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Personale Eden

Versante ripido

Elenco quelli che a mio parere possono essere giudicati i pregi, o punti di forza di questo libro:

a) il linguaggio alto, elevato

non si può dire che nella Greco il flusso linguistico sia rarefatto, anzi, è una sorta di fiume che sgorga impetuoso dalla penna e che si sente provenire da un’onda emotiva ed erotica molto accesa.

Un linguaggio direi neoclassico, addirittura oserei paragonarlo a quello dell’ignoto estensore del “Cantico dei Cantici” Biblico, talmente è ricco di allusioni, immagini e sensualità accesa, come appare da questi versi estrapolati da me, ove il grassetto è mio.

riprendimi esattamente da questo punto
quello in cui coloravamo il ritrovarci stretti
precisi nello sbottonare voglia e labbra:
tra le tue dita il mio dettaglio nascosto alza la voce

Non è facile condurre lo sviluppo di un libro di poesia come questo senza lasciarsi travolgere dal “troppo esplicito“, invece la Greco è bravissima nel ripercorre e ricostruire il mito biblico di Adamo ed Eva, leggendolo in chiave moderna, di due esseri che ri-nascono dopo l’esilio, dopo la cacciata dall’Eden

ma chi altra ha saputo mostrarti la lucentezza
piccolissima che scinde la mela dal suo ramo?
o la non vista eleganza del suo seme a lacrima?

E la rinascita passa attraverso la presa di coscienza che si serve anche di un “Creato”, quasi a pre-designare una nuova incarnazione di Cristo fatto uomo,

e questa volta fu il creato a chiedere di entrare
in noi
dalle tue natiche ai miei fianchi larghi d’attesa
bastò una voce e fummo ancora e nuovi

b) altro pregio:

La non banalizzazione del sentimento “amore”

il pericolo che si corre sempre quando si decide di mettere in versi il rapporto uomo-donna è quello di scadere o nel troppo descrittivo oppure nell’erotismo chiaro senza allusioni, o se ne appaiono, le si nascondono dietro doppi sensi abbastanza grevi.

Con la Greco questo non accade.

L’amore è sì fisico, ma diciamo che è avvolto in una atmosfera sensuale ma elegante, come scrive nella prefazione la Pacilio “è un canto d’amore che palesa il bisogno

psicologico dello scambio affettivo e tiene a battesimo la
confessione dell’anima attraverso l’offerta del corpo”

E’ la Greco, novella Eva, o forse novella Lilith come quella ritratta dai pittori pre-raffaelliti che si incarica di guidare, conquistare e sedurre il suo uomo, dicendo

non trattenere più nulla dell’abisso che ti abita e concediti

e poco più avanti aggiunge

tu – spiaggia assolata
su cui spogliarsi del grigio e lasciarsi bagnare
non abbiamo sbagliato la combinazione né perso il paradiso
stiamo seguitando a percorrerne pelle a pelle la via – fidati –
tra la crepa e la volta azzurra in cui siamo caduti a quel morso
nessun freddo avrà più la tua pelle che bianca si confonde con la mia
e la meraviglia avrà noi nudi in questo prato azzurro e fuori la neve
prima del chiamarsi uomini alla luce dell’inciampo della vita
dove siamo precipitati dalle altezze per il sentimento di saperci
uno dell’altra fino in fondo

c) il terzo pregio è

il sapiente uso del verso lungo

questa tecnica scrittoria non è facile da adottare in quando l’uso maldestro può mettere in evidenza, come spesso succede in molti autori che la adottano, una notevole disarmonia vocale che lascia spesso scivolare la narrazione dalla poesia alla prosa alta.

Invece i versi della Greco posseggono una loro musicalità ed un loro ritmo che tengono lungo tutto il libro, e rendono la lettura ricca di immagini e calda nella sua espressività piena di vita e di vigore, e credo che questo vigore possa dare spazio, per me, ad una sensazione che mi fa dire che:

il difetto:

che è a mio parere una raffigurazione del rapporto maschio femmina leggermente di sudditanza da parte della donna che, almeno nella lettura che io ho fatto, appare come essere troppo dipendente dal maschio o dal compagno, come lo si vuol intendere.

Scrive la Greco verso il finale del suo lavoro

e m’abbandono
femmina per te acceso d’esperienza
m’avvicino e altro non attendo
che la tua lingua conosca la mia geografia

e più avanti aggiunge quasi a sottolineare il fatto che la maturazione sia opera del “maschio“

sei accaduto in questo mio andare a capo
d’un verso che credevo già scritto o quantomeno letto
poi da quell’uscio lasciato sospeso tra dentro e fuori
sei entrato nella stanza più raccolta del mio calice
pronto di frutto hai completato la mia fioritura
lasciando cadere gli ultimi sepali di un caso preciso
dorato sei sceso sulla linea che disegna le ore in luce

e conclude

vengo a implorare d’appartenerti nella luce nostra
che sa di abbraccio stretto di un mattino di sole e foglie
raccolte a mani aperte per dirsi e ripetersi il senso d’io
che non sa più stare solo e aspetta aspetta senza sosta
che la tua acqua lo bagni come vetri affannati dal respiro

Ma in un’epoca nella quale la donna rivendica per sé ogni capacità di scelta e di decisione, in una società erede di quelle nonne post sessantottine che affermavano “se ci sarà un uomo che ci farà morire sarà dal ridere “ ed anche “ l’utero è mio e lo gestisco come mi pare “ mi suona leggermente “ stonata “ l’invocazione “ vengo ad implorarti d’ appartenerti “ ma, evidentemente le mie memorie sull’universo femminile sono da ex maschio in andropausa, e mi scuso con l’autrice.

Recensione
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