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“La Coscienza di Zeno”: per una lettura radicalmente diversa

Il testo, che ripropone al suo interno un saggio del 1993, esce per la prima volta nel 2010 sulla “Rivista di Letteratura italiana” col titolo Svevo nullificato, ed è poi incluso, col titolo Zeno azzerato, nel libro Le ragioni dell’ovvio. Rileggendo Svevo, Pascoli, Ungaretti, Montale, Edilet, Roma, 2011. Si insiste nel riproporre questa interpretazione, che si fonda su una attenta lettura del testo più che su [1] elucubrazioni di teoria della letteratura o dotte circumnavigazioni culturali, in quanto finora è stata ignorata dalla critica e la “vulgata” continua ad ispirare i fuorvianti riassuntini del romanzo in cui si impegnano su internet diverse volenterose scolaresche

A diciannove anni dalla pubblicazione del mio saggio sveviano, Italo Svevo. Il superuomo dissimulato, Studium, Roma 1993, nonostante l’iniziale attenzione da parte della critica che accolse il testo con numerose segnalazioni favorevoli, le proposte che, nelle mie intenzioni, costituivano le più significative novità  sono rimaste senza seguito. Nella critica successiva non ho infatti incontrato né adesioni né contestazioni. Del resto già allora, nell’Introduzione, notavo che «nel grande mare della critica sveviana non è facile rintracciare percorsi lineari segnati da approdi e da acquisizioni definitive e che le prospettive critiche sono, in genere, divergenti e disparate e, per di più, il contrasto dà luogo solo di rado a un aperto dibattito». Vorrà forse dire che ha ragione Mario Lavagetto quando sostiene, a proposito della Coscienza di Zeno, che il narratore è «inattendibile» e nulla di quanto dice è credibile e il lettore che provasse a credere che nel testo sia possibile «distinguere verità e bugia» sarebbe un ingenuo caduto nella trappola dell’autore, il cui unico intento sarebbe quello di sbeffeggiare tutti inventando, per una pura sperimentazione letteraria, un racconto destinato a un «lettore incredulo», totalmente «incredulo» 1) (per altro atteso a lungo se il primo così classificabile è appunto Lavagetto stesso). Un giudizio del genere presuppone, naturalmente, l’appartenenza alla vecchia lunga schiera dei negatori dell’autobiografismo sveviano. Chiarisco subito che tutto il mio impegno sarà rivolto a contestare radicalmente questa tesi che suscita in me un rifiuto totale.

In un capitolo che ritengo centrale nella struttura del mio libro avevo già avuto occasione di prendere le distanze da questa posizione critica. Allora costituiva la chiave ideologica del saggio di Lavagetto intitolato L’impiegato Schmitz e altri saggi su Svevo (Einaudi, Torino 1975) e non aveva ancora avuto l’occasione di imporsi perentoriamente nella cura dei romanzi di Svevo, prima per l’edizione Einaudi-Gallimard (Torino 1993), poi, nel 2003, per il volume Romanzi e ‘continuazioni’ dei “Meridiani” mondadoriani (sedi che avrebbero richiesto, penso, la responsabilità di un curatore che, più che concedere spazio a soggettive ipotesi piuttosto spericolate, offrisse, se mai, un obiettivo panorama della ricezione critica del romanzo).

Ma su questo tema tornerò dopo aver scoperto le mie carte. riproponendo la mia originale interpretazione della Coscienzadi Zeno   nei termini in cui apparve nel mio primo libro sveviano in un capitolo intitolato Una rimozione contagiosa.

La ricerca prendeva le mosse da un dialogo tra Guido e Zeno nel quale ho sempre individuato un nodo centrale del romanzo. Ecco il passo trascritto dalle pagine 1006-7 dell’edizione mondadoriana. (Avverto subito che in questo caso del tutto inattendibile è l’ipotesi di una distrazione di Zeno per il lettore consapevole che Zeno nei suoi frequenti colloqui con il suo rivale Guido è sempre spasmodicamente attento e teso come un duellante a colpire e a parare i colpi dell’avversario).

Guido improvvisamente domandò: – Tu che sei chimico
sapresti dirmi se sia più efficace il veronal puro o il
veronal al sodio? – . Io veramente non sapevo neppure che
ci fosse un veronal al sodio. Non si può mica pretendere
che un chimico sappia il mondo a mente. Io di chimica so
tanto da poter trovare subito nei miei libri qualsiasi informazione
e inoltre da poter discutere – come si vede in quel
caso – anche delle cose che ignoro. Al sodio? Ma se era
saputo da tutti che le combinazioni al sodio erano quelle
che più facilmente si assimilavano. Anzi a proposito del
sodio ricordai – e riprodussi più o meno esattamente – un
inno a quell’elemento elevato da un mio professore
all’unica sua prelezione cui avessi assistito. Il sodio era un
veicolo sul quale gli elementi montavano per moversi più
rapidi. E il professore aveva ricordato come il cloruro di
sodio passava da organismo ad organismo e come andava
adunandosi per la sola gravità nel buco più profondo della
terra, il mare. Io non so se riproducessi esattamente il pensiero
del mio professore, ma in quel momento, dinanzi a
quell’enorme distesa di cloruro di sodio, parlai del sodio.
Dopo un’esitazione, Guido domandò ancora: – Sicché
chi volesse morire dovrebbe prendere il veronal al sodio? –
 – Sì – risposi. Poi ricordando che ci sono dei casi in cui si
può voler simulare un suicidio e non accorgendomi subito
che ricordavo a Guido un episodio spiacevole della sua
vita, aggiunsi: – E chi non vuole morire deve prendere del
veronal puro –
[il corsivo è mio]. Gli studi di Guido sul
veronal avrebbero potuto darmi da pensare. Invece io non
compresi nulla, preoccupato com’ero dal sodio, con un rispetto infinito.

Fin dalle prime letture della Coscienza a questo punto mi si affacciava uno strano problema, che sembrerebbe più adatto a impegnare un lettore di romanzi gialli che un interprete letterario: Zeno è o non è assassino?

