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Segreti casentini ed oltre a primavera

Una scalata dalla terra al cielo; verso una cima che può toccare le soglie dell’oltre; sottrarsi alla materialità del quotidiano; inficiare lo stato di precarietà con abbracci a colli, piane, albe, tramonti, cromie che richiamano il divino attraverso un’ascensione di odeporica valenza; un percorso di vertigini paniche, che si risolve in un climax di grande interiorità. Ho avuto il piacere e l’onore di leggere gran parte della produzione poetica della Poetessa, e posso dire che il suo amore per la natura non si risolve in un semplice afflato bucolico georgico. C’è tanto di più in Lei; dacché, - e questo motivo si ripete nelle sue opere -, le cospirazioni naturistiche che segnano le tappe del suo viaggio hanno il sapore di un volo etereo, di uno slargo spirituale che fa del particolare un trampolino di lancio verso un mondo di escatologiche immissioni. Sì, è da lì che la Nostra parte; dal particolare, da un albero gemmato di purezza, da una foresta di luce illibata, dall’amore sviscerato per il bello; per tutto ciò che la circonda; tramutandolo in qualcosa che tanto sa di superlativo e di eccelso, cosciente, Lei, de”l’empia miopia umana”; cosciente della futilità del tempo e della vita.

D’altronde è umano, fortemente umano cercare con tutte le nostre forze di svincolarci dal terreno per allungare sguardi al di là degli orizzonti che delimitano la nostra permanenza; ed è da lì che nascono quesiti e interrogativi spesso irrisolti per il fatto di essere umani condannati a vivere in spazi ristretti con un’anima tesa alle sue origini. E questo è proprio il prodromico avvio della silloge: un quesito che coinvolge ognuno di noi per la sua polisemica valenza: elevarci oltre l’empia miopia umana : “in un eterna primavera/ ove si apra a corolla/ il mistero del vivere”. Sì, il mistero del vivere; quel mistero che ci rende inquieti e tormentati; quel mistero difficilmente risolvibile date le nostre deficienze; ma che la Toffanin riesce a intravedere, attraverso una navigazione fra marosi e scogli; che riesce a perseguire con un faro che illuminerà il tragitto, il porto della sua navigazione; acque distese, appaganti, riposanti, raggiunte dopo tempeste e bufere. Tanta umanità in questa silloge, tanta meditazione, tanta poesia assodata da versi di euritmica sonorità dove figure stilistiche modernamente applicate dànno consistenza, unità, chiarezza, e organicità al messaggio; ad un abbrivo emotivo e contemplativo che trova la sua concretezza oggettiva in tutte quelle configurazioni paesaggistiche di portata ontologica: “Segreti casentini ed oltre a primavera” il titolo.

Una primavera che tanto sa di innocenza ritrovata; di pulcritudine floreale di un luogo ricco di storia, colori, profumi e preghiere, dove:

Così l’anima sosta in
trame di simile armonia
a risanarvi
terra rugata d’ansia
fuoco interiore spento. (Trame d’armonia).

Dove:

fragile magia quasi d’anima
che la mestizia umana scioglie
in rivoli di gioia (Fragile magia).

E dove

Il cuore s’illumina
come altro papavero di fuoco
d’improvviso sorto
                        da un tronco morto. (Magiche grafie e umane note).

Un crescendo di intonazioni umane e sovraumane; una simbiotica fusione fra spazi naturistici, opulenza verbale-iconografica e potenza epigrammatica; un contesto dove unità sintagmatiche, scarti semantici, e soluzioni linguistiche di rara resa poematica si fanno corpo della scalata che si chiude con la risposta al quesito iniziale:

Sei tu Presenza paterna-materna
che ovunque mi solleciti a ri-cercarti
nell’incantata tua natura
fra gli spazi delle mie ore
nella casa della Parola.

E non sento non vedo
che mi sei così vicina
mi cammini sempre a lato
nell’ombra-luce del tramonto
Tu con la tua-nostra Croce
stretta fra le braccia. (Risposta).

Un inno alla vita; al misterioso suo fascino che la Nostra riesce a far suo immergendo le trame della natura nell’armonia del cielo.

Recensione
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