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Incontri con Alessandro Parronchi

Il tramite del mio primo incontro con Alessandro Parronchi non fu la sua poesia o il noto studio  Studi sulla dolce prospettiva, ma Nerval de Le Chimere. Avevo letto le opere di Nerval in originale nel periodo del mio soggiorno lavorativo nel Lussemburgo, e ne fui fortemente colpito. Tentai anche qualche abbozzo di traduzione, ma la difficoltà dei testi e la non profonda conoscenza dell’uomo e dell’opera e l’ignoranza di ogni apparato critico mi convinsero a rimandare a momenti più propizi quel lavoro che, in ogni caso, mi sollecitava enormemente. Rientrato in Italia mi capitò fra le mani, a Firenze, su una bancarella di libri usati Le Chimere tradotte in italiano da Alessandro Parronchi, e pubblicate nel 1946. Fu come se un velo mi cadese dagli occhi, e da quel momento il mio studio su Nerval ebbe un impulso che non si sarebbe più arrestato.

Il tramite del mio secondo incontro con Parronchi fu il pittore Enzo Faraoni. A quel tempo stavo facendo delle ricerche su alcuni episodi di lotta partigiana che avevano coinvolto il mio paese. Faraoni, nella notte del 10 giugno 1944 partecipò, insieme ad altri compagni, all’azione che portò allo scoppiò di 11 vagoni carichi di tritolo e torpedini, che stazionavano sul binario morto nei pressi della stazione di Carmignano (Prato). Quattro dei suoi compagni rimasero uccisi dallo scoppio, un paio feriti, e lo stesso Faraoni fu portato a Firenze in casa di Rosai in una cassa da morto per sfuggire ai blocchi tedeschi.

Non parlava molto volentieri di quel periodo, che suscitava in lui reminiscenze anche penose, ma siccome è un grande affabulatore, coglieva spesso l’occasione per divagare in ricordi legati al suo mondo di artista. Venni così a conoscenza di episodi e aneddoti di artisti, poeti e scrittori fiorentini, come Luzi, Bigongiari, Betocchi (che conoscevo già), Venturino Venturi, Dante Giampieri, ecc. Parronchi non lo avevo ancora letto. Il modo in cui ne parlava Faraoni mi spinse a leggere alcuni suoi libri come I giorni sensibili, che riuscii a reperire su una bancarella e Per strade di bosco e città, che riuscii a scovare in una libreria di via Martelli sempre su suggerimento, mi pare, di Faraoni. Si trattava comunque di personaggi a me noti in qualche modo e pertanto fu una sorpresa quando fece il nome di Umberto Bellintani. Non era un poeta toscano ma emiliano, e il suo nome mi era del tutto sconosciuto, anche se il suo primo libro di versi Forse un viso tra mille era stato pubblicato da Vallecchi. Faraoni me ne parlò con entusiasmo e volle anche regalarmene una copia.

Tornerò anche su Bellintani e sul rapporto che ci ha legato per molti anni fino alla sua scomparsa. Ora il suo nome mi serve per chiudere il cerchio e per parlare finalmente del mio primo incontro fisico con Parronchi, perché fu grazie a Bellintani che nella primavera del 1992 lo incontrai.

Era da tempo che Umberto progettava un viaggio a Firenze, e finalmente in quella primavera del 1992 riuscì ad effettuarlo. Ci demmo appuntamento di prima mattina sulla banchina della stazione centrale Santa Maria Novella a Firenze. Per riconoscersi mi spiegò come era vestito e che avrebbe portato una specie di tascapane militare a tracolla. Sulla banchina notai un signore anziano vestito sportivamente ma in modo elegante, il cui volto mi pareva di aver già visto da qualche parte. Chissà perché mi venne in mente che potesse essere Parronchi, anche perché tramite Faraoni sapevo dell’amicizia che lo legava a Bellintani.

