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Il fine del mondo

l fine del mondo di Giancarlo Micheli è un trattato in prosa narrativa di futurologia politica transnazionale o un romanzo oracolare sulla fine dei tempi? È uno scritto teleologico sul destino della civiltà umana o uno spaccato apocalittico del presente storico illuminato dalla Realpolitik? Quel che è certo, è che dinanzi all’ultimo romanzo di Micheli il momento politico, l’attesa messianica, la civiltà dell’uomo, l’apocalisse come disastro, l’amore umano, la guerra globale e la storia edificano un lessico critico, non un vacuo corredo terminologico. Soprattutto però è un lessico topico e anzi un esemplare tesoretto concettuale generato da una radicale visione del mondo. Radicale, incarnato cioè di pensiero alla radice. Il fine del mondo è eco dunque di una visione della realtà. Sono parole che richiamano, queste dell’enigmatico titolo, l’indicazione teleologica del mondo-storia, l’orizzonte del mondo-realtà.

Assertivo, il titolo però già introduce, anzi impone una micidiale crux: di quale mondo si narra il fine?

Chi è lettore di romanzi sa per convenzione che la narrazione è addizionale, non sottrattiva, com’è nel dominio della letteratura avanguardistico-sperimentale. Narrare è quindi più sommare e meno sottrarre.

Perché narrare è raccontare un racconto per gemmazione, per rivelazione, non per progressivo velamento: non si narra per occultare. Profeti e antesignani di tale arte sono gli scrittori dei realismi letterarî, dei naturalismi e dei verismi, sono le scritture della realtà, mentre dell’arte contraria, la velante, cose bibliche come Daniele o l’Apocalisse di Giovanni di Patmos.

Chi legge Il fine del mondo di Micheli, oltre all’intraducibilità perifrastica del titolo inscritta nell’assertività implicita allo stesso, fa un’esperienza narratologica forse inedita, poiché la narrazione non sembra raccontare, almeno nella fase incipitaria, la totalità del raccontabile. Sagace e misteriosamente calcolatore, il narratore dice il dicibile, non di più. La sua esitazione però non è casuale, è una tattica retorica: è uno stile narratologico.

Ciò è rivelato per così dire dall’allure: nella sua titanica onniscienza, il narratore sa per progetto che il realismo della pagina è anche un luogo di potenziale controllo, di vigilanza sulla dicibilità. Vi è dunque da fare i conti con una narrazione mendace od omertosa che per di più intende del mondo rivelare non un fine ma addirittura il fine?

Sa per progetto il narratore, sa dunque con sciente consapevolezza.

Isoliamo un tassello narrativo: “Sporgendosi con apprensione dal parapetto della terrazza i due uomini, sulla cui identità il lettore avrà ormai cominiciato a porsi domande risolutive...”. È solo la prima tessera testuale chiamata a isolare un exemplum di auto-consapevole e volontaria non-dicibilità.

L’interpellazione del lettore, nell’irrelata luce dell’allure prosastica non è solo un’autenticante spia dell’auto-consapevolezza nel narratore, è già qualcosa di più. La teleologia del mondano, che è l’intenzione prima di Micheli, non potrà riservare al lettore un conte métaphysique né introdurre a uno spaccato idealistico, poiché la finalità del romanzo, che pure prova a esprimere un auctor ludens, non è per nulla avulsa dall’analisi sullo status quo globale, cioè esprime il desiderio di stare entro il cerchio di una terrestrità assoluta.

Rivelare, velare, develare è anch’esso lessico topico del narratore, anche però del mondo ‒ tra l’apocalittico rivelato e il post-apocalittico come scenario di radicale estinzione dell’umano ‒, un mondo, sia detto non incidentalmente, figurato in croce tra le pagine più accanitamente engagé nel romanzo. Anzi, il mondo in catastrofe sembrerebbe persino qualificarsi, nella sua squalificante desiderabilità, come un mondo atopico, qualcosa che fa de Il fine del mondo un’opera contigua, ed anzi diremo idealmente il capitolo iniziale di un capolavoro in due parti, la cui seconda è quella cosa meravigliosa che continua a essere La strada di Cormac McCarthy. Atopia però non intesa, da non intendere come sinonimo di altro mondo, non come mondo paratopico proprio alle letterature della surrealtà, ma un mondo smarrito, relitto senza più neanche se stesso: in ogni caso, questo nostro perduto mondo.

