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Veniero Scarselli: nel nome inconsapevole del padre

Leggo l'ultimo libro di Veniero Scarselli, Il Palazzo del Grande Tritacarne (Campanotto Editore, Udine 1998, pagg. 96, Lire 16.000), e ritrovo gli elementi costanti e consapevoli del suo pensiero (interesse naturalistico e istanze metafisiche) insieme agli elementi costanti e inconsapevoli del suo sentire affettivo (figure genitoriali). In un'intervista ad Annarita Fatone, egli così riassume Il Palazzo del Grande Tritacarne: «... una grottesca e visionaria, metafisica parodia del calvario ospedaliero, in cui la carne peccatrice è purgata attraverso il dolore delle amputazioni e alla fine il poco di carne che resta è tritato, distillato e trasformato in ispirito». Si tratta in effetti dell'affresco, così cruento da risultare alla fine ilare, di un unico girone infernale che nulla ha della passione dantesca; rassomiglia piuttosto, nella cruenza spettacolare, al Giudizio padovano di Giotto: il quale, così grande nell'esprimere il dolore dell'anima, a quanto pare doveva sentire inverosimile il dolore del corpo promesso nell'inferno.

Il nostro Veniero, con l'abito mentale solitario ed intrepido indispensabile ad un vero ricercatore, attraversa il girone dei "triturati" con attenzione documentaristica, da solo, senza il corredo di qualche Virgilio che illustri strada facendo l'ordine finalistico delle cose. Tuttavia procede nel viaggio senza rendersi conto di una precisa dissociazione: l'attenzione è quella dello scienziato intento a registrare con maniacale precisione l'oggettività fenomenica della reiterata macellazione compiuta dalla natura e da Dio sul corpo infelice dell'uomo; mentre l'attività raziocinante è quella del filosofo intento a dare significazione all'oggettività fenomenica, facendola rientrare all'interno di uno schema ideale superiore e, nel caso specifico, preconcetto. Così, impegnato a soddisfare le suddette funzioni cerebrali, Scarselli dimentica di ascoltare quelle propriamente limbiche, deputate al versante ineffabile dell'emozione. La quale tuttavia, sul versante della pietà e dell'amore, irrompe fortunatamente "sua sponte" e suo malgrado, come ad esempio all'apparire dell'immagine della madre:

«E' stato con un tuffo al cuore | che a un tratto ho udito il respiro | d'un dormiente tutto solo in una cuccia | abbandonato al suo profondo sopore: | m'aveva assalito la memoria | il caro terribile soffio | d'un altro difficile respiro | e i giorni d'una pena mai estinta | che ancora mi trabocca dal cuore, l poiché ero certo che fosse della mamma, | quando vecchia pativa crocifissa | ad una croce di macchine e di tubi | il poco tempo che ancora le restava | mentre Morte la guatava dal suo scranno | già spandendo il suo odore inconfondibile; | ancora l'esausta partoriente | non aveva terminato di espellere | con doglie pietosissime del petto | l'anima che vi s'era rifugiata, | e già delle macchine orribili | la tallonavano in ogni caverna | pur vuota e raschiata del corpo | per aizzarla più presto ad uscire. l Anche oggi con forte batticuore | ho cercato a tentoni nel buio | il capezzale dell'amata dormiente, | ma ho abbracciato sconvolto e confuso | solo un povero vecchio sbigottito | chiedendo mille volte scusa | per averlo richiamato dal suo viaggio | in paesi già tanto lontani».

