Servizi
Contatti

Eventi


Strade di versi

La copertina di un libro, se bene scelta, spesso sa preannunciare in sintesi visiva il senso del libro o almeno riesce a incuriosire il lettore . La copertina di Strade di versi mi ha suscitato domande e ipotesi (è, come sempre anche in questo caso, mia preoccupazione che le ipotesi restino ipotesi aperte e non diventino preconcetti). Mi ha colpito la sovrapposizione dei due Colossei (l’ellittico e il quadrato) sullo sfondo rosso mattone. Era evidente che i due monumenti architettonici si presentavano al tempo stesso come realtà e come simbolo. Presentivo che il nuovo libro avrebbe testimoniato un’esperienza interiore diversa (non necessariamente successiva) da quella del libro etrusco: un diverso “sentimento del tempo”. La Tuscia aveva offerto l’immagine di luoghi dove il tempo sembra veramente “remeabile”, dove l’antico vive di una vita continua e apre varchi all’eterno. Non che mancassero scarti, vaghe inquietudini, ironie, ma una pura liricità appagata consentiva quasi solo il turbamento della nostalgia.

Ora di fronte a questa nuova immagine, unificata dalla scansione dominante delle arcate (la Bellezza è sempre, classicamente, geometria, leggeremo più in là), la domanda è: quale rapporto tra i due simboli, dell’antico e del moderno? Li collega un metamorfico ma pacifico fluire del tempo? O dovremo scoprire una insanabile frizione, un aggressivo imporsi della modernità sui resti di un mitico passato ormai irrecuperabile?

L’autore sembra quasi risponderci fin dai primi versi che lo rivelano fedele a un’idea quasi mistica di Poesia, la più lontana possibile dall’usura temporale. Siamo su alte vette nell’incipit che rende omaggio alla Musa. Di verso in verso, così vidi le Muse è il titolo della sezione e io ricorderei le canoniche “invocazioni” se qui la Musa, nel primo testo, Motto poetico, non apparisse già come una conquista ferma e sicura:

“È la Poesia | il sussurro dell’universo | in un solo verso”. E, subito dopo:

“È la scheggia di luce | che resta | in fondo alla peschiera | parola” (la luce
si annuncia subito come chiave essenziale di questo universo di segni).

La poesia è dunque, nell’ideale di questo autore, un breve distillato di segni metatemporali e quintessenziali. Sembra che la lunghezza di un testo ne minacci la purezza. O si vuol solo dire che la Bellezza in un testo di varia lunghezza si concede per barlumi e bagliori, per “schegge di luce”? Certo è che non si può restare sempre nell’Eden. Anche chi, come il nostro giovane poeta e il vecchio Leonardo, è sempre “a stella fiso” deve fare i conti con il divenire e quindi con la Modernità. Si può detestare ma non si può ignorare. Al centro di un affascinante autoritratto ricco di umori non solo ironici si proclama appunto, come in un manifesto, l’aristocratico e sdegnoso distacco: “Refrattario alla modernità, | teme la noia, la stupidità”.

C’è un’eleganza, una sorta di sorridente sprezzatura in questo ritratto (che, tra l’altro mi ha permesso di conoscere meglio, nella sua coerente complessità, il mio amico poeta). L’ “adolescente tardivo | tecnologicamente ritardato” deve farsi smaliziato per attuare la sua sfida, deve entrare nel campo nemico, assumerne le modalità e il linguaggio stesso in forma sapientemente straniata per smascherare la vuota pacchianeria del mondo che lo circonda. Arma non segreta un’ironia sempre creativa e capace di muoversi con ambigua polivalenza su piani diversi. Capace anche di immettere nelle parole della nuova convenzione insospettate vibrazioni (questo è forse l’intento dalla sporadica adozione di un degradato romanesco). Ma i segreti di questa personale lingua poetica li ha profondamente indagati nella sua ampia e accuratissima prefazione Eugenio Ragni che ha offerto un materiale prezioso a ogni futuro lettore ed esegeta.

Il mondo attuale è un mondo inquinato: questa è la prospettiva dominante. Impaziente di seguire più da vicino questo leitmotiv tralascio nella parte iniziale altre “strade”, altre esperienze che concedono anche momenti di indisturbata contemplazione, per arrivare subito a Roma (Roma è il titolo che raccoglie tutte le poesie della seconda parte). La città riceve anzi un omaggio preliminare nei quattro versi che aprono la sezione: “La geometria della Bellezza | macchiata di storia | qui si radica nell’Infinito | stornellando tra le pietre”. Qui alle divine Muse cui era dedicata la prima parte si sostituisce un’altra dea, la dea Roma, non quella glorificata dalla retorica prefascista e fascista, la “terza Roma” per intenderci, memore orgogliosa della sua antica conquista armata del mondo (verso l’explicit, sarà salutata con tono ambigui come Reggina der monno”), ma una nuova Musa: Arte a Roma è il titolo ed è proprio l’arte con la sua tensione all’infinito che può – meglio, potrebbe – donare a Roma immortalità superando la contingenza della storia, “la storia malvissuta del vivere”. Ma l’incanto dura poco. Nel retro “geometrie di solitudine” (la solitudine è solo qui connotata di disumanità) sono intristite dall’artificio di una “Telecittà” (è il titolo della seconda poesia).

