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Lucio Zinna: itinerari di poesia

Leggere l’opera antologica di Lucio Zinna ci fa sentire subito grati al poeta e ci spinge ad apprezzare l’iniziativa editoriale di Caramanica nonché la direzione esperta di Rodolfo Di Biasio Giuliano Manacorda. Senza di loro, probabilmente non avremmo oggi il piacere di accostarci − e lo facciamo con sincera soddisfazione e con manifesto orgoglio – a poeti al cui cospetto molti dei cosiddetti laureati ci fanno solo sorridere. E d’altronde, anche il compatimento ha un sorriso, ed è umano che lo abbia. È recente e non scandalizza più di tanto detto da lei, tale Patrizia Valduga, mi pare, a proposito di una sua operetta di versi: “...la poesia è come una pisciata non puoi trattenerla” (“Sette”, n° 7, 1996).

Ahimè, potenza delle conventicole! Quanti asini in maschera steccano in ben reclamizzati concerti e ragliando sono anche definiti maestri.

Giustamente Raboni, a proposito della nuova collana Mondadori con la quale pare si vogliano divulgare più poeti possibili, in favore della sua tesi-anti riporta a mo’ di considerazione un frammento di Eraclito: “...i molti son nulla e solo i pochi hanno valore” (cfr. Contraddetti, “Corriere della Sera”, 11-2-1996). Proprio così: sono le minoranze “silenziose” a ridersela sulla mascherata di tanto impettita poesia da Market, omologata e omogeneizzata, cioè banalizzata, come accade per i prodotti di consumo.

Ben vengano, allora, le iniziative del tipo Caramanica-Di Biasio-Manacorda. Diamo fiato allora alle minoranze “silenziose”, quei “pochi” cui allude Eraclito nel frammento 70. Mi torna alla mente la querelle garbatissima e aristocratica, com’è nelle abitudini di quel Maestro di stile e di dottrina che è Giuliano Manacorda, col nipote Giorgio, critico di pochi poeti − sé compreso − ma tutti a lui assai vicini: una decina appena!

Di quella polemica mi piace riportare la conclusione (cfr.“Poesia”, n° 91, gennaio 1996) che estrapolo dalla lettera di Giuliano: “Intanto, tu con le tue scelte mirate e condite di ironia, io con i miei elenchi ottimisti e la pretesa di storicizzare, cerchiamo di contribuire ciascuno come può e sa. Per questo, mentre spero di poter vedere presto il tuo ‘Almanacco’, conto di farti avere entro gennaio i miei ‘Limoni’ su la poesia del ‘95: sarà ancora un motivo per confrontarci sui metodi e sui contenuti di questa nostra benedetta e un po’ maldestra poesia”.

Siamo partiti da Lucio Zinna, dal suo notevole Il verso di vivere, che raccoglie tutta la produzione dal ‘55 al ‘92. Quasi quarant’anni di strenua e appassionata militanza nella poesia, questa di Zinna, maestro di ironia e di discrezione.

Un discorso a parte meriterebbero le sue battute, i suoi calembours, la capacità che egli possiede di folgorare e fissare, come un ragno nella vischiosità di una ragnatela, un personaggio, un momento, un oggetto, una situazione.

Zinna osserva e seziona con le lame bene affilate del suo pensiero, vanificando o esaltando ciò che c’è da vanificare o da esaltare, da valorizzare. Il suo osservatorio, intrigante e nascosto, è la sua stessa discrezione. In apparenza astratto dalla realtà circostante, capta con infaticabili antenne a 360°. Perciò, la sua è soprattutto poesia di sfumature, pur nella accattivante discorsività; è poesia che all’apparenza, ove quelle sfumature sfuggissero, sembra volare bassa, ma in realtà sfiora le quote alte del pensiero poetico, dimensionando sempre le cose in rapporto − insistiamo sulla metafora − terra-spazio. Zinna non è mai dentro alle cose che-osserva, ne è sempre distaccatamente fuori.

Perciò “vede”. E piace e avvince il suo modo di scoprire le cose della terra, sì, certa realtà terragna che ci impastoia e ci benda gli occhi. Poesia sociale ed esistenziale questa di Lucio Zinna, lucida sempre come la sua stessa ironia e autoironia; fredda e autentica, nella sua logica, almeno quanto è “spietata” nel dire e nel rappresentare la realtà o nel rappresentarsi all’interno della realtà dell’uomo, cioè della sua storia e del suo destino. Il poeta ricerca e sottolinea l’effimero dell’uomo, l’inanità di cui è fatta la natura umana, specie quando si rapporta al sogno ambizioso di potenza e di potere; egli ne coglie il contrasto e il paradosso proprio in questo scarto, insieme ridicolo e pietoso come tutto ciò che è illusorio.