Mi è sembrato di dover rispondere senza alcuna esitazione che Zeno è, sì, assassino, e la risposta mi sarebbe sembrata ovvia se non avessi dovuto riconoscere, con vero turbamento, che per la critica sveviana non lo è affatto. Il dialogo sul veronal, da me già citato, è per lo più ignorato nonostante la battuta finale («E chi non vuole morire deve prendere del veronal puro»), che a me sembra micidiale come un ordigno a orologeria. Là dove nasce il sospetto che Zeno non amasse Guido, gli indizi si individuano nel mancato funerale o nella, presunta, “omissione di soccorso”.

Nei riepiloghi dell’intreccio della Coscienza, che capita di leggere in testi diversi, non si parla mai di veronal. Ma, quel che è più strano, la stessa critica psicanalitica, che avrebbe strumenti adeguati e prospettive mirate per dare il giusto rilievo a questo episodio, all’ultimo momento scantona. Edoardo Saccone sostiene che «Zeno non uccide il rivale; lavorerà invece per lui, suo padrone, e aspetterà. La morte arriverà per Guido» 2). E Franco Petroni, che cita il veronal, parla però di distrazione «ai danni di Guido» di uno Zeno neppure «messo in sospetto dal fatto che [a Guido] interessi il veronal». Petroni sostiene, in generale, che «a un giudizio sulla colpevolezza di Zeno non si arriva non solo per l’ambiguità della situazione ma anche perché manca la morale in base alla quale giudicare» 3).L’elusione sorprende particolarmente in un saggio come quello di Elio Gioanola che si intitola proprio Un killer dolcissimo. L’autore, capace di cogliere con fine acume e sapienza psicanalitica tutte le occasioni in cui emerge nel Soggetto sveviano il primario desiderio di uccidere il rivale, manca poi la sua migliore occasione quando considera l’uccisione di Guido un delitto fantasticato a livello inconscio più che effettivamente perpetrato e insiste sulla colpa di «non intervento», di pura omissione di soccorso 4). Potremmo pensare a un caso curioso di rimozione contagiosa, di «zenizzazione» degli svevisti (e poi c’e chi dice che il Soggetto sveviano non suscita l’identificazione del lettore!). Ma forse, sapendo che lo studioso attuale è più spesso disposto a elucubrazioni intellettualistiche che a suggestioni emotive, possiamo supporre che abbia operato sugli interpreti il cliché dell’«inetto» a tutti i costi, che per essere tale deve essere del tutto incapace di agire, anche attraverso la parola. Sentiamo infatti ripetere, da Guido Guglielmi e da altri, che «le parole non sono per l’appunto azioni» 5). E anche Saccone ha bisogno di verificare e veder confermato a tutti i costi il suo schema interpretativo fondato sull’idea di un regolare rinvio, in Zeno, della soddisfazione dei desideri, per cui il personaggio non potrebbe voler soddisfare il suo desiderio di uccidere Guido.

Bisogna ammettere che qualche occhio più attento a cogliere questo punto nodale ma non a trarne le necessarie conseguenze si può trovare in uno degli interpreti sveviani. Sembra che Zeno sia finalmente smascherato proprio da Mario Lavagetto il quale, nell’Impiegato Schmitz, sostiene che Ada, «come il lettore del romanzo, vede in Zeno un ingegnoso, abilissimo criminale che aiuta Guido e gli consiglia il veleno più adatto». Ma, a parte il fatto che Ada non vede niente di tutto ciò, ma solo l’odio di Zeno verso Guido, da lei per altro condiviso, per Lavagetto, come per altri, nel testo sveviano confessare è mentire e nessuna conseguenza si può trarre dall’episodio (l’unica confessione di Zeno a cui si presta fede è dunque l’affermazione che «una confessione in iscritto è sempre menzognera»). Lavagetto anzi porta alle estreme conseguenze l’idea, sempre più invalsa negli esegeti più recenti, di una disintegrazione del personaggio e della realtà stessa nel romanzo, sostenendo «il carattere fittizio», a fondo «bucato», del testo in cui «i referenti risultano azzerati» 6).

Dopo il lungo equivoco realistico la critica sveviana ha giustamente rivendicato la soggettiva ambiguità, la polisemia della scrittura di Svevo, che non era sfuggita neppure ai primi interpreti. Ma ha forse peccato di ipercorrettismo quando, supponendo nell’autore una deliberata scelta del «non senso» 7), ha cominciato a parlare di una scomparsa del personaggio, di uno «sfaldamento della personalità» 8), di un soggetto «visto come incerta e provvisoria molteplicità di nuclei psichici» 9), di un «personaggio “aperto”, non definibile entro un unico carattere, ma capace di accogliere  in sé uno spettro vastissimo di motivazioni tali da elidersi anche a vicenda» (il corsivo è mio). Così conclude Barilli 10), suscitando il sospetto che all’origine del suo giudizio operi un condizionamento razionalistico e direi aristotelico, dal quale non sembrano immuni quegli interpreti di uno scrittore che, mentre si mostrano disposti, in teoria, a prendere atto del carattere ossimorico specifico del messaggio poetico-letterario, concludono però che l’ossimoro comporta l’azzeramento del senso e perciò il messaggio del poeta è che non esiste alcun senso nella realtà. Un poeta, per esempio, che dice «odi et amo» ha diritto, in quanto poeta, di essere contraddittorio, ma noi lettori dovremmo concludere che non odia e non ama e nulla di quanto dice può essere vero.

Anche di Svevo si è detto che la contraddittorietà, la poca attendibilità del personaggio-filtro sarebbe segno dell’idea di una totale inconsistenza del reale. Questa idea non è certo estranea alla riflessione di Svevo, ma non gli impedisce di aderire dall’interno alla situazione narrata. Narrata pesando ogni parola proprio perché deve dire qualcosa di complesso, di mobile, di ambiguo, ma non di inconsistente. E il personaggio,  come tutti i protagonisti sveviani, è riconoscibile come pochi personaggi della letteratura mondiale e dunque vuol dire che non è disintegrato. E il suo discorso fornisce non solo messaggi ambigui e polivalenti, ma anche dati univoci e indiscutibili all’interno del contesto 11). E questa ricostruzione dell’evento letale mi pare proprio un dato certo e quanto mai significativo.

