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Racconti e memorie di isole e mari

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10 maggio 2017

Mare.

La calma piatta; oscuro presagio. I grigi marosi in tempesta. L’infida immensità delle acque. Il passato presente futuro come delle pieghe del nostro animo; mare agitato.

Acqua come ignoto . Il richiamo all’acqua come madre creatrice quando nella sua dualità ritroviamo l’impetuosa forza distruttrice.

Un viaggio interiore. Il viaggio nel tempo e nell’intimo di un immenso autore che mai delude il lettore. Un artista a tuttotondo che che sa bene, o forse non sa, come ogni autore, dove conduca lo spazio siderale e infinito della scrittura, dell’arte e della musica…

Il comune denominatore della raccolta è “seguire”.

Seguire la propria strada; il proprio amore su un infido promontorio piuttosto che l’ultima onda. Seguire il proprio destino quando, inaspettatamente, dallo spazio tempo, ci è tesa una mano. Seguire un’idea piuttosto che il canto delle sirene. Seguire le orme sulla sabbia, condizione di vita mai raggiunta, o il volo di un gabbiano, l’idea di evadere e realizzare i propri sogni.

Amore acerbo che, presto, si trasforma in sofferenza e distacco. Perdersi tra le spire della passione intanto che, sappiamo dovervi già rinunciare; forse per sempre. Forse…

Seguire una bruciante passione che, in silenzio, è consumata in una sola notte. Seguire le sue orme sulla spiaggia e poi sino al mare. Orme, svanite lì da dove erano arrivate, mentre conducono con esse il sapore dolce-amaro di una amore mancato e, nello stesso tempo, arso in pochi istanti.

Seguire la propria vita, la propria libertà, attraverso le pagine di una leggenda quando, troppo stretta, la stessa esistenza ci spinge ad attraversare il mare. Lasciare la nostra vita fatta di apatia e abbracciare il sogno.

Seguire, senza mai raggiungere la propria felicità. Come se, la distruzione, nell’autodistruzione, fosse lo status ideale della nostra esistenza. Distruggere, assaporando sino in fondo, la propria malinconia quando gli spumosi e infidi marosi sferzano impietosamente il nostro animo.

Con attenta “manualità”, degna del miglior “sarto”, Alessandro Pierfederici descrive, racconto dopo racconto, quelle che, in un modo o nell’altro, hanno fatto parte delle nostre vite.

Vite inghiottite da nebbie e grigi marosi. Vite arse dal sale, ma anche temprate dal sole. E così, seguendo il canto delle sirene, come il vecchio Sebastiano, e il volto arso dal vissuto, affrontiamo il mare. A volte con coraggio; a volte, semplicemente perché è inevitabile. Sino in fondo...

Chi può dire, almeno una volta nella vita, di non essere risorto dalle ceneri e aver ripreso fiducioso il mare?

Chi può dire di non essersi consumato su una triste isola e non aver desiderato le ali di un gabbiano?

Recensione
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