Personaggi, eventi e realtà de Il fine del mondo si inscrivono dunque in un orizzonte oracolare, poiché oggetto di un oracolo che ritrae la scena del mondo, la scolpisce in una dimensione che indurrebbe a pensare al romanzo, tra i più incauti azzardi esegetico-interpretativi, più che altro come un objet étranger, di identità allegorica più che letterale, sebbene la scena romanzesca presupponga l’esistenza, esprima ed esponga la consistenza di una denudata realtà.

Il romanzesco ne Il fine del mondo parla, non può che parlare una lingua messianica. Il lettore subisce la tirannia meditante di un narratore la cui unica prerogativa è de-costruire una narrazione di attesa cui è affidata, a rincaro, una prospettiva allegorica. “Chi sono io?”, “Io sono colui che sarà”. Nella chiusa del Prologo, la promessa non è la quaestio soltanto messianica di due personaggi cristici (Mark e Sophie), è qualcosa di più e di più complesso, almeno quanto lo è il romanzo. È la domanda che l’opera rivolge a se stessa rivelando insieme la propria identità escatologica, un’identità di attesa contenuta in un linguaggio allegorico, l’auto-analitica domanda che il mondo pone al proprio sé nella ricerca del fine.

Meglio ancora, con Il fine del mondo si è dinanzi a un’allegoresi contemporanea le cui tracce non riguardano soltanto la piccola vita dell’uomo, o meglio essa è riguardata se però è anche possibile pensarla nel quadro della grande vita del mondo. In ogni caso, Il fine del mondo non è un figlio del cielo, non vive entro il quadro ascensionale di un metafisico itinerarium mentis in Deum di memoria bonaventuriana, non è un romanzo albale, è invece un figlio della terra perché è una contro-palingenesi, un romanzo di caduta e un romanzo di fine, un romanzo di tramonto in attesa dell’aurora.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, un cinese di nome Wu, è incalzato da un generale di stato maggiore perché si “rifiuta di prendere i provvedimenti necessari” ormai considerati, nella loro enigmaticità, improrogabili. La grande vita del mondo non si fa altro che la piccola vita dell’uomo, se tale metamorfosi o cupo riflesso significa che una breccia di senso, all’improvviso apertasi nel romanzo, chiede al lettore di capire cos’è la mostra di Ritsos Katellenes al MoMA di New York. Da dove viene l’arte di Katellenes, la cui oscenità è un atto politico, da dove viene un’idea di body art per un vernissage in cui il corpo umano esposto è corpo dilaniato dalla guerra? Questa di Katellenes è una livinghiana arte di protesta, una denuncia del militarismo americano. La grande vita violenta del mondo (da cui Wu è però, almeno all’inizio, avulso) contro la piccola vita perduta dell’uomo, contro tutti i predestinati insalvabili della storia: noi.

L’allegoresi contemporanea de Il fine del mondo  apre dunque a una teleologia dilemmatica. Il mondo in guerra o il mondo in pace, il conflitto tra gli Stati Uniti di Wu e la Cina di Wei oppure, immaginata la via del disarmo, la rinuncia a scatenare la Terza guerra mondiale. Ma la ratio dominante del proposito bellico, vero Leviatano che incombe nella narrazione di Micheli, tra gli Stati Uniti e la Cina, e che fa de Il fine del mondo un romanzo inattuale per eccesso di attualità, figura ancora una duplice occorrenza, una coppia di satelliti narrativi per sommare altre due realtà all’orrore, la “manipolazione della valuta” e la “piaga nefanda degli aborti clandestini e degli infanticidi”. È l’anarchismo di operanti zecche clandestine e l’in-civile gratuità dell’infanzia violata, l’esercizio di violenze da parte di una cultura in contraddizione con l’equilibrio etico delle politiche transazionali tra i due paesi-tiranni del mondo.