Nella Coscienza la rilevanza della responsabilità di Zeno nella morte di Guido si comprende anche solo in un’interpretazione letterale dell’episodio citato, ma si può confermare in una lettura integrale attenta all’uso mirato, da parte dell’autore, di varie spie disseminate nel testo e di vari strumenti specifici del discorso letterario. E a questa analisi concederò qualche spazio anche se può sembrare superfluo andare in cerca di indizi in un caso di flagranza. Anzitutto mi sembra significativo che il discorso sulla parola, il metadiscorso che non manca mai negli scritti sveviani, nella Coscienza si appunti sul problema del rapporto tra parola e azione, termini ora dissociati, ora – meno vistosamente – associati. Momento culminante di questa vicenda tematica è il passo in cui, in termini eccettuativi cioè volutamente marginali – ma non per questo meno significativi se conosciamo il vezzo sveviano, accentuato quando a parlare è Zeno, di dissimulare ed emarginare l’essenziale –, Zeno accenna alla possibilità di «parole-azioni», «parole di Jago».

Osservando poi la struttura dell’opera (che non è, come sentiamo ripetere, informale e priva di cronologia e di trama) si nota che i quattro capitoli centrali, che si succedono secondo un ordine, sia pur approssimativamente, cronologico, iniziando con la morte del padre di Zeno, culminano proprio, quasi in un climax, o piuttosto in una parabola,  nella morte di Guido (evento che, a leggere bene il testo, a posteriori naturalmente, può risultare anche variamente prefigurato e atteso). Si può notare anzi, in questa parte centrale del libro, una certa ciclicità. Il primo di questi capitoli, sulla morte del padre, mostra più di una corrispondenza col quarto, e in particolare con la fine del quarto, dove muore Guido: la scena notturna, la pioggia, lì una «pioggerella», qui anche una «pioggerella» ma che diventa presto «pioggia abbondante» e, infine, «diluvio», l’intervento ritardato del medico. In effetti l’uccisione di Guido – e qui la psicanalisi ha voce in capitolo – è il soddisfacimento per interposta persona del desiderio di uccidere il padre, il primo vero rivale che si incarna ogni volta nei rivali successivi (secondaria mi sembra la distinzione proposta da Teresa de Lauretis tra antagonisti e rivali) 12). Non per niente nel capitolo successivo intitolato Psico-analisi, che conclude il libro in forma di diario, ricompare con particolare insistenza il tema del rapporto col padre attraverso sogni della cui significanza Zeno, in malafede, cerca di farci dubitare per depistarci. E la manovra gli riesce abbastanza, dal momento che alcuni critici non riconoscono alcun nesso tra le immagini evocate e la vicenda che precede (non ricordando che anche il depistaggio iniziale sul tema della locomotiva era poi stato clamorosamente vanificato).

Mi soffermerò anche sul racconto della morte di Guido per notare la significativa evasività del narrante. La prima volta l’evento è comunicato in posizione secondaria (almeno cronologicamente e sintatticamente): «Dapprima apprendemmo che la pioggia aveva finito col provocare in varie parti della città delle inondazioni, poi che Guido era morto. Molto più tardi seppi come poté accadere una cosa simile». E nel resoconto del «come» e stata rilevata da Guido Lucchini, in quanto anomala rispetto alle normali modalità del racconto della Coscienza, «l’eclissi  temporanea del dominio [del narratore] sui fatti raccontati».

Potrebbe essere uno dei rari casi in cui la critica  narratologica fornisce strumenti utili anche per capire meglio un autore come Svevo. Il critico però, tutto preso dalla sua problematica di tipo formale e in definitiva intesa a mettere etichette, si domanda se questa «eclissi» sia un «sintomo della crisi della prospettiva naturalistica del romanzo oppure un segno della sua persistenza nel romanzo, malgrado tutto» 13). Non sarà invece che Svevo vuole che il suo personaggio racconti prendendo le distanze in modo che si possa cogliere la sua volontà di far capire che lui lì non c’era, quasi cercando istintivamente un alibi, e forse anche la sua volontà di eludere una realtà che, voluta da una parte di lui, è per un altro verso angosciosa e perturbante? Tanto da metterlo in crisi e fargli perdere «il dominio sui fatti»?

Un altro spunto da interpretare può forse offrire l’analisi narratologica di Carlo Pacini che nota grandi «ellissi» nel racconto di Zeno, il quale limita la narrazione cronologica e analitica al tempo che va dalla morte del padre alla morte di Guido. Secondo Pacini queste ellissi vorrebbero istituire «una dimensione temporale dal tessuto delicato (gravemente lacunosa e “mista”)» 14). A me sembra, al contrario, che esse delimitino un ciclo temporale che vuole presentarsi compatto e con un suo preciso e significativo sviluppo, in quanto costituisce il campo su cui deve incentrarsi lo sforzo di interpretare un destino.

I capitoli cronologicamente e semanticamente dispersivi, posti prima e dopo questo corpo centrale, presentano a loro volta una corrispondenza tematica per le immagini infantili connesse al tema paterno e materno che, balenate fugacemente nell’ incipit, sembrano farsi più frequenti e più chiaramente allusive benché Zeno non voglia riconoscerlo nella parte finale. Dove assistiamo veramente allo sforzo drammatico del protagonista per celare, forse anche a se stesso, il suo tremendo segreto, così intollerabile che ogni allusione, pur vaga e indiretta, ai suoi sentimenti ostili per Guido provoca reazioni parossistiche.