Sul versante dei rapporti con l'umanità di sesso maschile, l'affettività irrompe sotto la specie dell'aggressività rancorosa e giudiziale. Ciò avviene all'apparire del "Poeta fiorentino":

«Quando dunque la carne malata | è passata dal lungo corridoio | in cui vengono eseguite le riduzioni, l è diventata del tutto inconoscibile | dagli stessi costernati parenti: l le appendici così tanto familiari | del naso della bocca delle orecchie | sono state amputate o raschiate l come i porri, gli stomaci, le milze, l senza pietà né sociale discriminazione. | Eppure in un lurido cantuccio | dentro un secchio pieno d'ossa e budelle | distinsi ugualmente una testa | quasi tutta piallata di vegliardo | che ancora caparbiamente sporgeva: | era proprio d'un vizioso fiorentino | ai suoi tempi acclamato poeta | che s'era fatto arrogante monarca | d'un branco di poeti necrofili | tristi masticatori d'ermetismo; l un potente una volta attorniato | da servi ed amanti ambiziose | e che pure con tutti i suoi incensi | m'ebbe in astio, affamò, ed esiliò, | né mai seppi perché caddi in disgrazia | io che certo mai nulla avevo tolto | ai suoi caduchi onori mondani | né alle tristi sue serotine fornicazioni. l Adesso anche lui stava lì, l non assiso su uno splendido sarcofago | ma come un rospo raccattato per la strada, | senza servi né amanti infedeli | a vegliarne la decomposizione; | tentava ancora di gonfiare il petto | e biascicare qualche storto verso | per attrarre con tutte le forze | l'attenzione dei monatti svogliati | perché almeno lo levassero dal secchio, | ma non aveva più lingua né denti | per trattenere in bocca la bava | e recitare le sue esangui poesie».

Scarselli, che nel rappresentare la figura femminile ricorre costantemente a generosi attributi materni, nel rappresentare la figura maschile si dimostra sempre provvisto di un atteggiamento meno magnanimo, e in ogni caso tutt'altro che fascinato. Nel caso citato, l'altro maschio occupa una posizione dominante; la relazione descritta è di tipo complementare: fra il Grande Uomo che condiziona e comanda, e il piccolo uomo che viene condizionato e subisce. Le relazioni di tipo "complementare" (è cosa nota anche a coloro che siano digiuni di formazione psicologica) riproducono nel corso della vita la forma della prima relazione intervenuta con il padre. Per inciso: io amo il grande Poeta fiorentino che qui viene messo in croce; ma Scarselli, che proietta nella relazione la propria irosa soggezione filiale, lo ama, contro ogni apparenza, molto di più. Quanto alla forma della relazione, il "vizioso poeta fiorentino" appare sostanzialmente impegnato a mantenere la distanza dal figlio: è dunque un padre che allontana.

Diversamente commossa è la descrizione dell'incontro con l'amico di comuni intemperanze letterarie e di vita:

«Insostenibilmente nauseato | di vedere toccare dovunque | il sangue e il dolore del mondo, l m' è ancora dovuto accadere l nel mio girovagare alla ricerca | d'un pertugio, una finestra, una luce l che indicasse una via per fuggire, | di trovarmi rinchiuso proprio là | dove stavano in quattro macellando | con zelo cialtronesco e molto sangue | l'amico Oli, che non s'era ancora | rassegnato al destino di morire; | fischiettando tagliavano e segavano l chi un polmone chi uno stomaco o una gamba | a un vero re che molto avea peccato | con ogni poro della carne ormai disfatta | ed ancora non s'era ravveduto | né aveva messo il cuore in mano a un prete. l Stridette a lungo come un porco scannato | anch'io patii con lui come un fratello; | alla fine fu sul letto lasciato | legato ed esausto di fiato | a guardarsi stupito tutto il sangue, | pieno d'ira per lo scherzo inaspettato | che avevano giocato alla sua pelle | affrettando l'estremo sospiro | e il durissimo travaglio che attende | chi varca troppo presto lo stabilimento | situato all' ultimo piano».

L'amico Oli, per il quale Veniero ha scritto a suo tempo un articolo funebre di scontrosa eppure appassionata bellezza, era nella realtà il suo sostenitore più convinto

battagliero, una specie quindi di padre spirituale. Anche in questo caso, l'uomo occupa rispetto a Veniero una posizione dominante, e la relazione descritta è anch'essa di tipo complementare. Quanto alla forma della relazione, Oli è dolorosamente occupato all'auscultazione del proprio corpo martoriato: perciò stesso, non può occuparsi di Veniero, ed è quindi un padre che abbandona.