 

1 dicembre 2004, Firenze, Saloncino del Teatro La Pergola
da sx: Nara Parronchi, Alessandro Parronchi e Leonardo Domenici (Sindaco di Firenze)

Mi par di ricordare che il treno fosse in leggero ritardo. Guardai più volte l’orologio, poi il signore e lui guardò me e all’improvviso mi rivolse la parola: “Sto aspettando un amico, ma non è detto che venga, lui è imprevedibile”. A quel punto ebbi quasi la certezza che quel signore fosse Parronchi. “Anch’io sto aspettando un amico” risposi, “ma è la prima volta che lo incontro, e non so se saprò riconoscerlo, ho visto una volta una sua foto su un giornale”. Mi riferivo all’intervista che gli avevo fatto tempo prima per il suo settantesimo compleanno.

Parronchi ebbe una breve risata: “L’amico si chiama Umberto?”. “Si”. “Beh aspettiamo entrambi la stessa persona”. Ci salutammo e così venni anche a sapere che Parronchi era stato informato da Bellintani che ad attenderlo ci sarebbe stato “un altro giovane amico fiorentino”. Ci scambiammo solo alcune frasi perché intanto il treno era arrivato. Riconobbi subito Bellintani quando scese dal treno, ma prima che avesse messo piede a terra Parronchi gli era andato velocemente incontro gridando “Ehei Umberto”, e l’altro “Ciao Sandro”. Si abbracciarono con intensità visibilmente commossi. Rimasi un passo indietro per non disturbare, ma sentii Parronchi che diceva “C’è anche quel tuo amico, il Nesti”. Ci stringemmo la mano e poi ci abbracciammo. “Sai” disse Bellintani, rivolto a Parronchi “questo è un rompicoglioni, volle farmi un’intervista per i settant’anni, mi pungola in continuazione perché pubblichi le poesie, stampa anche una rivista, lo sapevi?”. Parronchi rispose che aveva visto qualche numero della mia rivista e la trovava interessante. Avevo licenziato in quei giorni il numero 10/11 Autunno-Inverno 1991-92 di “Pietraserena” che conteneva una “rilettura” di Leonardo Mancino a Canzonetta urbinate di Alessandro Parronchi. Glielo dissi. Mi parve sorpreso e interessato. Mi chiese di fargliene avere una copia. Mi feci coraggio e gli dissi che mi avrebbe fatto piacere pubblicare anche alcune sue poesie. “Si, si può fare” rispose. Non tornammo più sull’argomento. Ma una settimana più tardi ricevetti alcuni testi intitolati “Senil 2” con una nota nella quale mi raccomandava di non alterare l’ordine di successione e di salutare Leonardo Mancino, col quale avrebbe voluto incontrarsi. “Senil 2” uscì nel numero successivo di “Piertraserena”, il 12/13 Primavera-Estate 1992.

In un primo momento la visita di Bellintani contemplava anche una puntata a Pistoia, alla casa di Marino Marini dove avrei dovuto condurlo io con la macchina. Dopo avrebbe proseguito per Viareggio per incontrare il pittore Marcucci. Ma all’ultimo momento mi comunicò che si sarebbe trattenuto a Firenze solo poche ore, perché Marcucci era deceduto proprio in quei giorni, e anche la puntata a Pistoia non era più tanto importante. Poiché lavoravo, allora mi riservai libero soltanto il mattino.Me ne pentii amaramente perché persi la visita a Venturino Venturi che Parronchi aveva già fissato per il pomeriggio.

Era maggio, l’aria tiepida, a tratti faceva quasi caldo. Mentre camminavamo per il centro della città, Bellintani nel mezzo, io e Parronchi ai lati, ridendo e scherzando, ebbi la precisa impressione che la persona anziana ero io e loro due ragazzi felici di aver marinato la scuola.

Ma le ore della mattinata trascorrevano veloci e alla fine ci restò solo il tempo di una visita alle cappelle medicee in piazza S.Lorenzo. Avevo visitato alcuni anni prima le cappelle, ma solo quel giorno il marmo delle tombe michelangiolesche prese vita per me. Le parole con le quali Parronchi illustrava la figura di Lorenzo de’ Medici seduto in una specie di nicchia e, in basso, coricate sul marmo dell’avello, l’Aurora e il Tramonto, conferivano al marmo stesso una luce, una morbidezza e quasi un movimento che sembrava vederle vivere. Ero come ammaliato. Me ne stavo muto, ad ascoltare, quasi rapito in estasi, mentre Bellintani da esperto d’arte quale anche lui era, faceva ogni tanto qualche osservazione. A un tratto si accorsero del mio silenzio. Mi guardarono, come se volessero sollecitarmi a dire qualcosa, ma io ero talmente commosso e compreso dal momento che non raccolsi l’invito. Sto ancora chiedendomi perché.