Così Zeno commenta evocando il momento in cui Ada gli aveva rivelato, dimostrandogli al tempo stesso affetto e stima, di conoscere il suo odio per Guido. «Enorme che mi si potesse dire una cosa simile alterando in tale modo la verità. Io protestai, ma essa non mi sentì. Credo di aver urlato o almeno ne sentii lo sforzo nella strozza: – Ma è un errore, una menzogna, una calunnia. Come fai a credere una cosa simile? –». Una situazione da incubo. E anche nel rapporto con lo psicanalista ammette che gli «fu anche più difficile di sopportare quello ch’egli credette di poter dire dei suoi rapporti con Guido». Zeno infatti si difende evitando «i sogni ed i ricordi» e dando ormai libero sfogo alle invenzioni, alle menzogne, come ammette nel diario. E forse per questo interrompe la cura, che in ogni caso, di fronte a una resistenza così tenace a superare la rimozione, non avrebbe potuto mai avere un esito positivo. (Ma Svevo nella terapia psicanalitica non crede).

Se Zeno fosse stato solo distratto non avrebbe dovuto almeno rammaricarsi di quella fatale distrazione? Ma l’ostinato silenzio, anche con se stesso, sul senso di colpa relativo alla morte del cognato dimostra che non si trattò di pura distrazione. E dimostra anche che Zeno è ben lungi dall’assolversi in ragione del fatto che, come dice Petroni, «manca una morale in base alla quale giudicare». Non c’e scetticismo o relativismo etico che possa liberare Zeno dal suo oscuro rimorso.

Questo mio pervicace proposito di smascherare Zeno, di dichiararlo colpevole di assassinio, non opera contro la mia idea, più volte ribadita, di un radicale autobiografismo della scrittura di un autore che, a quanto sappiamo, non ha mai ammazzato padri né rivali? Ma l’autobiografismo di Svevo riguarda nella sua sostanza più l’io interiore che quello esteriormente biografico, se pure nell’opera lo scrittore ha trasferito tutto un suo bagaglio di reali esperienze anche oggettive annotate con scrupolo nel suo scribacchiare quotidiano, oltre che i tratti essenziali del suo esistere.

Alla esatta messa a fuoco di questo problema ha certamente contribuito la critica psicanalitica che ha il merito di aver confermato l’impostazione prepotentemente soggettiva di tutta la costruzione letteraria sveviana in contrasto con letture che ne spostavano il baricentro con l’attribuire il valore di motore primo a un io che si misura conflittualmente con l’alterità; e soprattutto ha il merito di aver liberato con la sua lettura simbolica il concetto di autobiografismo, guardato tuttora con diffidenza da alcuni settori della critica, dall’idea di pura identificazione con la cronaca realistica. L’attenzione alla dimensione onirica e mentale permette ad esempio di considerare autobiografico in termini simbolici il racconto di un assassinio nel testo di un autore che di fatto non ha mai ammazzato nessuno o lo strabismo di una moglie che nella realtà ha occhi perfetti.

Il nostro autore sul tema dell’assassinio e in questa perlustrazione Gioanola ci accompagna per mano ha esordito molto presto, creando il suo primo «inetto» assassino (i due termini non sono poi inconciliabili), il protagonista dell’Assassinio di via Belpoggio, e il suo interesse per il tema del crimine, un interesse non asettico né semplicemente conoscitivo («io sentivo l’ansia ora del detective ora dell’assassino»), è dichiarato in Soggiorno londinese, dove l’autore parla della sua attenzione alla cronaca nera («materia grezza per la mia cara letteratura»). E  proprio in quel testo mi sembra degno di considerazione il ricordo di un assassino che, condannato a morte, scrive nobili parole alla fidanzata. Dalla sua parte si schiera Svevo quando dice: «E a me parve un delitto di distruggere un uomo che aveva saputo dire così e che poi aveva emesso sul proprio conto una condanna ben più aspra».

Svevo avrebbe proposto una sottoscrizione a suo favore. Ma il giudice non era un letterato. Anche Mario Samigli in Una burla riuscita, quando temeva di essere incriminato dalla censura austriaca, sperava però che «dopo letto il romanzo la vita gli sarebbe stata risparmiata». Affiora anche qui (se sappiamo cogliere lo spunto serio oltre l’occasione ironica del contesto) l’idea di un potere salvifico della scrittura, della parola. Cui già riconosceva una funzione liberatoria il protagonista del giovanile racconto che, dopo il suo delitto, «credeva che avrebbe mutato natura il suo terrore se avesse potuto metterlo in parole [...]. Si ragionava tanto male con quelle idee mobili che passavano nella mente senza lasciarvi traccia, inafferrabili pochi istanti dopo nate».

Anche Svevo affida alla parola, alla letteratura, il suo riscatto, in questo caso attraverso la confessione di un delitto che, per quanto lo riguarda, è veramente un delitto perpetrato solo nella fantasia, attraverso il suo alter ego immaginario. Il racconto è invece visto da Renato Barilli come un tentativo di Svevo di «“fingere” situazioni lontane dalle sue solite cioè di trovare antidoti all’a priori di “malattia” e di incapacità all’azione profondamente radicata in lui»15). Lo stesso interesse per «sensazioni inedite» al fine di una «letteraturizzazione sistematica del vissuto» porterebbe, altrove, anche a cercar di «rivivere in prima persona empaticamente la morte d’un parente». In realtà Svevo è intimamente e personalmente ossessionato dal pensiero della propria morte e, probabilmente, anche dal pensiero dell’omicidio. Emilio «aveva sognato perfino il furto, l’omicidio, lo stupro». Nella variante n. 5 di Corto viaggio Aghios, come lo stesso Svevo secondo Soggiorno londinese, dopo aver letto, a Londra, la cronaca dell’assassinio di una ragazza avvenuto in treno, «sognava lui d’essere l’assassino» e «allora dovette prendere una dose maggiore d’assenzio per addormentare il rimorso d’essere stato capace, lui che non aveva mai ammazzato neppure una bestia, di prendere per il collo una povera giovinetta per impedirle di gridare, ferirla e gettarla fuori della vettura ad agonizzare nella notte della galleria». Nella stesura lunga del racconto l’argomento è escluso anche se «nel pensiero solitario non c’era nulla di compromettente».