Da qui l’ironia, ma anche una sorta di distaccata benevolenza verso questa, da sempre, natura ingannevole e, in fin dei conti, ingannata.

Ed è un’ironia che il poeta rivolge al tempo, ma nel senso del tempo dell’uomo o della sua provenienza dal tempo dell’errore, dalla fatalità, dal fallibile, ancora, insomma, dall’inganno dell’esistenza sulla terra.

E allora, quale altro titolo per la sua raccolta di tutta una vita se non Il verso di vivere? La direzione della vita attraverso la scelta, la meta verso cui si avvia l’uomo o la traccia del suo cammino; ma anche il versus poetico, il volgere e il volgersi della parola nella ragione o nelle ragioni; o anche la vita che si svolge, si trasforma in parola e in immagine di poesia.

Ebbi modo di scherzare in uno dei recenti incontri con Lucio: − Perché non Il verso di vivere il verso? È così perfetto − osservai − che non può mutare il suo senso neanche a leggere da destra a sinistra −. Sorrise e approvò.

Ed infatti, così come lo concepivo io, quel titolo è un sintagma palindromo, immodificabile come le stimmate dell’esistenza. Ed è di questo che parla la poesia di Lucio Zinna. Della vita, che nel suo perenne mutare resta contraddittoriamente ferma agli inganni, al dolo che il tempo perpetra nei confronti dell’uomo della terra. Ne parla, il poeta, con versi stringati e lucidi, ironicamente distaccati, mai coinvolti, anche se coinvolgenti, negli stati d’animo e nelle emozioni (non è paradossale?) che li generano. Sono versi che incidono, scalfiscono e vanno poi per la loro strada, come talune verità che procedono per folgorazioni. Versi che ti attraversano la mente, ti accendono il pensiero e subito svaniscono per lasciarti in compagnia di quelle verità perché le si possano meditare e interiorizzare, farle nostre, apprezzarne quasi quella sorta di retrogusto sapienziale che segue alla prima impressione di ammirato stupore di fronte alla capacità definitoria di tanta poesia, già a partire da II filobus dei giorni, la sezione che apre l’antologia con poesie che vanno dal ‘55 al ’63: “Certo non mi colpisce il santo | quanto te, giovane conversa che rechi il cero. | Gli occhi il volto | il corpo tutto | parlano di vita |.Vita che irrompe | da ogni poro | antitesi al cero…”(Processione).

C’è un pensiero costante che attraversa questa poesia, quello dell’infanzia.

Un ricordo insistente. Da qui la rivisitazione discreta, eppure intensa, del passato del poeta.

La sua autobiografia elegante, dalla quale sembra prendere le distanze, come nel suo stile, e che però si risolve in sguardo consapevole sulla realtà del presente; forse questo il senso: che non bisogna dimenticare per non dimenticarsi o, che è lo stesso per conoscersi a fondo, o comunque per “conoscere”. Una questione di radici che hanno valore se rapportate e rapportabili all’attualità nella quale e immersa l’esistenza di ognuno. Un filo di Arianna per uno sbocco certo nel positivo della vita e di sé.

Cosi almeno pare di leggere in Equilibrio (da Un rapido celiare ‘65−‘74): “Il futuro dopo questa avventura come un magma | e dentro tante scaglie di un passato | ferocemente remoto”.

Il poeta procede spesso tra gnoseologia e gnomica, tra conoscenza e formalizzazione di questa nella “sentenza” o nel gusto e nello stile sapienziale, appunto, di esprimere il momento conoscitivo. Direi che il suo verso segue questa dinamica nel suo generarsi, secondo un processo conoscenza-sentenza che ha il proprio esito nella severità di una parola poetica sempre assai incisiva e toccante, talché ogni immagine il lettore riesce a sentirla come propria, come vissuta in un qualche tempo e in un qualche dove, quasi per una costante esistenziale a tutti comune, una componente identica per tutte le autobiografie, particolarmente quelle legate alle emozioni e ai traumi ai quali si è così spesso infelicemente alimentata l’infanzia del durante e del dopoguerra. E citerei, per esemplificare, C’era un portone e Mosaici del Duomo, dove una memoria lontana recupera scorci di paesaggi, profili di figure e di cose, sempre oggetto di una riflessione non accorata ma brillante e lucida nella battuta epigrammatica così congeniale al poeta.

