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Prefazione a
Uno squarcio di sogno
di Daniela Quieti

La scheda del libro

Aldo Onorati

La silloge di Daniela Quieti, Uno squarcio di sogno, porta ad esergo alcuni versi di Mario Luzi e di Giulio Panzani, quasi un’introduzione etica, oltre che poetica, alla raccolta che esaminerò via via.

Il titolo è dato dalla prima poesia del testo, da cui prenderò ora i primi cinque versi (dosati metricamente fra il novenario e il settenario, con un senario sdrucciolo). Eccoli:

“Scusami se so darti solo
uno squarcio di sogno
sbiadito d’anima e di cielo.
Ampi strappi schiudono
la cavità del mio essere…”

Non a caso la poetessa imposta un discorso lirico su una lievissima corda sentimentale e constatativa: l’essere umano si pone all’altro in un dubbio, che impone le scuse, prima della dichiarazione esistenziale che svela uno stato d’animo fatto di strappi che schiudono la cavità dell’essere. A questi versi di apertura, bisogna fare sempre riferimento lungo il contatto spirituale che l’autrice ci permette di conoscere tramite un graduale disvelamento condotto attraverso ipometri rapidi e lapidari, talvolta formati da un’unica sillaba, quasi a contrazione gnomica di essenze interiori, alle quali ci trasporta, in modo paradigmatico, il bagliore di certi versi dal forte simbolismo che passa dietro la metafora:

“Pagine di baci
chiesti alla cenere
di un dolore compiuto
per imparare a declinare
una nuova grammatica “.

Ecco: c’è, nella tessitura poetica di Daniela Quieti, una morbidezza orchestrale che si coniuga con la chiarità espressiva, ove il dialogo ideale con l’attore comprimario della narrazione si fa concretezza di espressione, evitando i concettismi tanto cari ai nostri giorni in cui la mancanza di ispirazione nutre la ragioneria della parola. Daniela Quieti rifugge per programma interiore dagli arzigogoli d’una metafisica falsamente dialettica. Indico, per tutte, l’esempio d’una straordinaria lirica (“Al principio del giorno”), in cui, con elementi semplici e quotidiani, con lacerti comuni al nostro discorrere, con sintagmi che si fanno metro (prevalentemente decasillabico), Daniela Quieti ricrea un’atmosfera magica, un incanto di prima mano, immediato e non di riverbero. La margherita fuori stagione è così bianca da far luce quando sale la sera, una sera metaforica, come “l’alba leggera | all’inizio della primavera” – e assai funzionale è la rima baciata, in quel gioco di alternanze metriche che vanno dal citato decasillabo piano al ferecrateo e al novenario – che a me pare il pentagramma connaturale a Daniela Quieti.

Per sfiorare la tecnica del verso, è indicativo notare come l’autrice sia osservante della regole che fanno credere alla declinazione metrica. Mi spiego: molti, con la scusa della libertà espressiva, vanno a capo a caso, mentre anche il poetare cosiddetto libero ha le sue vie, una sua grammatica, che deve identificarsi con il metro interiore; sta al poeta saper scegliere il battito congeniale alla sua realtà lirica e, quando la riga spezzata è arbitraria, l’occhio impietoso del giudice se ne accorge.

Per Daniela Quieti il discorso cambia, perché la poetessa ha saputo trovare la sua cifra espressiva aderente, per cui nulla appare forzato, tutto ha un battito naturale (sebbene, come dice Seneca, l’arte consiste nel nascondere l’arte). Mi riferisco alla lirica “S’apre una veranda” in cui troviamo rime interne, rime baciate, assonanze lontane, enjambement a effetto, infinitivi spaziosi, intrusione dell’ottonario accanto al ferecrazio piano: sono convinto, ormai, di quanto avevo intuito già dalla lettura dell’altra silloge “Cerco un pensiero”, nonché di “Altri tempi”, raccolta di storie che Giulio Panzani definisce acutamente “storia nella quale la metamorfosi delle cose rappresentate alimenta sia un’introspezione accorata che una potenzialità emotiva”.

Man mano che si procede nella lettura di Uno squarcio di sogno, si coglie un lievitare graduale, ma ininterrotto, di approfondimento pensoso delle situazioni, delle cose, che colgono le antifrasi, le contraddizioni feconde, le sineciosi intellettive (“un tempo | senza tempo”), le riflessioni filosofiche (“il ricordo illusorio | come luce di luna | che senza calore | solo all’anima converge”).

Ma arriviamo alla punte più alte della silloge, ad esempio: “Donami silenzi”. Eccola, leggiamola insieme, per gustarne il fuoco emotivo e il potere di sintesi d’una appassionata “accettazione-richiesta”. Siamo all’interno dell’amore come superamento della stasi che talvolta i poeti si cantano addosso. Qui il compimento è in nuce, ed è già effettivo, come un ossimoro stravagante:

“Ti ho aperto il cuore
puoi entrare
quando vuoi.
Ma non ardermi
d’emozione
se non vuoi vedere
un uragano di cenere
che mi travolge.
Lascia il fuoco
al vento dei sogni
stringi la mia mano
donami silenzi”.