Comunque ancor meno compromettente è l’episodio che compare in quella stesura, come memoria evocata dal signor Aghios, della giovinetta che si era gettata da una nave su cui viaggiava – e dormiva tranquillo – il  protagonista, che di quel suo involontario «mancato soccorso» si senti poi sempre colpevole (l’episodio appartiene alla vita dell’autore).

Dopo la pubblicazione del libro in cui avevo raccolto  i risultati della mia indagine, ho naturalmente continuato a seguire l’esegesi sveviana. Per accorgermi, purtroppo in ritardo, che anche Mario Fusco aveva tenuto conto dell’episodio del veronal nel suo fondamentale saggio di impostazione psicoanalitica, saggio ignorato dalla successiva critica di indirizzo formalistico-linguistico ai limiti del nichilismo. Ma, anche nel suo caso, il condizionamento ideologico e metodologico che tendeva a fare di Zeno il paziente perfetto, portava a non vedere l’acuta capacità di autoanalisi che nella coscienza del protagonista, alter ego di Svevo, convive fin dall’inizio della scrittura  con il bisogno di falsi alibi e ne costituisce contrassegno primario. L’interprete può così alleggerire il peso di quelle parole che io identifico con le «parole di Jago»  considerandole inconsapevoli per Zeno fino al momento in cui Ada lo costringe a prendere atto del suo odio per Guido. E il romanzo, per Fusco – in accordo con la critica che continua a considerare Zeno l’unico “inetto” “vincente” tra i protagonisti di Svevo – si concluderebbe con una «sorprendente e positiva presa di contatto con il reale, ottenuta grazie alla liberazione dall’ambiente  familiare» (e dunque dal rimorso, come vuole la terapia  psicanalitica canonica), e alla attività commerciale che «lo arricchisce» 16). E la catastrofica fine prevista per l’umanità tutta malata?

Mi sembra difficile eluderla anche se Lavagetto la considera non una profezia ma un topos letterario: «una fine da commedia buffa». E poi: era a questo tipo di affermazione, quella di un cinico speculatore liberato da ogni sussulto etico dalla sua materialistica e deterministica concezione del mondo, che il “superuomo dissimulato” Zeno-Svevo aspirava? O è vero che, come risulta dalle stesse pagine finali, considerava «malata» e destinata perciò alla rovina l’ umanità contemporanea ormai priva anche di quella «salute e nobiltà» che, ancora riconoscibile in chi inventò gli «ordigni», «quasi sempre manca in chi li usa» e soprattutto in quel «possessore del maggior numero di ordigni» che avrebbe portato il mondo alla deflagrazione? Alla sviata evoluzione della società tecnologica al servizio della cupidigia mercantile mostra qui di preferire l’elementare e in certo senso eroica “lotta per la vita”.

Ma la “lotta per la vita” veramente corrispondente ai suoi ideali più seri e personali («la mia dolorosa lotta» la chiama Zeno-Svevo) mirava non al successo del gretto utilitarista, nei confronti del quale, dalle prime alle ultime testimonianze dirette e indirette del suo pensiero, Svevo ha sempre dimostrato un intimo distacco ai limiti del disprezzo (anche se nella realtà aveva dovuto adattarsi a un’attività mercantile e a una vita borghese, come ricorda sempre Claudio Magris), ma all’affermazione di quei valori sentiti come più alti che prendono forma nella scrittura, in cui sensibilità estetica, intelligenza e creatività collaborano per un alto fine conoscitivo.

Di fatto però la “lotta” di Zeno nel suo vivere quotidiano resta confinata su un piano basso e, prima dell’evento letale, si riduce a meschine schermaglie verbali col suo rivale, o piuttosto con i suoi rivali, che impegnano  spasmodicamente e degradano l’interiorità del personaggio. E l’autore – che certamente si riconosce in queste cadute – lo accompagna con la sua ironia, un’ironia sottile e profondamente allusiva, ora lieve, ora amara e sofferta, capace anche di sospendersi in momenti di serietà addirittura lirica, talvolta («a sprazzi e istanti» direbbe lui) per l’apertura di misteriosi spiragli di luce in quell’oscuro universo.

Questo per dire che altro è l’umorismo di Svevo, altro il ghigno beffardo, fisso, generico e perciò vuoto che gli è stato attribuito in una prospettiva nullificante. Mi ero poi compiaciuta di trovare interessanti riscontri con i miei centri d’interesse anche nel bel saggio di Elisabetta Bacchereti che, concentrato sui criteri compositivi del romanzo, ha il merito di riconoscere anzitutto che «un avventuroso viaggio testuale oltre la dispersività apparente ed effusiva della pagina sveviana ripaga  inaspettatamente con la scoperta di particolarissime e discrete leggi strutturali», «forze centripete» che garantiscono «la globale coerenza del testo», «il senso ultimo della Coscienza non tanto consegnato alla parola del protagonista, inaffidabile narratore di sé, [...] ma a quella sottilissima ragnatela coesiva che Svevo, autore implicito, utilizza come sostegno di materiali narrativamente disomogenei» 17). L’autrice individua dunque quella «struttura assente» della Coscienza, a mio parere corrispondente alla verità che Svevo-scrittore può concedersi di rivelare nel “porto franco dell’arte” e che invece Zeno-Svevo narratore deve spesso eludere, pur nel suo autentico bisogno di confessione, perché ancora impegnato, come Zeno personaggio, sul piano del “vissuto”, ad affermare la superiorità dell’ io nella competizione con un antagonista, l’ultimo, il dottor S. . ( La lotta che lui stesso ammette di dover sostenere col dottore da lui pagato continua nell’intimo di Zeno anche quando la terapia è rifiutata, e anche nelle “continuazioni” del romanzo il rapporto autore-protagonista narratore non cambia, ma ormai il lettore conosce bene Zeno e sa bene interpretare la narrazione di altri conflitti con altri antagonisti).

