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Pensieri nomadi. La poesia di Maria Luisa Daniele Toffanin

Così il pensiero più ritorto
in petrosi nodi, cela dentro
misteri-fantasie d’acqua
sorgive all’anima per parole nuove
petali-profumo di poesia.

Cara Maria Luisa,

ho ricevuto la tua opera con grande gradimento. Opera organica, zeppa di firme eccellenti, bella e curata nella veste grafica, nell’impaginatura, nell’attenzione al particolare, veramente importante come edizione a fine di studi universitari. Tutto ciò ci dice del livello a cui è assurta la tua produzione (lo merita). Al gradimento sincero che mi deriva dal palpare il tuo morbido testo e soprattutto dalla lettura attenta e meditata delle sue pagine, va aggiunto un mio personale e non indifferente orgoglio nel constatare che tante mie riflessioni sul tuo percorso siano state confermate dai critici delle esegesi. E penso proprio che gran parte di quello che è stato scritto, lo si trovi nelle pagine che con grande passione ho stilato sulle tue estensioni etico-estetiche, sulle tue “romanze” liriche di grande intensità umana ed artistica: l’io e la natura; il verbo e la sua iperbole; le configurazioni finalizzate ad un distacco da un terreno riduttivo, per uno slancio che vada oltre la parola; la fusione, rara nella poesia contemporanea, fra il termine e la coscienza di esistere; e la coscienza dei limiti umani come cruccio e stimolo all’avventura, alla scoperta di un mondo il cui epicentro è l’essere umani.

Ma quello che più mi ha convinto è la tua nuova fatica letteraria che tu inserisci come appendice, e che io avrei collocato come momento più importante ed incipiente del testo.

Qui l’autrice Toffanin si conferma rinnovandosi, o si rinnova confermandosi. Da traghetto a traghetto per non morire. E’ qui l’anima di tutta la produzione dell’artista. Spaziare, osservare, appuntare, segnare, immaginare e correre, fuggire, dopo il nutrimento di esperienze visive e emotive; fuggire alla ricerca di quelle verità che diano all’artista una convalida della sua esistenza, della sua arte, del suo mondo fragilmente immenso nella caducità umana. Creare, dire di sé, essere viva per non morire. Ed è qui che la natura si immola all’anima per reinventarsi nuova, pregna delle emozioni esistenziali della poetessa. E la natura è disposta a collaborare, è amica, è confidente, e l’autrice la sfiora, la tocca, l’annusa, la inventa per ridarla al foglio impreziosita di una sensibilità e di una commozione universalmente ed oggettivamente valide. Le metafore, le figure stilistiche, le combinazioni metrico-foniche si susseguono con ritmo incalzante tanto che: “E l’anima occlusa nell’oblò / disancorata dall’evento / si sperde si cerca in quel liquido falò / rinata visione del vivere metafora.”. E da “Nello spazio-tempo del mare e dell'isola” a “Incontri”, da “quesiti di mare” a “Contatti di ora in ora in voli e canti vesperali” è tutto un volo crescente, un volo che l’autrice intraprende, partendo dalla concretezza della tormentata bellezza terrena, per elevarsi, cosciente della fragilità delle vita, allo stadio dell’arte pura, al pensiero dell’arte come categoria principale dello spirito, dove, e solo dove l’umano stesso può tradire il fatto di essere umani: “Ma tu, mia minuta crisalide / dei miei voli più vergini / tu non arresa al tempo ansante d’acqua / a lusinghe del continente / tu qui nella tua cala ambra-turchese / eletta a interiore rifugio / tu quasi indifesa / sui sedimenti della tua storia / scivoli tra alghe-memorie / cuscino a verde riposo / nutrimento all’anima / a creare mutando nuova tua forma / sempre fedele al tuo bozzolo.”. La parola fa di tutto slargandosi, ampliandosi, raggruppandosi, frantumandosi per ritrovare la sua unità sintagmatica e aderire così alle necessità di un’anima in cerca di un valido aiuto per assurgere alla sua più completa plenitudine.

Il poeta direbbe: “Nel cuore della terra, negli urli dei suoi profumi, nei canti dei suoi colori, nelle tristezze dei suoi abbandoni il poeta trova sempre la via dell’ascensione”.

P.S.

Una nota stonata c’è nel testo ed è alla pagina 101. Il critico, Graziella Corsinovi, riporta: “A proposito del rapporto dell’autrice con la natura, il prefatore Nazario Pardini, parla di panismo; il panismo implica la dispersione dell’io nella natura…” . Ma io parlo non di panismo, ma di panismo esistenziale che è completamente diverso dal semplice panismo. Quest’ultimo implica, sì, la dispersione dell’io nella natura, ma nella mia accezione significa, come ben chiaro nel prosieguo della presentazione, impossessarsene per farla corpo di stati d’animo. Ridare al foglio “oggettivazioni” nutrite di esperienze vitali e memoriali. E quindi non dispersione dell’io. Ma azione di un io che si fa attore primo nell’acquisire, rielaborare e tradurre dati naturali in trasfigurazioni emotivo-esistenziali.

Un affettuoso saluto da chi ama la tua poesia.

12/01/2012

Recensione
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