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Prefazione a
Donne in fuga
di Roberta Degl'Innocenti

la Scheda del libro

Enrico Nistri

Scrittrice in fuga

Ognuno di noi, anche l’uomo o la donna all’apparenza più trasparenti, conserva le sue zone d’ombra, conosce i suoi angoli oscuri, difende i suoi orti conclusi dove si affaccia di rado la luce del sole. Roberta Degl’Innocenti, per come la conoscono coloro che le sono vicini, è una personalità solare, nella famiglia come nel lavoro, che colpisce l’interlocutore per la sua disponibilità umana, per il suo ottimismo vitale e positivo sino a sfiorare una simpatica ingenuità. Eppure nemmeno lei costituisce un’eccezione a questa regola. Solo che, a differenza della maggior parte di noi, obbedisce a una saggia norma di igiene mentale che ha garantito la sopravvivenza e in certi casi ha consolidato la grandezza di molti artisti e scrittori: proietta sulla pagina bianca i propri fantasmi, annaffia con l’inchiostro di un calamaio (o, più realisticamente, della cartuccia di una stampante) il giardino segreto delle tendenze autodistruttive, dei sogni visionari, delle pulsioni di fuga che sedimentano, più o meno consapevoli, nel fondo di ciascuno di noi. E li coltiva finché questi fantasmi non diventano storie, e le storie non divengono un libro. Come questo Donne in fuga, singolare raccolta di racconti al femminile che documenta la maturazione di una personalissima vena narrativa già emersa con promettenti risultati nelle raccolte Il venditore di palloncini e altre storie e L’azalea.

Ma da che cosa scappano Fiore ed Esterina e Anita e Lucetta e Valli e Camilla, le umbratili ma tutt’altro che evanescenti protagoniste dei racconti che compongono questo volume? Alcune fuggono, almeno all’apparenza, dai peggiori mali del mondo: la menomazione fisica (Camilla), la moderna tratta delle bianche (Valli), il disagio psichico (Esterina), la morsa dell’anoressia (Anita). Altre, sempre all’apparenza, fuggono non da qualcosa, ma per qualcosa: si tratti di un sogno d’amore di mezza estate, esploso sotto le stelle cadenti del X agosto, come quello della maestra Lucetta, o dell’onirica evasione ferroviaria della donna-fiore con l’uomo-aquilone, la più suscettibile delle più diverse interpretazioni. Ma tutte, a pensarci bene, fuggono da e per se stesse, senza rivendicazioni femministe, ma per un istintivo, pre-ideologico desiderio di libertà, che fa tutt’uno con la ricchezza cromatica dei paesaggi, con la spontaneità dei dialoghi, con la trasognata naturalezza delle descrizioni.

Non vi sarebbe, del resto, niente di più sbagliato che proporre una lettura in chiave ideologica o psichiatrica di queste figure di donna, non perché l’autrice non abbia delle idee proprie o non proietti con efficacia sulla pagina le turbe, anche psichiche, da cui sono afflitti i personaggi di più d’uno dei racconti, ma perché un’interpretazione di questo genere sacrificherebbe quelli che sono i veri meriti dell’opera. Roberta, infatti, non costruisce storie a tesi, non realizza edifici narrativi poggiati su fondamenta precostituite, ma sviluppa dei sogni; tanto che a volte i suoi stessi miraggi sembrano averle abbiano preso, felicemente, la mano.

Questo abbandono non esclude però la capacità di un attento autocontrollo. Con una sapienza tecnica che ricorda certo realismo magico alla Massimo Bontempelli, l’autrice propone storie che fino all’ultimo si conservano verosimili: persino quella del folle volo di Fiore, che potrebbe essere la descrizione di un suicidio di coppia, ma anche l’allegoria di un viaggio mai avvenuto se non nella fantasia, la proiezione di un sogno. Un’attenta analisi testuale conferma del resto che la Degl’Innocenti, pur non essendo una scrittrice di professione, dispone di una tecnica ormai consolidata, che sul piano stilistico si esprime nell’incalzante concatenazione dei capoversi e dei periodi, brevi ma non frammentati; nell’efficacia sintetica di molte espressioni, tributarie di un linguaggio poetico che è il più familiare all’autrice, ma aliene da sbavature sentimentalistiche; nella capacità di entrare nel vivo della narrazione sin dalle prime righe di ogni racconto e di riassumerne il significato nelle ultime battute, come nel verso finale di un sonetto. Se molto in Donne in fuga è lasciato alla fantasia, poco o nulla è abbandonato al caso: nemmeno i nomi delle protagoniste, da Esterina (”che strano nome, una via di mezzo fra il pretenzioso Ester e l’anonimo Rina, una via di mezzo come una vita sospesa fra due sponde”) a Lucetta (“per i miei ero la luce che sbadiglia l’alba, solo che avevano troppo sonno per aspettare, e così mi hanno chiamata Lucetta”). Certi incipit, come quello di “Una lucciola venuta da est” (Valli è una lucciola, però se ti provi ad alzare il bicchiere lei rimane ferma, inerte”) sono da manuale. Così come è da manuale la capacità di alludere con parole pudicamente semplici, ma non evasive, a realtà scabrose, si tratti dei poveri rapporti mercenari della “lucciola” Valli, dell’impellente ma non morboso desiderio della chiacchierata maestra Lucetta di baciare in classe il suo innamorato (“Le labbra di Marco sono bagnate e Lucetta vorrebbe semplicemente berle, prima di cominciare la lezione”) o del suo primo rapporto con lui nella notte di San Lorenzo (“Il corpo di Marco sopra di lei ha coperto le stelle, quella grande è scomparsa dal cielo”).

Non è un merito da poco: come le poco facilmente dimenticabili figure di donne cui è intitolato questo suo libro, anche Roberta degl’Innocenti è una scrittrice in fuga. In primo luogo dalla gratuita volgarità che affligge tanta narrativa dei nostri giorni.

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