La questione – nodale – non è semplice e meriterebbe una particolare attenzione. Anche Elisabetta Bacchereti è convinta, come me, che l’episodio del veronal sia degno di non essere ignorato, ma lo interpreta come confessione di uno dei tanti «atti mancati» di Zeno: «non ricordare con esattezza la formula innocua del veronal (al sodio e non puro)» (qui l’autrice si mostra male informata sulle proprietà del sodio, come, del resto lo stesso Lavagetto); «non sospettare le intenzioni [di Guido] nonostante il precedente tentativo di suicidio». Qui si concede troppo credito al narratore attenuandone notevolmente la colpa. Per condannare, al solito, come comportamento che «colma la misura» ed è «il più rivelatore di tutti», «lo sbaglio di funerale» 18). Per fortuna questa volta è avvertita l’ombra persistente che grava sul protagonista (l’autrice svolge opportunamente il tema sveviano del rapporto luce/ombra, da me trattato nel mio libro in riferimento al topos del “soggetto sveviano” simbolicamente rappresentato sempre «nell’oscurità»).

Ma il clou drammatico è individuato nel momento della partenza di Ada e nell’ineluttabilità del mai più che rinnova il tragico mai più legato alla morte del padre (cioè la definitiva impossibilità di provare, sia pure con giustificazioni sofistiche e improbabili, la propria innocenza). Non mancherebbe, anche nella prospettiva di questa interprete, una certa positività nel presunto «scioglimento» finale con la «“convinzione” della propria “grande salute”» . «La convinzione della salute sospinge al “movimento” vitale, riaccende il desiderio, allontana l’inerzia e la stasi, e Zeno vorrebbe rivisitare il passato per reinterpretarlo alla luce del nuovo presente» 19), operazione che, a mio parere, non poteva essere che mistificatoria. Mi pare interessante che il tema dell’omicidio, piuttosto sfumato e addirittura eluso dall’autrice in riferimento a Zeno, definito «“piccolo delinquente” e assassino mancato» 20), sia ampiamente trattato nel capitolo finale anche in riferimento ad altri grandi narratori. Ribadisco a questo punto la mia convinzione che l’impossibilità per Zeno di confessare la sua colpa getti la sua ombra – più o meno evidentemente – al di là di qualche respiro contemplativo e della dominante intonazione ironica, su tutto l’ultimo capitolo e ne prepari la conclusione apocalittica. Su se stesso Zeno ha sperimentato la sconfitta dell’esigenza etica alla quale nell’intimo non può rinunciare se non vuol ridurre a un livello basso il modello superomistico che persegue (come il “buon vecchio” della novella, che voleva essere «l’alto, il puro teorista nettato dalla sua sincerità da ogni malizia»).

Neppure la visione darwiniana della realtà, che implicitamente non riconosce la possibilità per l’uomo di scelte responsabili, basta a eliminare quel rimorso di cui fin dall’inizio della confessione è simbolo concreto e pregnante l’impressione di soffocamento, a cominciare dalla famosa locomotiva (la Bacchereti lo sottolinea  opportunamente) fino alla profezia finale: «Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco».

Anche il lettore più diffidente non può non cogliere nel narrante i segni di una sensibilità morale, seppure connessa al bisogno di sentirsi innocente e nobile, più che a una apertura caritativa al bene dell’altro da sé («Io avevo già adorato la speranza di poter rivivere un giorno d’ innocenza e d’ingenuità»). Non è insincero il rimorso che Zeno dice di provare quando, nella passeggiata che lo porta a varcare il fronte di una guerra appena scoppiata, ricorda di aver dato notizie rassicuranti alle persone incontrate. «Poi mi pesarono sulla coscienza. Nell’orrendo temporale che scoppiò, probabilmente tutte le persone che incontrai perirono. Chissà quale sorpresa ci sarà stata sulla loro faccia cristallizzata dalla morte» (il mio corsivo vuol sottolineare la forte valenza allusiva che, per me, ha un sorprendente riscontro con «la grande stupefazione di essere morto senza averlo voluto» che Zeno legge nel volto di Guido morto: «Sulla sua faccia bruna e bella era impronto [sic] un rimprovero. Certamente non diretto a me». Se si fosse trattato anche in quel caso di un semplice «atto mancato», di una involontaria omissione, Zeno non avrebbe dovuto ammettere l’ineludibile rimorso? Ma la colpa era ben più grave. Per questo Zeno accennerà al veronal solo quando verrà a sapere che Guido aveva usato il veronal puro.

«Come nessun altro potevo ora essere certo che Guido non aveva voluto morire. Non lo dissi però mai a nessuno». Seguirà una totale censura. Non mi meraviglia che sia saltato a piè pari l’episodio del veronal sia nell’ampio e circostanziato commento che Fabio Vittorini ha dedicato nel volume mondadoriano alla Coscienza diZeno in rigorosa fedeltà ai principi del curatore Lavagetto, sia nel saggio Svevo: guida alla Coscienza di Zeno dove, pur facendosi portavoce di Lavagetto nelle sue argomentazioni per dimostrare la totale inattendibilità del testo, dà prova di sicurezza d’interprete cimentandosi in frequenti univoci riassunti di trame e ritratti di personaggi. Può affermare addirittura, senza ombra di dubbio, suggellando il ritratto di Guido, che, «quando la sua posizione è quella del vinto [...] l’ostilità rabbiosa [di Zeno]  che aveva accompagnato Guido nella prima occasione si converte in comprensione e pena»! 21). È anche sicuro che ci sia stato uno scambio di funerale. Potrei, secondo l’uso attuale della critica letteraria italiana (forse meno vigente nell’ambito della ricerca filologica classica o anche filosofica o scientifica), scantonare e limitarmi a seguire la mia strada ignorando le tesi contrarie, ma sento il bisogno di confrontarmi direttamente e puntualmente cercando argomenti per riconquistare, dopo tanti autorevoli attacchi, il diritto di leggere ancora La Coscienza con la speranza di ricavarne una sorta di conoscenza e di continuare a parlare del letale veronal. Affronterò dunque i singoli argomenti di Lavagetto, riproposti da Vittorini dopo una premessa che pareva di senso contrario in quanto chiamava in causa Lukàcs, Benjamin, Calvino, Sklovskij per convalidare con la loro autorità l’intento di Svevo, più volte ribadito, di opporsi con la memoria e con la scrittura alla morte nullificante. (E di fissare nella pagina – aggiungo io – la sua più profonda e segreta, anche se sfuggente, verità interiore). Si riporta anche un passo del Diario (5 giugno 1927) in cui Svevo sostiene che «chi legge un romanzo deve avere il senso di sentirsi raccontare una cosa veramente avvenuta. Ma chi lo scrive maggiormente deve crederci anche se sa che non in realtà mai si svolse così» (sic). Ci è difficile dopo queste premesse accogliere con lo stesso entusiasmo di Vittorini l’idea di uno Svevo tutto intento a rendere incredibile il suo romanzo.