Il profilo di sfondo del romanzo, la grande vita del mondo nel dialogo tra i poteri d’Oriente e Occidente, non è che lo specchio in cui si riflette la piccola vita dell’uomo, nella narrazione egualmente suddivisa tra una parte della società civile americana (Mark e Sophie, con il loro amore perdutamente evangelico) e una della società civile cinese (Huang e Kuei Fei, anch’essi con il loro grande amore, forse più mistico e meno mandarino). Quattro figure di salvatore, il simbolo stesso di una resistenza all’apocalisse, alle prese con un apostolato messianico laico, che è anzitutto prassi antimilitarista, e che nondimeno è affidamento del sé collettivo al sogno di una cosa ancora sognabile: la redenzione umana. Che è anzitutto ‒ come direbbe Paul Celan ‒ fuga dalla morte.

“Le nostre forze aeronavali hanno sferrato sulle infrastrutture del nemico un attacco che nutriamo ragionevoli speranze di poter considerare definitivo” sono parole del generale Hyppolitus Words, il militare americano, che inizia a sciogliere il dilemma romanzesco sospeso tra il mondo-pace e il mondoguerra.

Il fine del mondo, nella catastrofica luce del conflitto bellico, nell’apocalittica distruzione sofferta tra gli abitanti del villaggio di Bairen, tra cui si trovano anche i pacifisti Huang e Kuei Fei, devela l’allegoria di un mondo che per causa della guerra appare penosamente rigettato, ricacciato senza pietà nella spettralità di una fame primordiale. Il fine del mondo riflette dunque la fine di un mondo, un nuovo medioevo scriverebbe Berdjaev.

Pertanto l’allegoria del romanzo è da ricercarsi in un’idea della fine dei tempi, all’apparenza più apocalittica che apocatastatica, insomma in una fine radicale senza possibilità di rigenerazione, una fine definitiva causata dall’Occidente, anche alla luce dell’“attacco di rappreseglia” cinese contro gli Stati Uniti. Tra la fine nella fine e il ricominciamento dopo la fine, il romanzo di Micheli è in equilibrio tra due tentazioni, tra due diverse coscienze politiche, l’una afflitta dalla cruenta irruzione del disastro, l’altra che già brama un mondo postapocalittico.

Tra i diversi sentieri narrativi del romanzo, uno riguarda il sovvertimento di potere, il golpe militare statunitense e il tentativo mediatico di arginarne la potenza espansiva. Con l’attacco navale alla Cina, il potere in ascesa di Hyppolitus Words rischia però un contraccolpo, un’“esclusiva giornalistica” nel New York Times, uno scoop sull’attacco nucleare degli Stati Uniti contro la Cina, uno scoop a difesa dell’uomo che subisce la guerra ma anche da cogliersi come estrema difesa o scongiuro di un effetto post-Hiroshima.

Il fine del mondo penetra anche nel sinistro territorio dell’iperbole mediatica, la zona ustoria e ambigua della controinformazione testimoniando nondimeno il comune crinale di confine tra le sfere del politico e del militare, tra le ragioni della res publica e l’egemonia della guerra. Qui ritorna l’eco del passato nostro contemporaneo, ritorna lo scandalo come combinazione di Chinagate e impeachment, l’azione perentoria del quarto potere il cui esercizio, entro un quadro di faziosità politica, colloca in paradiso, più spesso danna all’inferno.

Un altro sentiero, meno interessato a contrastare il potere più che a limitarne la nocività seguendo vie gandhiane o di educazione collettiva, è quello pedagogico-messianico seguito da Mark nello Stato nigeriano di Ondo.

