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In quarant’anni di onesta, non sgomitante, professione poetica, illustrata da sette raccolte (riassunte nell’antologia Il verso di vivere, 1994), Lucio Zinna è rimasto fedele a un suo “ra-soterra” di cose esperite e di reattive riflessioni. Nell’offerta più recente, un trittico perfettamente simmetrico (ciascun pannello ospitando otto riquadri), la Poesia esposta nella hall di un albergo sul mare risplende proprio perché «non ambisce a farsi “letteratura” / solo lettera a chi si ama», giudizio che l’autore potrebbe prendere a impresa, solo aggiungendovi «e a chi si odia». La vertenza riguarda stavolta l’entità che con ariosa perifrasi è detta «signora vestita di vento». E Zinna, secondo il suo costume (conforme del resto alla natura dell’oggetto), la istruisce con caute manovre di avvicinamento: il giro largo, estroverso, quasi festivo, da passeggiata turistica, della prima sezione si restringe al pensoso confronto con i terreni, domestici altrove della seconda, per ridursi al microscopico punto, al barlume che gli esercizi spirituali della terza lasciano intravedere. Ma prima della malcerta meta, della perplessa sentenza, l’interesse è nel percorso, nella qualità Idealmente laica della perorazione. Poeta antilirico, discorsivo, esplicito, Zinna è latore di un pensiero forte (anche dove commerci con il dubbio), temprato sull’osservazione diretta, tignosa. Non contempla persone poetiche che lo rappresentino, ne prosodie cui adeguarsi. Non teme di sottomettere il verso al tour de force di una meditazione complessa. Per mantenere dritta la barra spesso avanza a fatica, controvento, ma avanza: con la fatalità del suo Roskopf, il vecchio orologio a padella del ferroviere, la cui lancetta-brando al colmo dell’orbita si leva «nel gesto del vincitore di giostre». Questa procedura, che è già cifra distintiva, sedimenta poi, con una parsimonia che ne moltiplica il valore, i suoi privilegi: e saranno sorprendenti metafore visive (come lo «scanazzato garzone di periferia» che “impersona” il sole dell’ottobre siciliano), auditive (la «nenia intergalattica dell’ambulante d’aglio»), voci culto o aulicismi impartiti con la degnazione di un vescovo stanco del suo latino, fino al salto all’indietro che riconduce il fulmine della sinestesia al suo chimismo («il seppia di memoriali | reliquie che in olfatto si converte»), ma, soprattutto, le rare tregue, i corsivi che declinano il “sottovoce” consacrato al pudore dei sentimenti, dei ricordi riposti. Qui Zinna raggiunge, si può dire senza averla cercata, la linea di confine, il luogo in cui il lavorio della mente si riconosce preghiera.

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