Come proverebbero, a parere di Lavagetto e suo, queste incongruenze, tra altre che non prendo in considerazione:  1)Le frequenti «anacronie», cioè contraddizioni nel riferire date. Dico subito che questi lapsus immotivati si distinguono dalle bugie di Zeno narrante che sono quasi sempre spiegabili con l’intento di autogiustificazione e di autoaffermazione e, nell’impianto del romanzo, come ho già detto, sembrano consistere in reticenze – anche gravissime –, in elusioni con spostamento del discorso, o in tendenziose e false interpretazioni della verità interiore, più che nell’alterazione di eventi esterni. Una di queste  «anacronie», evidenziata da Vittorini, sarebbe riscontrabile tra la data della morte del padre e quella, di poco posteriore, della pubblicazione di un «volume di filosofia positiva dell’Ostwald» su cui Zeno dice di aver segnato quella data (15.4.1890). Mi domando anzitutto perché l’autore, per togliere credibilità al testo, sarebbe ricorso a una svista rilevabile solo da uno specialista della materia . Non potrebbe essersi intrufolato nel racconto un episodio della vita di Svevo il cui padre morì nel 1892? Ma non è il caso di dedicare troppo tempo a questa e ad altre «anacronie» di uno scrittore che nella vita stessa – come ricordano gli stessi studiosi non era sempre rigoroso e coerente nel citare date.

2) Un «lapsus rovinoso» sarebbe un presente verbale usato da Zeno ricordando Guido ormai morto. «Ora che lo conosco meglio so che egli si lancia in un discorrere abbondante in qualsiasi direzione quando si crede [corsivi miei] sicuro di piacere al suo interlocutore»: quel presente sarebbe una involontaria ammissione che Guido era ancora vivo. E «se Guido non è morto», dovrebbe domandarsi il lettore giustamente «incredulo», «tutto può essere inventato. Forse Ada non ha mai avuto il morbo di Basedow; forse Guido non l’ha mai chiesta in moglie; forse non è mai esistita; forse non sono mai esistite le sorelle Malfenti [...]; forse è Svevo che si è inventato ogni cosa a partire da Zeno Cosini, dalla sua voce e dal suo inconscio. Una storia vera è così trasformata in una storia falsa» (Saggio  introduttivo p. LXIX. Il corsivo è mio).

Ma, a guardar bene, anche il lettore più scaltrito e diffidente non avrebbe la possibilità di scoprire questa «anacronia» perché chi legge per la prima volta il capitolo quinto, dove incontra il passo, non sa ancora che Guido morirà e così la presunta intenzione di smascheramento da parte dell’autore si affiderebbe a una trovata del tutto inefficiente. Superfluo, a questo punto ipotizzare che quel presente potrebbe rivelare che nella coscienza di Zeno Guido è sempre presente come l’ombra di Banco (come non pensare a quel frammento, già citato in nota, in cui Svevo dice: «Mio padre mi accompagna sempre. Sorrido di lui»?). Si può notare, in margine, che qui i caratteri attribuiti a Guido potrebbero far pensare a una sorta di proiezione .

3) C’è per me solo una strana incongruenza difficilmente spiegabile (anche se qualcuno ha cercato di motivarla). Si tratta della scoperta da parte del dottor S. che «un grandioso deposito di legnami [...] era appartenuto alla ditta Guido Speier & C.». Perché Zeno non ne aveva parlato? Bisogna ammettere che in questo caso le risposte di Zeno sono, più o meno spiritosi, depistaggi (in questo contesto anche la scusa che «una confessione fatta da lui in italiano non poteva essere né completa né sincera», formula che gli interpreti prendono molto sul serio, mi sembra poco più che una battuta, se intesa alla lettera). L’enigma resta e per onestà non mi sento di accantonarlo. Non posso però, se torno alle impressioni di fondo accumulate nella mia lunga frequentazione dell’inconfondibile Soggetto sveviano, non concludere che non basta questa isolata aporia a farmi rinnegare l’inesauribile apporto di conoscenza, di verità, tanto più ricca e profonda quanto più mobile, complessa, ambigua, che ne ho ricavato e ne ricavo tuttora. Momenti di intensa e poetica rivelazione sono per me, ad esempio, quei sogni “edipici” che aprono e chiudono il libro e che, per Lavagetto e compagni, non sono altro che un’irridente parodia che Zeno, sulla base di una certa informazione psicanalitica, propinerebbe al suo ingenuo analista facendosi strumento di una acre derisione dell’autore stesso nei confronti della psicanalisi. A me pare invece che, con il suo racconto, Zeno non faccia altro che offrire argomenti convincenti per diagnosticare un complesso di Edipo, che alla fine, interrompendo la cura, si rifiuta di ammettere (a mio parere solo in quanto gravemente compromettente).

Ed è pensabile che Svevo, come racconta, abbia studiato a fondo i testi di Freud e abbia sperimentato una autoanalisi prima di scrivere il romanzo solo per prendere in giro questo metodo e non per tentare una via nuova per quella penetrazione psicologica anzitutto dell’io che è per lui la prima spinta per la scrittura? «Scrivo per capirmi», diceva. E nei confronti della psicanalisi ha sempre detto che non contestava la pretesa conoscitiva ma quella terapeutica tanto più rovinosa quanto più capace di scavare in profondità (un suo parente ne era uscito a pezzi). Aveva tutte le ragioni di diffidare nell’applicazione del metodo  specialmente se affidata a dottori di vista corta come il povero dottor S. . Ma, se ha presentato sempre uno stesso soggetto caratterizzato da un’aspirazione superomistica che si esprime in continui conflitti con antagonisti, è molto probabile che anche per lui, come spesso capita, il primo conflitto della sua vita sia stato quello col padre e che la teoria freudiana gli abbia permesso di dargli un nome.