Alessandro Parronchi
Senil (2)

Umberto*

Amano i privilegi
ciò che li rende superiori agli altri,
cercano cibi prelibati, vini
succosi, e questo chiamano
amore della vita.

Ma tu solo
hai saputo cos’è la vita, tu
hai cantato il tuo amore a questi oggetti
che ci hanno accompagnato come l’ombra.
Lascia allora che ripeta la tua
immensa gratitudine,
immenso amore di persona viva,
tu povero il più ricco, che dicevi:
Vecchio manubrio io non ti vedrò più…

Notizie di vecchi

– Che notizie hai di Fredi? – Molto brutte.
Proprio mezz’ora fa telefona un amico:
Sai che Fredi sta male? Ha avuto un ictus.
– Non ha avuto un infarto? – Quello prima.
Ed ora ha avuto un ictus. Lo han portato
paralizzato a casa.
– Tu dove vai? – Sto andando dal dottore.
Ho qui male a una spalla. – Ma ti curi?
– Iniezioni, massaggi e anche forni.
E tu? – Vado a teatro a vedere Nureyev.
– Quanti anni avrà? – Ma balla sempre bene
con leggerezza. E’ magro, agile ancora.
Ballassimo anche noi coi suoi tanti anni!
– Balleremo: la danza degli spettri.

Gatti

Quando una volta libero dai lacci
d’un’esistenza troppo a lungo spintasi
queste ossa liberando in volo eterno
io ritrovi la pace, come vivere
un mondo senza quelle meraviglie
che a quando a quando allietarono in vita?
Così sedendo assorti nel respiro
scambievole di un universo amico
che sorpresa sentirsi accanto il pelo,
le fusa di uno, o tanti che ci amarono,
gatti, cari compagni avvicendatisi!
Non i soli, ma i più discreti, i soli
a salvare fresche oasi di silenzio
e di concentrazione.

Inizio di sordità

Mi alzo di notte e vago per la casa.
Non so che tempo fa. Nella penombra
notturna, non un biancheggiar di cielo
si scorge che prometta alba vicina.
Ma alle mie orecchie ininterrottamente
piove. Questa è la mia musica: un’eco
della musica delle sfere udita
all’alba della vita.

So che la luce

So che la luce che corrode il volto
della luna non è la vera luce
ma il riflesso che il lancinante specchio
del sole manda a noi, nel nostro enigma.
E la luce più vera che la schiera
rade degli angeli in opposto batte
su noi, sul nostro abisso, e risospinge
oltre le nostre immagini rifratte.
Ma tu sei pace in noi, nei nostri sensi,
nell’universo giro
dove queste due luci si confondono
nell’unica, la vera,
se quando intorno guardo
dal mio tardo trascorrere nel tempo
e non vedo che minuti frammenti
d’una sola realtà
e mi dispero e temo
forse in un aldilà di non trovarti
intatta, fai che sia
fai che diventi unica ferma luce
il tuo volto alto nell’atmosfera
di nubi che scolorano, Maria.

*Umberto Bellintani. Anche se non ne ho la certezza, è molto probabile che questa poesia sia stata scritta in seguito alla visita di Bellintani a Firenze di cui parlo più sopra.


Nota biografica
su Alessandro Parronchi

Il 6 Gennaio 2007 muore nella sua casa fiorentina Alessandro Parronchi. Aveva da poco compiuto 92 anni, essendo nato a Firenze il 26 Dicembre 1914. I funerali si sono svolti l’8 gennaio scorso nella Basilica della Santissima Annunziata alla presenza delle maggiori autorità politiche e culturali e il Gonfalone della città.

