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Raccontare la storia con passione civile e grazia narrativa

I luoghi di Sebastiano [Schiavon]

Giulia ha 13 anni, in attesa di frequentare il Liceo Classico, curiosa del mondo, provvista di tutti i deliziosi difetti dell’età, compresa l’esuberanza comunicativa via telefonino con le amichette, oggi vado lì stasera ci vediamo là eccetera.

Giulia ha un nonno di nome Massimo che, appassionato di storia, le impartisce lezioni itineranti scorrazzando per il Veneto con la sua Toyota Avensis. Nel libro I luoghi di Sebastiano fra nonno e nipote è in atto una disputatio retorica di storia e varia umanità, sotto forma di dialogo. Un impianto di questo tipo è pericoloso. Penso al libro Cuore della mia infanzia, il micidiale papà di Enrico che tormenta il figlio con pistolotti moraleggianti, coatti e cupi.

Mi appresto alla lettura con qualche apprensione, appena attenuata dall’ottima presentazione di Gianpaolo Romanato, dell’Università di Padova. Il quale garantisce: si tratta di un libro di storia, collegata a un personaggio (Sebastiano Schiavon) vivo, autentico, sanguigno, che fece scelte difficili, drammatiche, meritevoli di essere ripensate. Schiavon, parlamentare padovano, nel 1915 votò contro la concessione dei pieni poteri al Governo Salandra. Romanato chiosa: se i deputati che la pensavano come Schiavon fossero stati maggioranza invece che minoranza, ci saremmo risparmiati l’entrata in guerra, 700 mila morti e una crisi che, poi, travolse tutte le istituzioni rappresentative, regalandoci il fascismo. Fortunatamente, il nonno di Giulia ha temperamento rassicurante, l’opposto rispetto al cupo e moraleggiante papà di Enrico. Si chiama Massimo e parla di storia scarrozzando la ragazzina attraverso i luoghi raccontati, associando le vicende umane con nozioni di costume, arte figurativa, architettura, addirittura cultura culinaria. Nonna Maria Luisa scandisce i tempi del racconto e delle soste, gli intervalli di svago nelle pasticcerie, la partecipazione affettiva alle salutari vezzosità della nipotina. Giulia impara la storia divertendosi. Maria Luisa canzona l’accanimento narrativo di Massimo; Massimo canzona la costituzione sostanzialmente materna di Maria Luisa, l’esuberanza di maglioni a difesa di Giulia, perché col freddo non si sa mai. Massimo e  Maria Luisa fingono di beccarsi, dal momento che si amano molto.

È il segreto delle coppie destinate ad essere eterne. I nonni in questione sono i firmatari del libro. Lui è Massimo Toffanin, ricercatore di storia contemporanea, organizzatore di eventi culturali, curatore di diversi quaderni di storia. Lei è Maria Luisa Daniele Toffanin, a sua volta curatrice di eventi e soprattutto nota, in ambito nazionale, per una produzione poetica che ha ottenuto numerosi premi e consenso di critica.

Credo che Massimo conferisca al libro la passione cognitiva, Maria Luisa la leggerezza espositiva della poesia. La storia raccontata è quella di Sebastiano Schiavon, personaggio politico dell’Italia monarchica antecedente l’avvento del fascismo.

A egregie cose il forte animo accendono, eccetera. Nonno Massimo frequenta l’area cattolica, si capisce benissimo, e ha tuttavia una concezione foscoliana della fama, della storia e del ricordo di sé da lasciare ai posteri.

Sol chi non lascia eredità d’affetti: e Sebastiano Schiavon, di affetti, nell’area veneta ne ha lasciati moltissimi. La Toyota del nonno conduce Giulia attraverso i luoghi di Sebastiano, a partire da Roncaglia di Ponte San Nicolò. Figlio di un onesto contadino e di una mamma ampiamente accogliente (nove figli), Sebastiano riceve in famiglia le lezioni fondamentali di onestà, altruismo, senso del dovere, fiducia nella Provvidenza.

Virtù cristiane, ma va precisato che la Provvidenza di casa Schiavon ha poco a che fare con quella manzoniana. Sulla quale, identificata con la peste bubbonica che alla fine sistema le cose togliendo di mezzo i cattivi, personalmente ho sempre nutrito qualche riserva.

La Provvidenza di casa Schiavon consiste nell’abbandono fiducioso alle circostanze della vita: aiutati, che il ciel ti aiuta.

Sebastiano è un ragazzino sveglio, studia volentieri, la maestra Silvana e il parroco don Antonio convincono mamma e papà che vale la pena permettergli di continuare gli studi, favorendo il suo collocamento in seminario, a Padova. La Provvidenza, appunto. Il seminario, all’epoca, garantiva una rudimentale ma efficace selezione meritocratica. I giovani dovevano crescere in fretta, la campagna aveva bisogno di braccia: i preti favorivano l’ingresso in seminario dei ragazzini che mostravano attitudine allo studio. Non era indispensabile diventare preti e Sebastiano, infatti, non lo diventa.

L’esempio familiare ha formato una personalità attenta al bisogno degli ultimi, dei bisognosi, degli oppressi. Con questo di diverso, rispetto alla remissiva cultura rurale dell’epoca: la Provvidenza va aiutata, non bisogna aspettare che la peste sistemi le cose. Si impegna in campo sindacale. Correvano tempi nuovi, ed eroici: nascevano i Sindacati Bianchi, vescovi conniventi, in antagonismo ai Sindacati Rossi del socialismo umanitario. Sebastiano diventa molto popolare, tanto da venir eletto in Parlamento, nell’ottobre 2013, a 30 anni: il più giovane deputato italiano.