Un salto di mille anni, se ci è concesso: il poeta arabo-siculo Ibn Hamdis certi suoi versi. Di che meravigliarsi? Lucio Zinna, che mai cede all’istinto nella sua poesia è un intellettuale ed è poeta colto, nel senso umanistico della parola; ed e anche un mazarese. Il che vuol dire che a Mazara del Vallo egli ha potuto sino a certo tempo, riappropriarsi dell’anima araba; e di questa gente, che ha una storia ben precisa di esilio e di esistenza, egli ha potuto sentire il cuore battere nel proprio cuore. Mazara è luogo di frontiera e guarda il Nord Africa lo vive in una contaminatio e commistione di storia e di costumi e di tradizioni attraverso la presenza di una manovalanza marinara, ma anche non necessariamente tale, che in questa cittadina ha la sua seconda patria. Una comunità araba, insomma di cui Zinna ha memoria, fosse pure genetica. Si legga a tale proposito Terra d’esordio, tratta dalla sezione Sàgana (74−76): “Terra del mio | umano esordio, primo luogo del cuore, solo | simbolo ormai forse simbolo. | In questo lembo estremo di Sicilia siamo noi | stranamente un po’ Venezia un po’ Tunisi | ansia di riscatto e ansia di affondare | in giuochi raffinati a goccia a goccia | luminarie e kuskus pazienza e fremito colorata | tristezza riso e urlo acqua marina e acqua | lustrale montone e scorpèna lupanare e minareto”. Si voleva dire, accennando a Ibn Hamdis, dell’eleganza del verso e della pensosità sempre contenuta, mai troppo afflitta epperò sempre coerente e con toni sapienziali che traessero conforto dalla stessa profondità del pensiero rivolto a se stesso prima ancora che gli altri; e si voleva altresì sottolineare la capacità di Zinna di definire l’“oggetto” del suo pensiero, particolarmente in certi frammenti. Bisogna dire che lui ha di questi pregi quando affronta un momento o una figura o un oggetto (è utile ricordarlo) che piega alla necessità di incasellare, di definire nelle poche battute di pensiero essenziale sapide e definitivamente concluse, ma non per questo non aperte ad altri significati, cioè a valenze semantiche rapportate di volta in volta al mutare o al divenire della realtà esistenziale, al suo riproporsi nel tempo e nella storia. Si capisce, Zinna è ricco di ironia ed è qui che la sua intelligenza poetica rende profondamente universale ciò che detto magari da altri potrebbe risolversi nella più brillante delle banalità. Quasi che il suo verso fosse dominato e condotto da un sentimento della geometria che è già ordine della parola e stile, è eleganza metrico-stilistica che sa mutuare da una conoscenza fin troppo sperimentata e comunque avallata da una cultura umanistica che impreziosisce l’immagine, se però questa ha dietro di sé la nobiltà dell’impegno linguistico: “un preziosissimo” quasi sempre funzionale all’effetto che il poeta intende produrre e che è spesso quello di attirare l’attenzione su una contemporaneità che ha compenetrazione nel passato; o attirare l’attenzione su un passato che rientra nella contemporaneità a dimostrazione del fatto che nulla, proprio nulla muta sotto il sole quando si scorre la pagina della storia dell’umanità e dei suoi inganni da corsi e ricorsi.

Insomma, dei suoi limiti. E su questi limiti Zinna sa bene che non vanno versate lacrime; ironizza piuttosto, e con sottigliezza divertita. E non è forse saggezza e verità, questa? Citerei in questo senso Frammenti di una lettera a Monique, Disorganico improvviso. Ma anche Sàgana, che finisce per essere il luogo, non più toponomasticamente reale, dell’esistenza e dell’inquietudine che ne segue, dove stagioni approdi affetti, nel loro affannoso susseguirsi, determinano laceranti contrasti tra l’illusorietà di una vita che si consuma e si perde nel caduco e l’essenza di una realtà che inesorabilmente ci sfugge. Un discorso che potremmo estendere alla sezione Abbandonare Troia (77−86) e particolarmente ad alcuni suoi componimenti, come: Scartabello degli attimi invenduti, Isola delle Femmine e poi Resistenza, che mi sembra la più appropriata per esemplificare il nostro assunto: “Nessuno passi per il camino − mai. Tali | restano i roghi tali i lager se pure mutano | nome. Chi li gestisce con qualunque divisa | sempre si chiama aguzzino carnefice-boia. Vigile | memoria passato freccia presente freccia futuro”.

Ma la capacità ironico-definitoria di Zinna come si diceva prima, non si manifesta solamente attraverso la parola poetica, bensì nello sguardo sempre fisso sulla realtà. E allora che interviene il senso dello humour e il gusto del divertissement con subito la stoccata finale che segna definitivamente il senso di un’esperienza, il rifiuto di una realtà, i termini della contestazione di un fatto. Mi pare così in Controcanto: “Necessita un qualunque passaporto a sopravvivere | un nasino a palla un violino scordato un parrucchino | tiziano. Un tendone da circo altrimenti | non si doppia. Questa specie di capo di buona speranza.”