Commosso, sul filo di una terrorizzazione ineluttabile e sbigottita, è infine l'incontro con il Grande Macchinatore dell'intera operazione di sublimazione, un Tritacarne consustanziale all'Etere Supremo:

«E infatti all'ultimo piano, l il più vicino all'occhio di Dio, l che si compie l'ultimo atto | della festa grandiosa della morte; l se i monatti hanno ben lavorato l al compito di domare per sempre | la pervicace volontà della carne | di vivere respirare e godere, | non occorre neppure la cautela | di portare il moribondo in catene | come agnello da sgozzare e sminuzzare: | viene messo supino sui carrelli | e spinto fino ai lindi reparti | addetti alla suprema trasformazione. | Questo sito si trova nel blocco | assolutamente più elevato, | in strettissimo segreto contatto | con l'Etere Superno allo scopo | di sublimare senza sprechi i prodotti | più leggeri della raffinazione; | è organizzato con solidi criteri | di produzione industriale di massa | con moderni ed efficienti macchinari | mossi dalla forza irresistibile | di sovrannaturali energie; | è là che avverrà finalmente | con gran pompa e rigorose procedure | l'evento degno di tanto minuziosa | preparazione del corpo e dell'anima, | il programma che agitava i sonni | allucinati di folle di malati: l la sublime misteriosa trasmutazione | dell'ignobile carne corrotta | in nobile sostanza dello spirito». L'Etere Supremo occupa, per definizione, la massima delle posizioni dominanti, e la relazione proposta è, nell'immaginario dell'uomo, la più assoluta fra quelle descritte di tipo complementare. Quanto alla forma della relazione, il Supremo distilla e sublima, e per ciò fare macella e tritura: è quindi un padre che uccide.

Da qui in poi rifiuto a Scarselli il piacere di ulteriori citazioni. Mi preme solo, riassumendo, ricordare che:

1) la maniacale precisione descrittiva (scientifica), così come l'elaborazione raziocinante (filosofica), cedono il campo al tumulto limbico (emozione) soprattutto nei passi riferibili al rapporto di Veniero con la madre ed in quelli riferibili a figure maschili dominanti, ovvero propositive di una relazione di tipo complementare;

2) la figura della madre è vissuta da Veniero nella misura dell'offerta di una relazione totale, insieme ineffabile e fisica; perciò parleremo, per i meccanismi intrapsichici di Scarselli, di presenza della madre;

3) le figure maschili dominanti e propositive di una relazione di tipo complementare sono sempre vicarie della figura paterna; la quale può allontanare (il Poeta fiorentino), oppure allontanarsi (Oli), oppure uccidere (l'Essere supremo); ma la figura dominante, che allontana, o scompare, od uccide, come esito finale propone in ogni caso la propria assenza come oggetto relazionale d'amore; perciò parleremo, per i meccanismi intrapsichici di Scarselli, di assenza del padre. Va da sé che ogni assenza è vissuta con valenze emotive che sono, spesso più delle stesse presenze, calde e talora parossistiche; ed è singolare che nessuno fra i lettori mammoni di Scarselli si sia mai ricordato di questa evidenza.

Il vissuto emotivo connesso alle figure parentali condiziona quindi la forma dei suoi interessi vitali, le scelte pratiche di vita, la sua stessa tempra affettiva di fronte all'intera esperienza vissuta: dalla Madre discende l'interesse naturalistico e, sull'onda d'un bisogno ossessivo di ordine, la ricerca scientifica come scelta di vita, che sfociano nella conoscenza ma anche nell'inquietudine. Dal Padre discendono le istanze metafisiche e la poesia come scelta di vita, sempre sull'onda del proprio bisogno di ordine, il quale porta alla conoscenza ma fatalmente anche all'inquietudine. Questo schema, per essere compreso appieno, presuppone la conoscenza dell'intera opera di Scarselli; cosa che, qualora fosse vera per molti, mi consumerebbe d'invidia. Tuttavia, dovendolo illustrare brevemente, ad essa necessariamente rimando. Consideriamo dunque più da vicino le figure parentali.

Per ciò che riguarda i meccanismi intrapsichici di Scarselli, abbiamo parlato di presenza della madre, e di coeva assenza del padre. Per ciò che riguarda la madre, la cosa è ovvia, non essendo difatti sfuggita a nessuno. Pavana per una madre defunta era un grandioso monumento funebre, scritto però – e già questo sono in pochi a saperlo – nel 1990, anno in cui la mamma di Veniero risultava perfettamente viva: ovvero, Scarselli non esprimeva affatto il dolore, bensì la paura di una perdita. Piangono ancora come bambini (1994) è invece un capolavoro di tensione perfetta ed ambigua: durante la veglia funebre, Scarselli non cede alla tentazione di alcuna riflessione: contende invece emozionalmente alla Morte, che occupa il corpo distruggendolo, il possesso della mamma. Ne Il Palazzo del Grande Tritacarne, quattro anni più tardi, la battaglia con la Morte è perduta: Veniero ricorda una mamma non più sua, essendo il distacco già sancito durante l'operato, sadico e perfetto, del Grande Macellaio.

La presenza fisica del padre, al contrario, latita durante tutto il tragitto della produzione scarselliana. Esiste solo un Grande Padre lontano, soprattutto indaffarato in metafisici travagli e per questo terrifico. Già in Priaposodomomachia (1992) pare di capire che il Grande Padre trovi caratterizzazione quale motore delle leggi, necessarie, immanenti e crudelissime, della natura. In Eretiche grida (1993) il fuoco emotivo è posto decisamente sulla doppia caratterizzazione dell'assenza (fisica) e della complementarietà immaginifica. Nel successivo (1995) Straordinario accaduto a un ordinario collezionista di orologi, la complementarietà relazionale trova esplicitazione, grottesca più che terrifica, nell'identificazione fra Grande Padre e grande attribuzione fallica (la Torre aguzza del grande Orologio); per esitare infine, ne Il Palazzo del Grande Tritacarne, in un'assenza totale del Padre, che si esplicita attraverso la descrizione di una figura dominante che allontana, o scompare, o uccide.

Si è detto che ciò che abbiamo chiamato presenza della madre sembra condizionare profondamente l'interesse naturalistico di Scarselli; le istanze metafisiche sembrano invece correlate a ciò che abbiamo chiamato assenza del padre. La poesia di Scarselli è stata, a mio parere in maniera quasi sempre scorretta, caricata di valenze psicodinamiche che non le appartengono; per una sorta di automatismo mentale, essendo la madre l'esplicito oggetto d'amore di questa scrittura, si è coralmente parlato di Scarselli in termini di tematiche edipiche, le quali sono, al contrario, lontane dal vissuto di Veniero. Quale padre si potrebbe mai uccidere, se tale figura è inesistente? Ricordo di avere scritto (Alla Bottega, n. 1/1994): «Venero non ha nessun padre da uccidere; ha invece un padre da conquistare. La differenza mi sembra sostanziale (....) Veniero non ha nessuna madre da conquistare; ha invece una madre dalla quale non vuole essere espulso. Semplicemente vorrebbe non essere nato, perché la nascita è già distacco, solitudine senza senso, dolore. Edipo insomma vuole entrare; Scarselli trova intollerabile l'idea di uscire». La posizione di Scarselli è pre-edipica: il corpo della madre è il mondo, e agire sul corpo della madre è tutto l'innocente e caldissimo possibile agire nel mondo. Lo sviluppo psichico di Veniero sembra essere fissato a questa fase di possesso del corpo della madre: il quale non è neppure desiderato, dato che già gli appartiene. La fantasia amorosa di Scarselli, lontanissima da essere ineffabile, ma proprio per questo innocente, occupa e usa, nel'immaginario fetale e infantile, la totalità degli organi della madre, ne spia la funzione biologica in rapporto a se stesso, osserva secrezioni, spasmi, rumori, movimenti: l'amore è possesso di un corpo funzionante; ma l'amore che volge attenzione a un corpo così finalisticamente laborioso è già di per sé interesse naturalistico. Sappiamo d'altra parte che l'assenza del padre corrisponde al vissuto soggettivo della lontananza di una figura complementare perché dominante; questa figura, di volta in volta identificata con il Maestro che allontana, con l'Amico che abbandona, con il Mostro che uccide, è difatto amata da Scarselli in maniera calda e parossistica; ma l'amore che volge attenzione ad un Essere ineffabile perché lontanissimo ed insieme incomprensibile, oppure crudele, è già di per sé istanza metafisica.

A me sembra che ricerca scientifica e poesia muovano Scarselli lungo il tragitto affettivo di due desideri antitetici, non realizzati perché irrealizzabili entrambi; e che le inconciliabili istanze del desiderio conferiscano a Scarselli la tensione irrequieta che è la cifra caratteristica della sua parola e del suo agire. L'affettività connessa alla scelta della ricerca scientifica procede dai meccanismi intrapsichici legati a ciò che abbiamo chiamato presenza della madre. Veniero ha con la madre un rapporto di tipo pre-edipico: il possesso della madre è il possesso del corpo della madre, e il possesso del corpo della madre è la vita stessa; la nascita, ovvero l'essere espulso dalla madre, significa essere espulso dalla vita per appartenere al ciclo infelice e mortale della materia. La ricerca scientifica di Scarselli, infatti, non è altro che la ricerca sull'anatomia e fisiologia materiali, ovvero sulla morte, degli esseri viventi. La presenza della madre è tale da indurre Scarselli a identificare la vita con la perfetta quiete uterina, e la morte con tutto ciò che all'utero non appartiene. Tutto ciò che procede dalla madre, compresa la ricerca scientifica che difatti è uno studio sulla morte, corre lungo la tonalità affettiva di un desiderio irrealizzabile, che è il desiderio di non essere nato; traducibile, sul piano della psicologia intrapsichica ed insieme relazionale, nel vile e fortunatamente irrealizzabile desiderio di non-essere.

Invece, l'affettività connessa alla scelta della poesia procede dai meccanismi connessi con ciò che abbiamo chiamato assenza del padre. Veniero ha con il padre una relazione di tipo complementare, essendo la figura paterna investita di attributi di smisurata grandezza ed essendo, per questo, perennemente lontana e irraggiungibile. Ovvero, l'assenza del padre condiziona la tensione, espressa attraverso i registri ugualmente amorosi del bisogno di appartenenza o del rancore d'abbandono, verso un essere così grandioso e lontano da avere per ciò stesso i medesimi attributi metafisici dell'Essere. Tutto ciò che procede dal padre, e massimamente la poesia, corre lungo la tonalità affettiva di un desiderio mostruoso, traducibile, sul piano della psicologia intrapsichica ed insieme relazionale, nel prometeico ed ugualmente irrealizzabile desiderio di essere. Così, le inconciliabili istanze del desiderio conducono Scarselli attraverso due sentieri che sono antitetici: desiderio di non essere e desiderio di essere. Di fronte all'antitesi, la mente umana è smarrita; ancor più, quando l'antitesi prospetta due traguardi confusamente avvertiti nella stessa misura come irrealizzabili; ed è precisamente questo smarrimento, che dà ragione dell'inquietudine esistenziale di Veniero; il quale, sul piano degli interessi e delle conseguenti possibili scelte di vita, non approda a nulla che possa collimare con la viltà del desiderio di non essere, oppure con l'assoluta grandezza del desiderio di essere.

La poesia è parola di ciò che siamo, e non altro. Ed è per questo che la poesia di Scarselli, a dispetto dell'Autore lontanissima da qualsiasi espressione di ordine che non sia puramente formale, ha viceversa la misura precisa dell'inquietudine. La quale è sentimento patico universale e fortemente umano: accompagna infatti qualsiasi metafisica che cerchi di apporre senso al viaggio necessario e terribile dell'uomo; che da sempre parte dalla calda acqua dell'utero materno per approdare alla soglia della luce perfetta e disumana, e perciò paurosa, dell'Essere.

Recensione
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