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Affari di cuore

Eros e Thanatos

Si pensi all’Ovidio degli anni suoi migliori, magari passato attraverso Lorenzo da Ponte (il catalogo è questo!), infine disposto a un ritmo sincopato di versicoli danzanti su un ansimare di percussione in sottofondo. Discreto, benché un poco ossessivo: data l’unicità del tema per centoventi pagine buone. Un tema con variazioni, naturalmente, avvivate da inesauribile inventiva; così come con astuzia sono messi a regime i versicoli, incardinati a dovere da rime e assonanze non invadenti ma fondamentali a lubrificare cursus e tornitura. Un regesto dunque, un catalogo, appunto, un campionario di ars amatoria, un’enciclopedia, sia pure fatta per fragmenta, diligentemente monotematica.

Questi gli Affari di cuore di Paolo Ruffilli. Dove il “cuore” in questione, benché più volte contrapposto a “testa” – non va riportato a una sensiblerie idealizzante, che sarebbe troppo fuori moda; né è più tempo, il nostro da mettere a confronto amor sacro e amor profano –. Qui il discorso punta diritto al centro della questione: l’eros primigenio, l’impulso irrefrenabile e arcano che ci spinge a cercare l’incontro con l’altro da sé fino all’immedesimazione e alla perdita dell’identità. In un congiungimento che è insieme accrescimento di vita e annullamento, e quindi agonia di se stessi. Tutto ciò che da sempre si è compendiato nell’endiadi Eros e Thanatos. La faccenda è seria, dunque, e tutt’altro che frivola: anzi la più seria – affascinante e misteriosa – che ci è dato di sperimentare nella nostra esistenza, oltre alla nascita e alla morte. E allora questa indagine in versi, benché briosa e accattivante nella leggerezza di toni, è, a modo suo, impegnata e impegnativa.

Nel primo dei quattro tempi in cui la partitura si articola (Per amore, Canzonette della passione amorosa, Guerre di posizione, Al mercato dell’amor perduto) prorompe trionfante l’amore sorgivo, la passione irrefrenabile che viene allo scoperto, paga di sé, senza più remore. La sua figura cardine è l’ossimoro, in cui appunto si dispiega la sua natura contraddittoria: se è vero che il massimo piacere sembra portar con sé, nel momento stesso dell’esaltazione, un doloroso travaglio.

E qui dunque le infinite sfaccettature di questo amoroso spasimo: “io non trovo pace / se non nell’agonia” (Frenesia, p. 11); “e non respiro più / dentro di te, / sono già morto” (Come la neve, p. 30); “laggiù in fondo / nella frana mai finita … il respiro della vita” (Stato perfetto, p. 34): dove Thanatos, dunque, è morte ma anche resurrezione. Perché l’assurdo insito nella passione regna sovrano: “Ma più ti mangio / e più mi metti / fame” (Fame, p. 10); e, per la stessa follia, medicina può accordarsi, e non solo rimare, con carneficina (Ti voglio, p. 28). In Nel letto, poesia che è riportata giustamente in prima di copertina, gli ossimori sono a grappoli: “Il letto per l’amore / è un campo di battaglia … vi dura la pace / nella guerra … più si è morti / più si vive meglio da risorti / e, colpendo, ognuno / vuole essere trafitto”.

Ma finora sono in campo il sangue e la carne e le mille fantasie che i cinque sensi riescono a innescare. Solo dopo vengono le complicazioni del “cuore”: l’affetto, il ricordo, l’attesa, la delusione, la stanchezza, persino il tentativo di rivalsa: la vendetta. Di questa sconfinata gamma di emozioni, il variegato ventaglio di sentimenti e di presentimenti, presagi e sospetti, danno ragione le tre sezioni seguenti. Non a caso la seconda sezione evoca la casistica della “passione amara”. Intanto ci si accorge che, comunque sia, gli amanti non sono soli, devono fare i conti con gli altri, la società. A questi trasalimenti rimandano già i titoli: Di nascosto, Dubbio … In Vendetta (p. 58) già si profila un’altra che subentra. Più docile, meno pretenziosa? Ma, in realtà, lui la chiama col nome della prima: perché “in lei / cercavo te” – confessa in Tutta quanta (p. 59) –. Tutta una serie di rifrazioni e di moltiplicazioni nel gioco complicato di amanti amati quasi per compensazione e per mutuo soccorso (Sorpresa, p. 60).

E si arriva al tormento, nella prospettiva del distacco, alla notte dell’abbandono (Sull’orlo della notte, p. 64). Anche l’ossimoro è ora sbilanciato nei due termini, perché l’elemento negativo viene in primo piano: “Infelice / nella mia felicità” (in Passività, p. 68); oppure: “…la combinazione / che ci unisce / è quella che ci esalta / e ci punisce” (Combinazione, p. 69). Alla fine può confortare solo la compensazione del sogno (Sogno, p. 71). Lei ormai tende a scivolare via, e si concede solo a rate (A rate, p. 72). Il conflitto fra “testa” e “cuore” ormai è solo a svantaggio di quest’ultimo: “quella, sì, lo illude / e lo calpesta … nel fondo lo disprezza” (Dopo la tempesta, p. 75).

In Guerre di posizione ormai si parla di tattica e di strategia. L’amore si guarda come riflesso in uno specchio e si scruta. Siamo ormai al tempo della riflessione, al calcolo delle convenienze, la misurazione del dettaglio. Come in una partita a scacchi si considera quante possibilità ci restano di vincere o di perdere. In Regina (p. 86) c’è già il riconoscimento esplicito che è lei la più forte: capace di essere comunque tutta intera, sia di qua che di là (pensando all’altro): “perfetta / nel tuo essere a metà”. Sicché alla fine lui, tanto per consolarsi, è costretto a concludere: “Se non ti amo più / però ti ho / molto amato / e non è stato vano / perché, perdendo, / mi sono ritrovato” (Controcanto, p. 94). Come dire: l’avevo già messo nel conto: “Sapevo tutto / già in partenza” – con la magra consolazione dello sberleffo ironico – “… sono stato però / in definitiva / la tua vera vacanza / trasgressiva” (Già in partenza, p. 108).

Resta solo al Mercato dell’amor perduto, quarto e ultimo tempo della parabola, il tempo dei bilanci e delle considerazioni, vane ormai come tanti ricordi, del perché e del percome (Perché l’amore, p. 114; Legame, p. 115), sulle caratteristiche (Infiammazione, p. 116; Tensione, p. 117). Insomma, la rievocazione come referto. Su come nacque (Maggio, p. 118 o Pensiero, p. 119), di come cominciò a declinare e a svuotarsi: “per me è dolore / che ti dimentichi / del contenuto / per il contenitore” (In posa, p. 120). Si riaffaccia anche la dialettica di testa e cuore: “Chi usa la testa / e chi si affida / al cuore”: con la relativistica conclusione che non c’è una legge certa: ché “tutti e due i modi / possono sbagliare” (Il dubbio, p. 121). Nella ricognizione del dare e dell’avere c’è un po’ di tutto: le conquiste, le perdite, le rinunce, le costanti, le eccezioni, le età:. Certo chi è giovane può rischiare di più, ma ha i suoi vantaggi anche la maturità di “chi ha / già avuto tutto / e non si aspetta niente” (Che cosa, p. 130). L’unica cosa certa è che non si può tornare indietro. Meglio forse, finché si è in tempo, ricominciare da capo. Forse è proprio per questo, per attenuare la malinconia del congedo, che il virtuosistico tour de force di Ruffilli menestrello-filosofo dell’amore si conclude là dove era cominciato: con un’orgia dei sensi, tanto per richiamarci all’angolazione scrupolosamente antispiritualista della faccenda. Aveva cominciato con Fame (p. 10): “Può darsi / sia un retaggio / cannibalesco …”; il cerchio si chiude con Mangiando (p. 131): “in una fresca delicata / mangiata mia di te / della tua pasta … lì ho sentito / che mangiando / andava gonfiando / l’appetito”.

Recensione
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