È il clown dell’ironia ripelliniana che ritorna in Lucio Zinna, quello che all’autore di Autunnale barocco fa dire: “Senza troppi riguardi | ti faranno cadere, | ma tu spolvera la tua bombetta, non cedere. | Imperversa, imperversa, prima che sia troppo tardi”. Sì, Zinna è per molti aspetti poeta squisitamente ripelliniano, conservando dell’Isola il cuore e lo sguardo: Angelo Maria Ripellino da cosmopolita, Lucio Zinna da poeta letteratissimo, la cui poesia accoglie, nelle allusioni, negli accenni di parafrasi, nell’assunzione di un lessico talora raro (si badi a talune brevi parafrasi di versi danteschi, o di versi di Lorenzo de’ Medici, tanto per citare qualche nome illustre, nonché all’uso isolato di termini due/trecenteschi) e perfino nell’inflessione della parlata classica, i grandi della nostra letteratura (per non dire dei riferimenti biblici) a partire dal Medioevo.

Un’ulteriore, necessaria puntualizzazione è che Zinna è passato attraverso i grandi del Novecento italiano: dal Montale di Satura a Caproni a Cattafi. Non stupisce allora perché egli sa racchiudere un microcosmo e una verità di vita nella brevità di una battuta. È il caso dei componimenti della sezione Bonsai (84-88), per esempio: Filastrode per Palermo multipla, Seminano di Linguistica a Torre Makauda, II lume, e Versi per una Fotografia di Teresa di Lisieux, i cui versi, in chiusura, suonano come una spinta oltre la zavorra che inchioda ogni uomo alla terra: “Per un volto così si può tornare | a ri/sentirsi fra uomini e salire”.

E poi questa Palermo che gli torna sempre nel cuore, non so quanti altri l’abbiano cantata come lui, il cui cuore continua nonostante tutto a pulsare in sincronia col cuore di questa che è tra le più belle città dell’Occidente europeo.

Bella e segnata e infelice lo dicevo altrove, parlando della poesia di Aldo Gerbino e prima di Melo Freni, ma anche di Giovanni Meli, che quest’isola portano nel cuore come un dolore e un cruccio, non certo però come una macchia umiliante, piuttosto come una presenza che genera orgoglio; bella e segnata e infelice nella sua struggente bellezza odierna, tutta decadenza e splendori che ne testimoniano la solenne, millenaria grandezza.

Ebbene, Zinna la percorre, l’attraversa vi si immerge, ne esplora aspetti palesi e nascosti in una analisi mai affranta, forse talora innamorata, com’è nella consapevolezza obiettiva di una realtà che appartiene, nel bene e nel male, all’universalità. Ci piace perciò ricordare Gioco di fuoco alla Marina (da La Casarca, 89-92), che l’autore dedica a Giuseppe Zagarrio, e dove il “diruto | palazzo Lampedusa” e il “conte di Cagliostro” assumono su di sé la valenza di simboli del decadimento della grandezza e della genialità, anche furbesca di Palermo, “capitale svilita urbis (in) felicissima e pia”.

Con questa poi chiusa esplosiva e divertita che sembra mettere a confronto il diavolo e S. Bernardo: “Viva Palermo & Santa Rosolia”. Dove l’ironia del poeta si concentra tutta sulla grafia “commerciale” e faccendiera di quella “&”.

È sottile talora l’allusione ai guasti sociali e della storia, ma è proprio in questa sottigliezza che si colloca la forza di questa poesia, civile, sorta di rivoluzione sussurrata all’orecchio, mai gridata, sempre elegantemente condotta dall’ironia e dal sarcasmo, con punte acuminate di satira, che sono tanto più forti e incisivi quanto più sanno nascondere o mascherare lo struggimento e la pena − il dolore civile – per i disagi che l’uomo scioccamente crede di creare agli altri, però finendo per infliggerli a se stesso.

Questo anche il discorso che l’autore ha iniziato nella sezione Minutario postumo dell’eroe vagabondo (74/75), ripreso poi più dettagliatamente e sul filo della storia nel suo De rebus Siciliae del 1991, dove Zinna si rivela p(r )o(f) e ta.

Concludendo, ci pare di poter dire che memoria e attualità, passato e presente rappresentano i due poli di maggiore e più tormentata condensazione e tensione del discorso poetico, dove, pur attraverso la mediazione dell’io autobiografico, è tentato, con l’insistenza tipica di una coscienza civile tenacemente ancorata alla necessità dell’impegno sociale, il bilancio deludente della storia privata e universale dell’uomo.

Colpisce, in questa poesia, la capacità del poeta all’interno dello sguardo sull’esistenza anche attraverso metafore costruite su neologismi e termini mutuati da altre lingue, frammenti culti per un esito che è sempre la plurilinguisticità del testo.

La poesia di Zinna resta, pertanto, un modello molto alto di discorso civile personalissimo che è, sì, fatto all’interno dell’Isola, ma è come se la sua pronunciazione provenisse dal nucleo del mondo, avendo a destinatario ancora il mondo e le sue assurde e inumane ambizioni.

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