“Anche il più bello”, sussurra nonna Maria Luisa. Nelle campagne padovane, le donne tenevano la fotografia di Schiavon sul comodino, da baciare, da pregare quasi fosse Sant’Antonio, assicura nonno Massimo. La notizia non è così straordinaria: ricordo di aver visto, negli anni ‘50 e ancora nei ‘60, appesa nelle cascine della mia campagna reggiana, la foto di Camillo Prampolini, deputato e socialista umanitario.

Altri tempi, altra passione.

Sebastiano lavora per organizzare un partito cattolico, non ancora autorizzato in Vaticano, e un sindacato nazionale per i lavoratori della terra, dopo quello locale già organizzato a Cittadella.

Il tempo è segnato dall’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915. La Patria combattente fa a meno di lui, riformato perché affetto da tubercolosi.

Schiavon continua le sue battaglie sociali.

Memorabile la difesa prestata al vicecapostazione di Padova dall’accusa di procurato disastro ferroviario a Pontevigodarzere, con quattro vittime, nel 1916. Il libro riporta un’impressionante foto d’epoca, due locomotive affrontate con vagoni accartocciati. Il personale ferroviario dovrebbe essere aumentato, non ridotto per la guerra in corso, sostiene Schiavon. E poi, Caporetto.

Il fronte italiano è sfondato, le case di Padova sono occupate dagli ufficiali provenienti dal fronte, le strade congestionate da uomini e cavalli e muli e reparti in ritirata, il popolo in balia di se stesso. Schiavon sloggia la famiglia da Padova e rimane in città, comandante della nave che affonda, ad attendere l’arrivo degli austriaci dato per certo. Organizza i Comitati Civili nelle zone dell’Alta Padovana, prossime al fronte e prive di mezzi alimentari. Così combattono i generosi. Fino a quando il Piave mormorò, Vittorio Veneto, l’armistizio del 1918. “Buttati, al ritorno avrai un pezzo di terra tuo da coltivare, senza più padrone”, dicevano ai soldati i comandanti al fronte. La promessa non sarà mantenuta. Se ne ricorderà qualcuno, e sarà l’avvento del fascismo.

Nel dopoguerra, Schiavon affianca don Luigi Sturzo che fonda il Partito Popolare Italiano, ed è eletto per la seconda volta in Parlamento. Ma i tempi sono cambiati: iniziano le scorribande dei Fasci di combattimento, la dottrina sociale della Chiesa si fa più prudente. Schiavon è abbandonato dai sostenitori delle sue leghe bianche e dal Partito Popolare, si presenta con un proprio partito nel 1921 ma non viene rieletto. Il suo posto è preso da un rappresentante non dei contadini, ma dei proprietari terrieri. La tubercolosi è malattia, anche, psicosomatica, peggiora quando l’animo è affranto.

Schiavon si ritira dalla politica e il male lo uccide nel gennaio 1922, a soli 38 anni. Se la politica tradisce, il cuore della gente no. La partecipazione al suo funerale è straordinaria, il Duomo di Padova straripa di gente di tutte le categorie sociali. Don Giuseppe Rebeschini dell’altopiano di Asiago, direttore dell’Ufficio Emigranti e suo compagno di lotte, pronuncia il discorso di congedo. Il tono è quello di Marco Antonio: sono qui per ricordare Cesare, non per lodarlo.

“La sua vita breve di 38 anni ben vale quella più lunga di tanti altri perché la spese e consumò non per sé ma per il popolo”.

Esaurito il raid automobilistico, Massimo e Maria Luisa rivelano a Giulia un segreto, come promesso all’inizio del racconto. Siamo informati così che Sebastiano era il nonno di Maria Luisa, insomma parente di Giulia. Il lettore, per alcuni indizi, qualcosa aveva già capito. Anche Giulia, ci giurerei, ma finge affettuosamente una meraviglia totale. Giusto premiare nonni così appassionati. Il libro è fornito di uno strepitoso apparato fotografico. Massimo Toffanin è un ricercatore e attinge dall’archivio personale, e da quello dei comuni attraversati, per illustrare la storia a cavallo fra Otto e Novecento: contadini in calesse (Monselice) e l’ardimentoso aviatore Leonino Da Zara in assetto di volo sull’avventuroso biplano Farmann, 1909 (Bovolenta). Sebastiano ha il copricapo di paglia, aspetto fermo e gentile, barba a pizzo ottocentesco e baffetti, un bell’uomo.

Maria Luisa Daniele Toffanin correda la passione civile di Massimo con interventi di grazia femminile, non dimentica che Giulia è una affettuosa ragazzina di 13 anni. “Ma com’era, nonna, la tua mamma?”. “Una bella signora, dal volto sorridente, la pelle chiara e luminosa, gli occhi verde-oro come i tuoi, intelligenti e severi. Affabile e disponibile e da tutti amata. Con i lunghi capelli, ramati e raccolti in trecce intorno al capo da giovane, a chignon negli ultimi anni, sembrava una regina. Viveva nella sua casa abbracciata dai fiori, ma conosceva il mondo intero”. Ecco perché Maria Luisa, che scrive poesia, ama per via genetica i fiori, li coltiva, li accarezza con la parola.

Recensione
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