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Strade di versi

Davvero sarà da sfatare il luogo comune secondo cui il talento va a braccetto solo con una vita sregolata. Forse l'inquietudine, sì: ma l'inquietudine è altra cosa, più sotterranea e sfuggente, e si concilia benissimo con la sensibilità.

Dev'essere questo il caso — che è quasi ormai un "caso letterario", almeno entro il pomerio della capitale — del giovane Carlucci. Chi se lo ricorda ancora tra i banchi del liceo (la sorte ha voluto che l'estensore di questa nota sia stato un tempo tra i suoi insegnanti), può testimoniare di un alunno zelante e ordinatissimo, e, più in là, di un laureato dotto e compito, particolarmente versato nelle discipline storico-filologiche: apparentemente più il tipo dell'erudito che dell'artista. Invece ecco che dalla crisalide della filologia, almeno per una volta, è nato un vero poeta. E il recensore, che a suo rischio, non può negare un di più di coinvolgimento personale, è pronto a salutare il fatto compiuto con commozione. Con commozione e non senza la meraviglia di aver assistito a una trasformazione di prodigiosa rapidità. Perché da quella crisalide si è vista uscire dapprima una farfallina, e la farfallina, appena invitata a scendere dal dito, ha volato poi in cieli sempre più impegnativi. Sospinto da un furor, peraltro assai coscienzioso e controllato, l'ex ragazzo introverso si è buttato nella mischia. Ha aggiornato i suoi modelli, ha dischiuso audacemente i suoi orizzonti, mettendo a frutto tutte le sue doti di sensibilità, di intelligenza prensile, di formidabile memoria.

Con disinvoltura ha piantato sul tronco della sua solida preparazione di umanista una quantità di nuovi spunti tecnici e stilistici per aprire le spanne alle più diverse soluzioni formali. Non solo: ha accompagnato questo gran lavorio di ricerche teoriche alla frequentazione assidua dei luoghi in cui la poesia si leggeva e si discuteva, ha partecipato all'attività di circoli e associazioni, ha incontrato personalmente poeti, piccoli e grandi, giovani e meno giovani, con discrezione ma anche con determinazione si a reso amico a molti di costoro facendosi apprezzare per la sua cultura e per la sua passione. Alla fine, promosso sul campo a collaboratore-factotum di varie riviste, ha potuto dare del tu anche ai padreterni. Con tutto ciò, nel giro di un paio d'anni (2010-2011), ha messo a segno due libri di poesia originali: l'uno e l'altro tenuti a battesimo da prefatori di grande prestigio, Emerico Giachery e Eugenio Ragni.

Di questi libri, sorvolerò sul primo (Dicono i tuoi pettini di luce. Canti di Tuscia, Edilet,
Roma 2010) — anche perché c'è chi ne ha già parlato: una raccolta tutta sul versante lirico, piena di bei versi luminosi, ma ancora un po' impacciata da qualche indugio estetizzante. Parlerò invece, con felice stupore, del libro più recente, Strade di versi, L'aura di Roma editrice, 2011. Dove si può cogliere in atto una straordinaria evoluzione solo a mettere in serie cronologica i vari testi (tutti opportunamente datati), a prescindere dall'ordine che li colloca nelle diverse sezioni. Si vedrà agevolmente come da una certa staticità contemplativa si passi per gradi a un ben più sciolto dinamismo ritmico ed espressivo: che culmina soprattutto nelle pagine, assai coinvolgenti, dedicate all'evocazione di una Roma odierna, caoticamente frenetica ma insieme assediata dal tedio e dall'aridità spirituale. Pagine anche satiriche, vivacissime nell'invenzione lessicale, con acuti di tono espressionistico, intrise tuttavia di amarezza e larvate di compassione.

Ma il primo dono del libro — quello che a nostro avviso ne suggella la maturità raggiunta — la consapevolezza autoironica con cui questo quarantenne si presenta guardandosi allo specchio: Adolescente annoso che palpita e sogghigna / uomo più segreto piovoso di parole ... ferito dal male degli altri in un gioco di / sillabe guarito dal silenzio (p. 25); Motto vitale, pur sembrando / ai più un po' indifferente / talvolta, anzi spesso, saccente... Va contro tendenza / adolescente tardivo ... come un'anima bella (p. 30). Versi, questi, che, nella puntigliosa ricerca di verità psicologica, sottintendono il bisogno di uscire allo scoperto, di confrontarsi e, ove occorra, compromettersi con la realtà esterna senza più limitarsi a guardarla dal di fuori, come affacciandosi a una finestra, col distacco, appunto, dell'`anima bella". Eliminato ogni filtro tra sé e il brulicare della vita, si attenua ora o scompare quella rigidità d'impostazione, prima denunciata, per esempio, dalla frequenza di certi verbi ancora impigliati alla prima persona.

Nelle pagine più mosse e più vive concepite negli ultimi tempi, il soggetto davvero appare riassorbito tra le lacrimae rerum. Davanti allo spettacolo esagitato e caotico della metropoli, in mezzo al degrado di ogni valore, vissuto nell'indifferenza e nell'anonimato, di fronte alle nevrosi degli individui, alle ingiustizie sociali, alla volgarità generalizzata, la reazione può essere acre, talvolta sarcastica, comunque razionalmente castigata,mai incompostamente emotiva. Soprattutto nelle scene di vita della Roma dei giovani, la conoscenza diretta di certi comportamenti, di certi linguaggi anarchicamente spaesati tra iltecnologico e il burino (la familiarità di un giovane professore con qualche sgangherata scolaresca di periferia può esser stata preziosa), svela l'animo di chi cerca di capire un mondo pur così lontano dalle proprie aspirazioni senza rifiuti aprioristici o facili moralismi.

Fermo nelle sue convinzioni etico-religiose, del resto assai sobriamente esibite, il nostro poeta sa anche essere leggero e frizzante, abile nei pastiches lessicali, efficace nel mescolare il solenne al triviale, il latinorum al romanesco di gergo, ingegnoso nel condurre in porto gustose parodie letterarie. In questo senso fa spicco quel vero tour de force che è la pagina conclusiva del libro (L'altro Pascoli, p.148), che combina inestricabilmente un centone di titoli e luoghi pascoliani agli ingredienti pur beceri dell'odierna TV spazzatura. Come a dire che le melensaggini del "buonismo" d'antan si fondono alle sguaiataggini d'oggi, giacché habent sua fata, inesorabilmente, tutte le epoche, ma nel kitsch sono spesso parenti.

Le cose migliori le troviamo soprattutto nella seconda, pur corposa, sezione del libro, ove Roma è titolo e soggetto della scena poetica. Qui vivacemente evocativi e densi di implicazioni suonano già i sottotitoli dei vari quadri in cui il discorso si sgrana: Geografie d'asfalto e altre solitudini (dove si smarrisce, nella mancanza di interiorità e di silenzio, il senso stesso del vivere); Eternit(à) (dove il bisticcio gioca sul contrasto tra "le mura e gli archi" e il trivialissimo materiale di cui i gloriosi ruderi spesso si ricoprono); Roma ciak (con tutti gli echi di una romanità di cartapesta, cinematografara e grassoccia); Solfeggi di marmo (variazioni su di una ingombrante eredità archeologica in balia di ogni ludibrio di massa); Rotate verso (visioni di squallore sotterraneo o di superficie, con tutto il suo carico di quotidiana fatica), Tre Notti bianche (evocative di baraonde notturne senza capo ne coda)... Qui Carlucci riesce bene nella misura dell'epigramma distillato con cura sillaba per sillaba, calibrato sulla pregnanza dell'effetto. In tutte le tonalità. Dall'elegiaco: Vola tra giardini d'asfalto / un passero / beccando sui terrazzi / la luce di plastica della campagna in città / il marcio (Mercato rionale, p. 77); al civile: Terra e mare / i bastimenti della miseria / nei porti del sole son pronti. / Salpano lacrime nel sole (Terra e sole, p. 60); si va dall'omaggio colto: Sguardi / gocce sonore / nel silenzio / le mute parole dell 'anima / net deserto rosso / dell'umanità (Per Antonioni, p. 101); alla noticina di strada, psicologica e sociale: Piccole eternità / in un secondo / Konfessioni in briciole / Agostino, tra idoli di luce, / parla kon Dio in bus (SMS 11, p. 70).

Ma riesce pure, Carlucci, nelle forme pin spericolate del ditirambo, aggrovigliato di suoni e ibridi linguaggi. Così in questo squarcio, amaro e ficcante, di una desolata Cronaca metropolitana (p. 71), che ci fa assistere al ...nulla morale / del nostro presente guardaroba, / boutique di morali // Lucciole tra i fari / delle consolari / sfavillano / sirene leopardate / tra i semafori / veloci orinatoi del desiderio / per legionari di alcove / metalizzate ...; o, per quanto attiene alla contaminazione dei linguaggi, nei divertiti sarcasmi di Sulla nuova teca dell'Ara Pacis (p. 139): Novissima fulget domus. Pacis / de ara Pacis bellum est inter VIP / pro Meier contra Meier in acie inter se disponunt / Protickets pugnatles / gridando. "bello, bello / ma forse era mejo prima" / Ara Pacis ara Belli facta est (sic).

Ma è evidente che testi siffatti (e altri consimili) andrebbero citati integralmente per poterne cogliere il vorticoso giro ritmico e tutta la ragnatela dei rimandi allusivi.

Recensione
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