“Con Parronchi scompare una delle voci più alte e limpide che hanno segnato la poesia del travagliato secolo appena trascorso” scrive Renzo Cassigoli su “L’Unità” del 7 gennaio scorso. “Sandro Parronchi, con Mario Luzi e Piero Bigongiari apparteneva a quella che Carlo Bo ha definito la “triade” dell’Ermetismo fiorentino, la grande stagione che segnò la cultura italiana ed europea del primo Novecento. Fu Francesco Flora a coniare, in senso negativo, per Ungaretti, la definizione di “ermetico” da cui prese il via quello che Carlo Bo ha considerato “il più grande movimento letterario dopo il Futurismo”.Per Parronchi e per i poeti della sua generazione l’Ermetismo fu la possibilità di aprire una finestra su un’Europa che già si esprimeva con la forza di grandi movimenti culturali”.

Figlio di notaio rimane orfano all’età di quindici anni. Compiuti gli studi classici si laurea in storia dell’arte nel 1938. Studioso di Michelangelo e Donatello, sono famose alcune sue “attribuzioni” come il “Fanciullo Arciere”, individuato nell’istituto culturale dell’Ambasciata francese a New York.Riconosciuto del giovane Buonarroti a fine anni ’90, Parronchi lo aveva assegnato all’artista nel ’68 vedendo una foto. Docente all’Istituto d’Arte di Firenze, all’Accademia delle Belle Arti di Bologna e all’Università di Urbino e ordinario di Storia dell’Arte Medievale e Moderna a Firenze. E’ autore di molti volumi di critica d’arte e monografie artistiche.

Inizia giovanissimo l’attività letteraria collaborando a giornali e riviste in una Firenze protagonista del dibattito culturale nazionale ed europeo: “Frontespizio”, “Campo di Marte”, “Letteratura”, “Il Bargello”, “Corrente”. Annoverato nella corrente dell’ermetismo fiorentino insieme a Mario Luzi, Piero Bigongiari, Carlo Betocchi, Luigi Fallacara, Carlo Bo, Franco Fortini, Oreste Macrì.

Opere di poesia: I giorni sensibili (1941); I visi (1943); Un’attesa (1949, 1962); L’incertezza amorosa (1952, 1992); Per strade di bosco e città (1954,1994); La noia della natura (1958); poi inseriti nel Coraggio di vivere (1961); Pietà dell’atmosfera (1960,1970); Umori con 10 disegni di Silvio Loffredo (1978); Replay (1980); Climax (1990); Quel che resta del giorno (2001). Nel 2001 ottiene il Premio Campana per l’opera omnia in due volumi Le Poesie.

Molti i volumi di critica d’arte e le monografie artistiche fra cui: Studi sulla dolce prospettiva (1964); Michelangelo scultore (1969); Lorenzo e dintorni (1992); Ut pictura (1997); Il più vero ritratto di Dante. Profili e studi su opere del Rinascimento (1965,1998). Ha scritto anche monografie su artisti del Novecento come Marcucci, Rosai, Soffici, Venturino Venturi, Viani, Faraoni ecc.

Immenso l’archivio che raccoglie migliaia di documenti e lettere autografe dei maggiori artisti, poeti e scrittori del Novecento: Umberto Bellintani, Romano Bilenchi, Giorgio Caproni, Carlo Cassola, Gianfranco Contini, Antonio Delfini, Carlo Emilio Gadda, Mario Luzi, Curzio Malaparte, Mario Marcucci, Giorgio Morandi (vedi il volume pubblicato nel 2000 72 missive di Giorgio Morandi ad Alessandro Parronchi), Vasco Pratolini (vedi il volume pubblicato nel 1992 Lettere a Sandro), Domenico Rea, Vittorio Sereni, Leone Traverso, Timpanaro padre e figlio, Mario Tobino, Venturino Venturi, Rolando Viani, Elio Vittorini, Cesare Zavattini. E poi Giuseppe Ungaretti (un rapporto fra discepolo e maestro, come precisava Parronchi), il cui filo conduttore era rappresentato dalla traduzione de L’après-midi d’un faune di Mallarmé (1945), uno dei testi più ostici della poesia francese. Tornerà ancora su Mallarmé con Il Monologo, L’Improvviso e il Pomeriggio di un fauno (1951). Non vanno dimenticate le traduzioni de Le Chimere di Gérard de Nerval, (1946), punto di riferimento importante per i successivi traduttori italiani di questo poeta francese; Una stagione all’inferno di Arthur Rimbaud (1948), Il Centauro e altri poemi di Guérin (1951), Britannico di Racine (1960).


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