quel che può succedere quando il senso del presentimento, delle rimembranze e del destino si mette a girare in circolo, in attesa che qualcuno, un bimbo, una ragazza o un vecchio alzi il coperchietto di legno lucido per far sbucare la minuscola danzatrice col tutù bianco che sfarfalla leggera in tondo al suono sempre uguale del carillon.

E, permettimi, i tuoi racconti, scritti in tutti questi anni, sono gli ottoni di un’orchestra che suona un inno all’immortalità dei sentimenti, se è vero – e io sento quanto sia vero – che il tuo astuccio rosso della prima Commerciale, “il più bello e più costoso della scuola”, regalo di un papà incurante per una volta del costo spropositato e orgoglioso della sua bimba, è di certo il dono più bello che tu abbia mai ricevuto. Io mi sono commosso per te e con te, pensando a quel che un giorno mi dicesti nel tuo meraviglioso “giardino delle rose”: «Ma sai che quando sento il profumo di quel particolare tipo di rosa che sboccia in piena estate e vedo una farfalla che vola di fiore in fiore, quasi volesse annusarli e assaggiarli tutti per scegliere poi il più bello, mi par di avvertire proprio lui il mio papà dietro di me, in piedi alle mie spalle per non farsi vedere, che mi guarda con occhi gonfi di tenerezza e che mi ripete sottovoce Devo nar via per lassar posto ai zóveni, Lilia, ma te racomando el mé ortesèl…».

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