Naturalmente l’ampio orizzonte in cui cerca di condurre l’autoanalisi non poteva appagarsi di schemi riduttivi e poco individualizzanti, ma ciò non significa che il suo romanzo non abbia cercato anche attraverso Freud una verità da esplorare.

Note

1) I giudizi di Lavagetto sono tratti dal saggio introduttivo, Il romanzo oltre la fine del mondo, del volume Svevo. Romanzi e«Continuazioni», Milano, Mondadori, 2004. A p. LXVII leggiamo: «Il commento non ci viene fornito e chiunque cadesse in trappola, e si assumesse il compito di distinguere tra verità e bugie non potrebbe che assecondare il disegno di Svevo diventando un ulteriore oggetto della sua parodia».

2) Edoardo Saccone, Commento a «Zeno», Bologna, il Mulino, 1973, p. 80.

3) Franco Petroni, L’inconscio e le strutture formali, Padova, Liviana, 1979, pp. 77 e 75.

4) Elio Gioanola, Un killer dolcissimo, Genova, Il Melangolo, 1979, p. 351. A questo studioso si deve, a mio parere, la più penetrante ed estesa indagine degli abissi psichici del nostro «scrittore sottomarino» (come si definì Svevo stesso), indagine condotta con l’apprezzabile consapevolezza che «l’avanzarsi nel sottosuolo non esclude la vista dell’altezza» e anzi ne va cercando i presupposti. La portata esplosiva dell’episodio del veronal è però, nella prospettiva del critico, molto attenuata: «Zeno ascolta le disquisizioni di Guido sul veronal con o senza sodio senza mettere in guardia se stesso e gli altri sulla possibilità di un altro gesto inconsulto». In realtà è Zeno a disquisire. Anche Teresa de Lauretis (La sintassi del desiderio. Strutture e forme del romanzo sveviano, Ravenna, Longo, 1976, p. 106), dopo aver accennato all’impulso iniziale di Zeno di uccidere Guido, si sofferma solo su Zeno che «specula e fa un sacco di soldi dal fallimento di Guido e proprio durante il suo funerale». E Maryse Jeuland Meynaud (Zeno e i suoi fratelli. Strutture e forme del romanzo sveviano, Bologna, Pàtron, 1985, pp. 161-162) accusa Zeno, ma poi parla di «omicidio colposo» o di «mancato soccorso» e non individua l’intervento attivo. Inoltre non vede la rimozione successiva di Zeno, ma attribuisce il suo silenzio su quella colpa al pregiudizio borghese che gli farebbe sentire più grave il suo adulterio che non la parte avuta nella morte del cognato.

5) Guido Guglielmi, Letteratura come sistema e come funzione, Torino, Einaudi, 1967, p. 106; dove si legge che «l’affetto di Zeno per Guido non gli impedisce di mancare al suo funerale e di sbagliare convoglio funebre». Si trascura il fatto, un po’ più grave, che non gli ha impedito di ucciderlo.

6) Mario Lavagetto, L’impiegato Schmitz e altri saggi su Svevo, cit., pp. 105 e 106.

7) Franco Petroni, cit., p. 90.

8) Guido Guglielmi, cit., p. 332.

9) Claudio Magris, L’anello di Clarisse. Grande stile e nichilismo nella letteratura moderna, Torino, Einaudi, 1984, p. 208.

10) Renato Barilli, cit., p. 11 (nell’Introduzione del saggio, peraltro ricco di interessanti proposte interpretative).

11) Anzi si può dire che le mistificazioni di Zeno non siano vere  e proprie menzogne sui fatti, ma piuttosto reticenze e omissioni di dati o interpretazioni false delle motivazioni interiori (solo cosi Zeno può un po’ mentire anche con se stesso).

12) «Nulla in tutta la vicenda del protagonista della Coscienza  avviene che non sia in nomine patris», ricorda Gioanola. E cita uno dei frammenti sveviani: «Mio padre m’accompagna sempre. Sorrido di lui».

13) Guido Lucchini, I piani del racconto nella «Coscienza di Zeno», in «Otto-Novecento», nn. 3-4, 1982, p. 85; dove si sostiene anche che «Guido si informa sugli effetti del veronal senza essere compreso da Zeno».

14) Carlo Pacini, «Ellissi» e «tempo misto». Il lavoro di Zeno sul tempo, in «Italianistica», XIII, 3, sett.-dic. 1984, p. 372.

15) Renato Barilli, cit., p. 53.

16) Mario Fusco, Italo Svevo. Conscience et realité, Paris, Gallimard, 1974, che qui cito dalla parziale traduzione (Catania,  Sellerio, 1984), p. 129.

17) Elisabetta Bacchereti, Le formiche e le rane. Strategie della scrittura sveviana, Firenze, le Lettere, 1995, pp. 108-109.

18) Ivi, p. 128.

19) Ivi, p. 136.

20) Ivi, p. 162

21) Fabio Vittorini, Svevo:guida alla Coscienza di Zeno, Roma, Carocci, 2003, p. 83.

Nota del settembre 2012

Ho appena appreso su Google che la mia interpretazione della Coscienza di Zeno è stata accolta per la prima volta, in quasi tutti i suoi dettagli e nelle sue conseguenze globali, da Elisa Martinez Garrido in una conferenza tenuta a Oxford nel dicembre 2011 (in internet col titolo Della vendetta, della gelosia, della menzogna e del veleno tragico. La traccia di Shakespeare ne La coscienza di Zeno).

Nota del novembre 2015

La signora Martinez Garrido, nonostante la mia gentile e ironica protesta ha pubblicato in internet una nuova stesura del plagio

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