È una lirica polisemantica, di antitesi, di slanci e riflessioni, ove – per usare il bruttissimo esempio dell’automobile: brutto ma efficace – il piede sull’acceleratore coincide con la pressione che fa l’altro sul freno. Mentre in meccanica l’effetto è disastroso, in poesia è bellissimo!

“Vedo una casa bianca” è altrettanto riuscita della precedente (“Vedo una casa bianca | sola tra il verde | come una speranza”), piena com’è di spunti e di ricordi, come nella “saggezza antica | che accetta la fatica”, al pari della saggezza in genere che accetta l’inevitabile (anche in amore).

Ora, proseguendo nella lettura, indico una riflessione su “Mai saprai”, ove l’ipometro conduce alla fine e dà il senso della inesorabile velocità del tempo non goduto, pieno di rimpianti, se l’assenza trafigge la speranza (potente immagine metafisica), la quale, come drappo steso sulle emozioni dei protagonisti, non rivela l’entità della vita “sprecata” a danno degli attori principali d’una storia tutta interiore, dove parla solo Francesca e Paolo piange e tace (per dirla con Dante).

La predilezione per l’ipometro si spiega con la ricerca dell’essenzialità, dal momento che ogni parola è depurata dagli orpelli (ad esempio, l’incipit di “Non è vero”, che è affermazione sicura, la quale apre a un discorso serrato sulla morte come donatrice di serenità, poiché i suoi occhi sono seducenti di promesse e non cavità vuote). Così, a seguire, una più bella dell’altra, “Un prezioso ricamo” e “Ogni giorno” (straordinaria l’invenzione e la tessitura di metafore che prendono a viva forza il lettore: “Ogni attimo | che vola | lascia | spine| sullo stelo | sperando | che domani | sbocceranno | rose”).

Insomma, il male nel mondo non è possibile passarlo sotto silenzio, ma talvolta i fiori vengono più belli dal letame (“Dall’angolo di un cornicione | tegole sporgono nere | come denti di strega. | Ma una rondine abita lì”). La filosofia della vita della nostra poetessa si compendia in queste virate d’intelligenza estetica, ove il denominatore comune è la riflessione sul tutto che ci coinvolge e alimenta (si legga l’altrettanto incisiva e ossimorica lirica “Ancora una parola”, e la chiusa di “L’attesa”, splendida invenzione di trasposizioni d’elementi che rendono originale un fremito, un pensiero, un’emozione, una dichiarazione: “Dalla pietra nera | l’eco di una preghiera | giunge alla chiara scia | di una vela lontana | tra voli di gabbiani | sulla vecchia scogliera | nel soffio della brezza | come fremito sull’acqua | increspata dall’attesa”).

Ora, una domanda mi preme dentro, specie leggendo “Il mio posto”, che sta sulla cresta di questo angolo di mare lirico inventato da Daniela Quieti: chi è “l’altro”? Certo, non è né un nome né un’ombra, bensì una realtà chiamata, raffigurata, interpretata, subita, carezzata, anche dominata dalla protagonista: è un personaggio vero, perché antitetico al primo attore e, nello stesso tempo, coesivo, osmotico nelle sensazioni, nel pathos, nelle illusioni di fragili promesse (si legga “Tu”), in un tormento che meglio non poteva esprimersi: “Resta vicino a me | quando ti dico amore | e non dici amore | tu, quale amore”. Né interrogativi, né esclamativi, neppure puntini di sospensione, per cui la lettura diviene polisemantica, fortemente allitterativa, in una sorta di litote spirituale.

Amore è la parola-chiave. Ma l’originalità di questa silloge, tra l’altro, sta nel non definire l’amore, bensì nel darne il senso contraddittorio, liberatorio, di sogno e di “disillusa speranza”. Ma con grande forza vitale, senza perdere un battito semantico.

È una silloge riuscita. In che senso “riuscita”? È difficile dirlo, perché la poesia, quella lirica (in quanto c’è pure la poesia epica, elegiaca, umoristica, filosofica etc. poiché poesia significa creazione di una cosa che non esisteva prima, e in questo contesto può essere poeta anche il freddo matematico), ripeto: quella lirica, si può confondere con tanto sentimentalismo autobiografico oggi ancora così diffuso nei lamenti che ”vanno a capo”. Ma Daniela Quieti non affonda nella mollezza del discorso: anzi, in un serrato procedimento lirico - gnoseologico, va al sodo delle questioni, senza però dogmatizzare, perché la sua parola pone sempre anche un contrario, che è poi il seme del dubbio fecondo e della poliedricità della vita.

Questo è un preludio alla lettura di questa silloge, tutta sospesa in voli ipometrici, sapienti di stile, nudi nella struttura sintattica, ossimorici nella logica (come il mondo e l’esistenza). Cosa altro dire?
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