Servizi
Contatti

Eventi


I poeti e i fiori

da: Natura e Poesia (2005)

Viene spontaneo associare i fiori alla primavera, che nella consueta raffigurazione porta sul capo un serto gentile e procede sopra un tappeto d’erba disseminato di svariati colori.

E com’è gradevole, in un prato o in un giardino, accarezzare qualche ridente corolla, immaginando i fiori come il sorriso della terra, così come li disse, in una delle sue agili e graziose “canzonette”, il savonese Gabriello Chiabrera (1552 – 1638): “Se di fiori un praticello / si fa bello, / noi diciam: - Ride la terra.”

I fiori sono il naturale termine di paragone della soave bellezza femminile, quale la idealizzarono gli stilnovisti: “Voglio del ver la mia donna laudari, / e assembrarli la rosa e il giglio …” cantava il bolognese Guido Guinizelli ( c. 1240 – 1276).

Il fiorentino Guido Cavalcanti ( c. 1250 – 1300) celebrò una giovane concittadina, monna Vanna, che, per la sua avvenenza, era soprannominata Primavera: “Fresca rosa novella, / piacente Primavera …”. Concepì la gioiosa e “fina piagenza” di lei come diffusa nell’incanto della stagione novella; e uccelli e prati e campi sono chiamati ad esaltare la “altezza pregiata”, la nobiltà della “angelicata criatura”.

Nel Quattrocento, Angelo Poliziano descrisse scenari naturali fantastici, in cui fece muovere personaggi mitici, come in una bella favola. Egli, ne “Le Stanze”, conduce agilmente la nostra immaginazione nel regno di Venere, che si stende, sereno ed estatico, nell’isola di Cipro. Là è una continua esultanza di colori, giacché Zefiro, ovunque vola, riveste i campi di fiori; e la stessa erba, che ne viene cosparsa ( diventando “bianca cilestra pallida e vermiglia”), “di sue bellezze ha meraviglia”.

L’erba e fiori ci si mostrano, in tal modo, creature sensibili.

L’elegante poeta, in un’ottava perfettissima fra le sue più perfette, ci fa vedere “la mammoletta verginella”, che pudicamente “trema / con gli occhi bassi, onesta e vergognosa”, al contrario d’una rosa già schiusa, la quale, tutta ridente e provocante “ardisce aprire il seno” all’ardore del sole.

E c’è un’altra rosa che, appena uscita dal bocciòlo, si mostra con far vezzoso, quasi fosse una fanciulla che si affacci civettuola alla finestrella. Consunta ormai dal calore, una rosa, alfine, si disfà languidamente …

Anche se nel quadro si vuol vedere l’allegoria della caducità della bellezza, pur ci si sente il fascino della bellezza che promette diletto e che pur sempre si rinnova.

° ° °

Se ne sta, invece, ascetico, in un luogo remoto, con lo stelo palpitante ai soffi “d’aure selvagge”, “il tacito fior” che Alessandro Manzoni (1785 – 1873) ha rappresentato in un frammento dell’inno ch’egli avrebbe voluto dedicare ai Santi, e rimasto incompiuto.

Come ha fatto notare Attilio Momigliano: “Il Manzoni scrisse “tacito”, pensando anche ai pii solitari, alla loro vita di silenzio … Poi, tacito, in quel luogo deserto, dove l’unica cosa viva è il fiore, dà un’anima umana al fiore e quasi lo rappresenta raccolto in una solitudine pensosa.”

Dove Dio lo ha fatto sbocciare, un tal fiore apre solamente verso di Lui la corolla dipinta; verso il cielo sconfinato manda il profumo del calice, come da un incensiere, fino a che non appassisce e muore, ignoto agli uomini, mai colto da nessuno.

Così, ricchi di “solinghe virtù”, sono vissuti gli eremiti: contemplativamente e oranti soltanto per il Signore.

° ° °

Ma veniamo ai modesti fiori cui rivolge la sua attenzione Giovanni Pascoli (1885 – 1912) in “Myricae” (prima ediz. 1891), giacché, come egli afferma, seguendo Virgilio, “piacciono gli arbusti e le umili tamerici”.

E troviamo la rosa di macchia, detta anche rosa canina, che ha soltanto cinque petali di colore variabile dal bianco al carnicino, e che nessuno ricerca. Ma il poeta le dice di non dolersi d’essere trascurata … Colgano pure le rinomate rose dai numerosi petali …

Quando lo spoglio roseto si agiterà scosso dal freddo vento che sibila, la siepe farà, invece, brillare, in mezzo al grigiore dell’inverno, le sue lucide bacche vermiglie.

E in pieno inverno, quando tutto è gelato, il poeta si stupisce nel vedere un mazzolino di violette, che una vecchina reca con sé; e le chiede da dove provengano.

E la risposta è che esse crescono in un prato in cui sgorga dal sottosuolo una vena perenne d’acqua tiepida; le donne vanno là a fare il bucato, anche quando c’è la neve.