Suo è un discorso pubblico dietro cui sembra nascondersi la voce segreta del romanzo, il pulpito dal quale Il fine del mondo, parlando ormai apertis verbis al lettore, in realtà affronta proprio il tema dell’apocalisse (guerra, sfruttamento petrolifero da parte della China National Petroleum Corporation), nella mise en scène di un’ideale catarsi collettiva:

Le nostre azioni non possono fondarsi in altro che non sia ciò che conosciamo. Tuttavia, se le azioni dell’umanità sono rovinate a valle del corso della storia verso un destino di estinzione che parrebbe senza via di scampo, ciò basterà a convincerci che le fonti della conoscenza alle quali abbiamo finora creduto di poterci abbeverare sono infette e nocive. La conoscenza che, da ora in poi, guiderà le nostre scelte sarà diversa da quella che si è propagata in miriadi di intelletti, tra i quali non ne sono mancati di limpidi e geniali, alla stregua di un’epidemia mortifera; la nostra sarà la conoscenza del cuore e dell’anima, quella che ci rende felici di ciò che siamo e ci sprona a desiderarci migliori.

La conoscenza, che è conoscenza della scienza, è il nemico della storia perché è la Storia. Una nuova idea di conoscenza, un’idea che guardi al progresso come sviluppo dell’umano, è una scienza della vita in cui l’umanità, stando nella lingua dell’esistenza, ritrovi il senso perduto della comunità.

Mark è dunque un paladino, una sorta di apostolo impegnato a insegnare “filosofia della felicità”. Se il New York Times si appresta a diffondere le notizie contenute nel rapporto segreto sulla guerra nucleare, Mark, ideale portavoce di un Elia venuto ad annunciare l’imminente avvento di una vita nazarena globale, si fa paladino degli human rights, del diritto di vivere e di non morire, del diritto di non morire di imperialismo, e non solo militare perché si fa portavoce di un messianismo tutto terrestre e umano, perché Mark non è soltanto un sognatore, Mark è un annunciante. Ma la Storia, meno feconda e più letale rivela il fine della storia umana, il trionfo parossistico del nichilismo bellico con il culmine dell’esplosione annichilente della “testata all’idrogeno” deflagrata nell’isola di Oahu, alle Hawaii. Più che l’apicale simbolo della guerra, l’esperimento nucleare appare in forma di sineddoche, una parte per la totalità della guerra, un indizio linguistico sulla volontà di morte di chi solo conosce la lingua del fine come sola lingua della fine.

Aperto da un Prologo su Mark e Sophie, metafora e simbolo dell’amore umano vissuto come sogno e finanche utopia storica, simbolo stesso di un kairòs ancora possibile perché ancora pensabile, Il fine del mondo si chiude con un Epilogo in cui la lettura della storia alla luce dell’utopia, su cui Ciaron testimonia in pagine memorabili, cade proprio sul rimpianto idealmente collettivo per l’inafferrabilità dell’amore come lingua egemonica della comunità umana. “È possibile ricominciare da capo? È possibile una vita nuova?” si legge nel romanzo. Non è solo il pensiero della fine come nuovo inizio, è ormai irrevocabilmente pensiero della fine come meditazione sulla fine.

Il romanzo di Micheli interroga il mondo e il suo fine domandando l’apocatastasi senza però suggerirne un’auspicabile traduzione in realtà.

Pertanto la voce di Mark appare più che altro una vox clamantis in deserto, una voce sperduta e insieme perduta tra il dolore e la morte del mondo. Una voce che contro il fine forse auspica veramente la fine del mondo, così testimoniando che dopo l’irrimediabilità della catastrofe, la rigenerante apocatastasi si fa estremo sogno, sogno vivente. Nella sua idea di vivificante ciclicità dell’universo e del mondo, con il sogno del ricominciamento si riconquisterà la vita, la vita nuova su una nuova terra e sotto un nuovo cielo, e ciò che ancora adesso più di tutto conta: un nuovo uomo, una nuova umanità.

Recensione
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