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Sulle tracce di Gabriele d'Annunzio,
personaggio e attore attraverso la sua "collezione" di donne e donnine

Seppur studioso di vaglia, Francesco di Ciaccia, come spesso accade, è sconosciuto al grande pubblico vuoi per personale ritrosia, vuoi perché quanto è andato fino ad ora scrivendo ha trovato spazio solo presso editori specializzati, lontani dai clamori dei grandi numeri. È il caso infatti anche di questo suo D’Annunzio e le donne al Vittoriale con presentazione di Pietro Gibellini, per le edizioni Asefi - Terziaria, di Milano.

Si direbbe a prima vista l’opera di un erudito, utile solo ad appassionati ed addetti ai lavori, ma non è propriamente così. Almeno non solo. Di Ciaccia infatti s’è qui trasformato in un investigatore alla Sherlock Holmes che, talvolta un poco moralistico, talaltra divertente e salace, ci accompagna nello spulcio dell’inedita corrispondenza che il vate teneva quasi giornalmente con la sua infermiera privata, Giuditta Franzoni. E lì, tra richieste peregrine, ordini di servizio e sbalzi d’umore, il sorvegliato è non solo D’Annunzio e il suo comportamento «“heroicoerotico”, estetico, che tendeva a conservarsi in ogni circostanza», ma tutta la fauna variopinta di donne e donnine, giovani e meno giovani, che ne hanno allietato l’esistenza all’incirca dalla fine degli anni Venti.

Fin qui ancora niente però. Lo studio sembra somigliare alle tante altre ricerche che analizzano i carteggi e indagano tra la corrispondenza privata dei personaggi celebri, dando a volte materia per un supplemento d’indagine critico-testuale, più spesso catalogando stranezze o formulando ipotesi inattendibili, frutto di un pourparler senza capo né coda.

Questo libretto invece fa tutto il contrario. Di Ciaccia la sa lunga infatti. E non transige sul metodo, fatto di riscontri precisi, documentati e controllabili, ma neppure sorvola sulle possibili inferenze testuali. E non solo. Si diverte anche e soprattutto diverte il lettore, perché il D’Annunzio – e il gabrieldannunzianesimo – che balza fuori da queste pagine è vivo e vero come non mai, a tutto tondo, con le sue idiosincrasie e le sue malinconie, la sua retorica e i suoi slanci vitalistici.

Inoltre il commento che il curatore fa seguire ad ognuno dei bigliettini, che poi la Franzoni ha donato ai vicini cappuccini di Barbarano di Salò, pur se chiosa “comunicazioni di servizio”, fa luce su alcuni fatti fino ad ora dati per certi. La morte del poeta ad esempio, che la vulgata voleva avvenuta allo scrittoio, nell’ultimo degli inimitabili momenti creativi, è qui invece documentata in ben altro modo, prosaico e banale quant’altri mai. Non è lesa maestà certo, il re era nudo da tempo, ma ugualmente il D’Annunzio personaggio e attore che trascorre in queste pagine è tale, anche nel ridicolo, da far impallidire qualsiasi macho nostrano, in canottiera o in doppio petto.
Recensione
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