Il Pascoli è indotto a fare una considerazione d’ordine morale … La calda onda dei sentimenti, quando continui a scaturire da un cuore rimasto nobile e puro, deve pur riuscire a sciogliere il gelo che vi ha depositato la sventura; a far spuntare nell’anima afflitta dall’odio altrui, qualche viola che le restituisca un poco di serenità.

Anche Carmine Manzi (Mercato San Severino, 1919 – 2012), che spesso ha rivelato sensibilità pascoliana, ha prediletto quei fiori del prato, che “insieme formano chiazze gialle /come una covata di canarini fuori gabbia”. Sono senza profumo, e nessuno si ferma a coglierli … Ma il poeta è andato ad osservare anche quelli che spuntano tra i sassi, lungo i binari della ferrovia: passa il treno, ed essi “ondeggiano, ma poi rialzano il capo leggero”. Così, dopo ogni avversità che lo investa, l’animo deve di nuovo sollevarsi, guardare di nuovo il cielo.

E sono comuni fiori campestri quelli che presenta Attilio Bertolucci ( 1911 – 2000) nella breve, ma luminosa poesia dal titolo “Primavera”.

Spicca il ranuncolo che, con i suoi petali smaltati d’un giallo vivo, quasi “rischiara” la folta erba del prato, mentre le margheritine, che si son disposte in bell’ordine lungo il margine del sentiero, sembrano “stupite” (ma veramente stupito lo è il poeta …) della rinnovata, ridente campagna circostante.

° ° °

Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) ci fa, invece, conoscere nelle poesie di “Alcyone” (1903) fiori rari e silvestri. Il poeta fa dire a Derbe (che dialoga con Glauco): “Io so dove fiorisce l’asfodelo”.

Ha veduto il pallido fiore – che gli antichi Greci credevano crescesse negli oltremondani campi elisi, assegnati alle anime dei virtuosi – sia nella conca del Mugello, sia in luoghi rocciosi, sia tra le erbe della Maremma; e qui “forse / ei sorride all’imagine dell’Ade /morendo sotto l’unghia dei cavalli.”

Ci sono la madreselva (o caprifoglio) e la viorna (o vitalba), con il loro profumo a “intenerire i tronchi”. Su per gli aspri pendii del monte La Verna, l’avornio fa ciondolare, a maggio, grappoli di fiori dorati.

Ed ecco, in luoghi elevati e rupestri, sotto il cielo in cui s’alza e grida l’aquila, ergersi i gigli rossi: “Spiriti immortali / pareano i gigli nell’eterna chiostra” …

Ma Glauco dice: “O Derbe, quanti fiori fioriranno / che non vedremo, su pe’ fulvi monti! / Quanti lungh’essi i curvi fiumi rochi! / Quanti per mille incognite contrade / che pur hanno lor nomi come fiori, / selvaggi nomi ed aspri e freschi e molli …”

I due si ripromettono di andare a vedere, in autunno, sia la genziana, sia il colchico nei prati, nei pascoli alti, vicini alle nubi.

D’Annunzio, con la curiosità e con lo spirito di meraviglia propri del poeta che ritrova in sé, nei momenti migliori, “quasi improvviso / ritorno dell’infanzia più lontana”, aveva effettivamente scoperto quei fiori durante le sue peregrinazioni estive in solitari luoghi toscani, dove “perduta è ogni traccia / dell’uomo. Voce non suona.”

Appaiono, al contrario, frutto d’invenzione ricercata le quartine intitolate “Sinfoniale di maggio” dell’emiliano Enrico Panzacchi (1840 – 1904), il quale, oltre che poeta, fu narratore, critico, storico dell’arte, conferenziere facondo e wagneriano fervente.

Egli immagina che, durante una chiara notte di maggio, nel parco deserto, i fiori si esprimano non col proprio colore o profumo, ma con la propria musica, sicché, insieme, formino una “nova sinfonia piena d’incanti”.

I fiammanti garofani diffondono le note acute degli stradivari.

Gli anemoni, i mughetti e le viole hanno un suono più tenue, più delicato, proprio dei “teneri liuti”.

I candidi gigli emettono vibranti lamenti, come quelli dell’ottavino.

I fiori degli arbusti rampicanti trillano soavemente come flauti.

Squillano gli oleandri, come trombe.

Le rose, alfine, sembra che assumano una voce favolosa nell’emanare allettanti frasi d’amore: “cantano dolce come le Sirene”.

Il fiore candido

Odora, odora il fiore intensamente:
candido ci si mostra, appena schiuso,
del silente mattino sulla soglia.

Avrà, il nostro linguaggio,
la chiarità dei petali nel sole,
e il succo delle intime radici.

I fiori oltre la siepe

Sembrano irraggiungibili
i fiori oltre la siepe …

Ma tu, col tuo sorriso,
vieni a privarla delle spine e a schiuderla;
bianche corolle offri mattutine,
dal segreto profumo!

Il fiore del silenzio

Simile a un fiore schivo
è il silenzio scoperto in questo luogo,
all’incerte sorgive dell’aurora.

Si stenderanno lievi, al primo sole,
i petali; staremo a meditare,
lo sguardo fisso al placido prodigio.

Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza