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Natura morta

Di sicuro parecchi, me compresa, si dedicano alla lettura, in modalità distrattamente casual... ci sentiamo imbarazzati, inadeguati o addirittura irriverenti nei confronti della fatica dello scrittore? Mai più... Da quando Daniel Pennac ha sfornato in dieci punti i diritti del lettore, il libro ha perso la sua aura di solennità e può essere trattato con una scioltezza profana. Saltare le righe, persino le pagine non è disdicevole, e nemmeno incominciare dalla fine.

E, proprio così è andata, sfogliando Natura morta, la recente raccolta poetica di Paolo Ruffilli pubblicata da Aragno. È stato impossibile sottrarsi alla tentazione di affrontare per primi gli Appunti (sviluppati in un prologo, sette punti e un epilogo) che l’autore ha messo alla fine del volume.

Succede di rado che i versi di una raccolta poetica vengano affiancati da considerazioni dell’autore, di solito si preferisce affidare questo compito a un “collega” o a un critico.

Da questi appunti emergono, in modo limpido, riflessioni, meditazioni, convincimenti che hanno conformato l’intenso lavoro del poeta. Dalla “relazione” con il lettore, alle valutazioni sulla metamorfosi della lingua e all’apporto dei maestri che ne hanno arricchito l’analisi. Fino a difendere la necessità assoluta di cibarsi di grandi autori per assimilare altri sguardi, arricchire il proprio bagaglio linguistico e dar vita ad un diverso orizzonte creativo. È un succoso, illuminante apporto, anzi una “confessione”.

Si arriva con fatica ad avere una minima chiarezza sui propri propositi di lavoro, ma alla fine alcune posizioni bisogna pur raggiungerle. Posizioni che, in questo caso, scaturiscono da una lucida autoconsapevolezza meditativa, quasi che Ruffilli volesse proporsi schiettamente, libero dal velo trasfigurante del dettato poetico.

Ma, dobbiamo pedinarlo lungo questo suo “percorso sghembo”, per affrontare i contenuti di Natura morta. Fin dal titolo, tralasciando ogni riferimento a rappresentazioni pittoriche, si rivela la dicotomia ossimorica: “ma la natura morta non è senza vita” che informa tutta l’opera. Non c’è niente di più brulicante e vivo della natura.

Suddiviso in varie “sezioni” ( Preliminari; Interrogativi; Natura morta; Piccolo inventario delle cose notevoli) il volume si propone fra opposizioni e contrasti: “Perché il niente è anche tutto”, “ il molle vince il duro”, “aduna e scioglie, sigilla e rompe,” che punteggiano con forza il corpo delle composizioni. A volte questi sensi antitetici sembrano scomparire, inghiottiti dalla concretezza dei temi, come nei “poemetti” di Piccolo inventario delle cose notevoli, che però li conserva nei titoli. E a volte si affacciano prorompenti, svelandosi in modo incontrovertibile nel testo: Necessità del paradosso in cui ogni verso tenta di dare conto di una “realtà molteplice” conflittuale, che non può essere accettata che nella sua continua imprevedibile trasformazione.

È appunto un dar conto: il poeta è un osservatore. Si posiziona a lato, è disposto a percorrere i ramificati itinerari che la discontinuità dell’esistere offre alla sua indagine, analizzandone i dettati, pronto a cogliere indizi, dettagli, fibrillazioni che si profilano come campi di intensità in cui affondare la parola per tentare di riformularli e riproporli in una luce inconsueta.

C’è in tutta l’opera la chiara coscienza che la voce del nostro tempo è “all’insegna del balbettamento, per la frantumazione dell’io“, e la necessità espressiva di scegliere un verso “sbriciolato”, un respiro breve... tuttavia questo io poetante conserva in sé una straordinaria mappa interiore per indirizzarsi, pretende di affrontare con cognizione le contrapposizioni strategiche, che l'ordinato caos degli eventi naturali mette in atto, e aspira a “comporsi in un organismo più grande e complesso”.

Resta sottotraccia il rammarico, che la ragione di cui tanto andiamo fieri, “misurandosi di volta in volta col presunto effetto del casuale”, non possa incontrare altro che la sistemica inconciliabilità delle cose umane.

Non c’è niente di angosciante in questa analisi, in questa ripresa continua di concetti antitetici: nessuna erranza o smarrimento ma solo la forza di una convinzione che ha radici nell’esperienza viva del poeta... nel suo magnifico sogno di scrittore: “La mira di un tempo e di adesso: togliere peso il più che si possa, alla scrittura” che è come voler togliere peso alla vita... il sogno di tutti.

Un’esperienza che lo guida anche nella scelta lessicale e di ritmo: classica, senza sbavature liriche, tesa alla linearità e alla leggerezza del pensiero, esemplare per chiarezza di intenti e risultati.

A conclusione vale la pena di soffermarsi su due versi: “Senza uscire dalla porta / si può sapere il mondo”, in cui l’interrogazione poetica slitta dall’universale al particolare, stringendo in un cerchio di corrispondenza, l’interiorità del soggetto alla vastità dell’infinito che lo contiene.

RadioRai, 2 gennaio 2013

Recensione
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