Il wanderer, ridotto ad aggirarsi per le strade e i quartieri della città degradata, tra “nomadi del nulla” soffre per quell’inquinamento portato dalla temporalità e dai suoi ultimi approdi, inquinamento che si manifesta anzitutto nella luce, in questo segno anche simbolicamente pregnante e primario nel naturalismo mistico, forse vagamente platonico, di Carlucci. Troviamo presto “luci che, per artificio illudono”; “urne di luce fluorescente, tra insegne di negozi | e sale di videogiochi sempre aperti”; “luci false della città in moto”; “luce di plastica | della campagna in città”; “luce invasata tra le grate sui terrazzi” (e qui si affaccia un altro segno di negatività, di repressione: “grate” e, poco dopo, “gabbia”). E ancora, ormai in un contesto che sembrerebbe tragico,:”Nere strida di luce”; ma proprio questa nota estrema sfugge alla banalità trasfigurandosi in misteriosa musicale grazia: “così una ventosa grazia | canora | pare le cose, le case | turbare di luce”. Nelle ultime pagine ci sgomenta la “luce criminale | della notte fredda | della velocità”.

L’andare ormai qui ha perso ogni senso. Ai “nomadi del nulla” nel panorama del libro si contrappongono, visti con occhio pietoso e solidale, quei nomadi che da paesi lontani hanno affrontato un viaggio di destino. Nobile è la loro genia se Enea è il loro capostipite. E come ai “clandestini” sfortunati e dolenti la pietà fraterna si rivolge a tutti i diseredati, le povere vittime innocenti di una colpa storica. Giustamente questa apertura etico-sociale è stata messa in luce dal prefatore.

Ma questo libro che stiamo qui risfogliando è un libro complesso come ogni scrittura che non si fermi all’unidimensionalità arbitraria del realismo.

L’universo di questo autore ha una complessità arricchita anche dalla vasta e raffinata cultura frutto non solo libresco ma esperienziale, tanta è la curiositas che motiva seriamente l’esistenza stessa del poeta.

Gli stessi segni così vivono di molte vite (il predatore ha ricostruito la fitta trama di citazioni sottesa al discorso poetico).

Consideriamo, ad esempio un vezzo stilistico che potrebbe essere facilmente liquidato come segno di negatività, di sterile ripetitività (l’odiata ripetitività) da confinare dunque nella dimensione dell’ ironia e del sarcasmo (il sarcasmo si condensa spesso negli ultimi versi, quasi chiuse epigrammatiche) Mi riferisco alla frequente successione martellante di rime (particolarmente incisive quando si ripetono parole tronche in -, quasi eco burlesca di Modernità). La rima, che ha conosciuto tempi neri vista come una sempre disponibile prostituta, si presta oggi prevalentemente alla funzione ironica, naturalmente rafforzata qui dalla insistente replica. In realtà poi per il lettore – questa è almeno una mia impressione – l’effetto di quella ossessiva scansione non si limita alla funzione ironica, non lascia un senso di tedio, ma mette in atto una ambigua musicale suggestione. Come sempre nell’arte, si gode il dono della creatività, della liberazione dagli schemi scontati.

La complessità del libro, come ha già rilevato il prefatore, lascia a una prima lettura e a un primo tentativo di riepilogo, l’impressione di aver trascurato importanti argomenti.

Mi resta a questo punto, tra l’altro, il rammarico di non aver messo in luce come in questo universo – forse solo nella prospettiva interiore del poeta – la luce baleni anche in momenti di grazia e di estasi quasi religiosa. Talvolta il miracolo avviene: ritornano gli Dei e Dio stesso non sembra lontano

L’Eterno è non di rado cercato, in contrasto con la vita di superficie brulicante e frenetica, nella silenziosa e fredda fermezza della pietra, del marmo antico, negli antichi sepolcreti, segno ambiguo di morte e di vita perenne. Rimane nella memoria, richiamando la celebre immagine di Cavalcanti in cerca di solitudine tra le arche del cimitero. quale appare in una novella di Boccaccio, l’immagine del nostro poeta solo tra “i sepolcri di Via Latina”: “Ventosa luce d’alberi su l’urne | fra l’erba il nulla freddo della pietra | che quieta s’eterna tra i fiori. || Vado ubriaco di silenzio | tra i boati della città | che non mi vede”.
Recensione
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza