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Verses versus capital

Rivista di Studi Italiani

Al lettore di poesia, quasi estinto o sul punto di esserlo, questo Verses versus capital di Giancarlo Micheli giunge come da una estrema periferia del mondo.

Chi parla è un grande narratore, un autore di romanzi, un autore tra coloro – invero rari perché non addomesticati alle perversioni dell’industria culturale – che hanno affidato tutto alla letteratura: senza deroga né compromesso. Che nel loro patrimonio culturale e umano difendono un destino altro dell’addomesticamento, diverso da ipocrite complicità con il sistema: loro resistono. Né si erri nel comprendere che il messaggio poetico provenga da un avamposto ideale, sia cioè l’esito di una visione transtorica: la poesia qui nasce dalla storia, dalla nostra storia, dal nostro vissuto: non è una metafisica.

Ciò che non compare in Verses versus capital è allora un non-detto, quanto di più profondamente umano vi sia nell’intenzione del poeta: dico a te, ascolta! Verses versus capital è un libro di impegno. Il poeta engagé, il poeta che si espone, non è qui per chiedere “quanto resta della notte?”. Qui la tenebra non attende alcun “mattino” né annuncia la caduta di Babilonia, la notte è una metafora perenne: la specie umana al tempo del capitale. Né l’atto poetico, in verità, vale a sovvertire il paradigma della surmodernità: la denuncia che la “menzogna della realtà” si sia fatta definitivamente “verità delle coscienze”.

L’engagement figura dunque l’immagine anche di un poeta enragé, un poeta che parla dalle regioni interiori di un “avvilente sentimento di impotenza”. Un poeta a due anime. In Verses versus capital, il lettore fa esperienza di un poeta in cammino con i diòscuri. Il primo, più affine all’agonista Polluce, in sé nome di immutato amore e ancora dolce al solo suono, è quello di Giorgio Cesarano, quello di Manuale di sopravvivenza o di Critica dell’utopia capitale. Il secondo, domatore della galassia uomo, sta più occultato nella filigrana dei versi ed è il pensatore solitario che parla dalle estreme lontananze della propria disperazione: Emil Cioran.

Impegnato, arrabbiato, critico e disperato: il perimetro della voce poetica di Giancarlo Micheli sta in uno spazio tellurico. Un dispiegamento vocale, questo di Verses versus capital, che non è da intendersi come sola offensiva a mezzo della critica dialettica sia pure espressa nella potenza assaltante del verso poetico. Giancarlo Micheli è dalla parte dell’uomo, meglio ancora è il partigiano della “specie” contro la “dominazione ideologica” del capitale (sulla specie).

Ambirebbe, il poeta, anche a una funzione maieutica della poesia, un assetto ideale per cui il “libro di versi”, e dunque la poesia contro il capitale, combatte sul terreno di una lotta a tèlos fisso: accaparrarsi le coscienze umane. Chi sventola la bandiera del “sogno ad occhi aperti” è chi vede possibile una “moltitudine di prassi rivoluzionarie, quotidiane, tutte egualmente appassionate di giustizia e libertà”. È un vessillifero lucidamente antiprofetico, un militante che non sogna una nuova Gerusalemme né la prefigura come utopia del mondo.

La sua ammessa disperazione non lo consente. Ciò nonostante sarebbe disposto, anzi è disposto a lottare tutta la vita per convertire un solo uomo alle ragioni di un’esistenza più umana, una vita improntata all’esplosione vivificante della “soggettività collettiva”, una realtà del mondo da sottrarre, uomo dopo uomo, alla legge mortifera della biopolitica capitalista.

Recensione
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