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T. S. Eliot La travolgente domanda Cent’anni di Prufrock

Scrivere su questa complessa opera di Daniela Quieti significa andare a fondo del patrimonio culturale di una scrittrice poliedrica, di proteiforme valenza: poetessa, saggista, narratrice, collaboratrice infaticabile di cultura, qualunque sia il campo… Una personalità di spicco nel panorama letterario odierno. Ho avuto la fortuna di leggere alcune sue opere ed ho apprezzato fin da subito la grande sintonia fra anima, pensiero e parola.

Sì, c’è questa sintonia nel suo linguaggio: la plasticità di un verbo che corre con grande fluidità per stare in armonia con gli abbrivi emotivi o con gli approfondimenti intellettivi che la completano. Ed è così che chi la legge prova una sana invidia, dacché non è per niente facile incontrare tale equilibrio fra dire e sentire in questo mondo infarcito di una dovizia di libri tale da essere destinata il più delle volte al macero. Tanto che la sua scrittura si fa morbida e apodittica; invitante e semplice; acuta e paratattica; va incontro al lettore per offrirgli i concetti più astrusi in un vassoio d’argento senza troppi ricami; va al sodo, come di solito si dice; e lo fa con una tale disinvoltura da farci sembrare romanzo, avvincente e coinvolgente, anche la narrazione saggistica.

E si sa che non è certamente semplice avventurarsi in una ricognizione esegetica su un tale talento quale T. S. Eliot; dacché è inevitabile spaziare in parallelismi interdisciplinari; toccare ambiti letterari, filosofici o politico-sociali se si vuole ben inquadrare “uno dei migliori autori del ventesimo secolo a livello internazionale” (pg. 45): le sue ispirazioni, i suoi contatti, gli ambienti che l’hanno formato, i periodi storici, l’idealismo filosofico di Josiah Royce, il pragmatismo di William James, il nuovo umanesimo di Irving Babbitt, i dubbi esistenziali già evidenti in The Love Song of J. Alfred Prufrock; la formazione, il classicismo postsimbolista che Mario Praz rettifica avvertendo (nel saggio Due maestri dei moderni, J Joice e T.S. Eliot del 1967) che il “poeta antepone al simbolismo inteso in senso individuale, arbitrario, dei moderni, ove la suggestione sfuma e si perde nella musica verbale (tipo Mallarmé), il simbolismo dantesco, di carattere universale spersonalizzato” e connotando acutamente che “la vera originalità non consiste per Eliot in un’eccentricità, sia pur geniale d’ispirazione (esempio William Blake), ma nel dare espressione suprema ad un’esperienza di carattere universale”; la poetica; il legame indissolubile della poesia con la poetica, guida intellettuale dei poeti e cosciente interprete dei loro sentimenti; la comparazione letteraria per cui richiamare il finale del cimitero marino di Valéry come slancio necessario a esistere (Il vento si leva…

Bisogna tentare di vivere! Il mio libro apre e richiude / l’aria immensa, da rupi / audace l’onda in polverìo zampilla. / Pagine impallidite,  / volate via! Con onde / allegre irrompi, flutto: / questo tetto tranquillo / che predavano i fiocchi, rompi, inonda!”), significa confutare sia la tragicità del Battello ebro di Rimbaud che s’inabissa nel mare con “la chiglia spezzata”, che quella del noto passo dei Quattro Quartetti di Eliot: “Qui non c’è acqua ma solo roccia / Roccia e niente acqua e la strada sabbiosa / La strada che serpeggia in alto fra le montagne / che sono montagne di roccia senz’acqua. / Se ci fosse acqua ci fermeremmo a bere”, dove l’asprezza della roccia acuisce la sete e ravviva l’impulso a cercare l’acqua nel viandante, che sente vicina la sorgente pur non riuscendo a scorgerla (Sandro Guarneri: Poesia e Poetica. 1996).

Il saggio di Daniela composto di cinque capitoli, si profila, quindi, come una interessante e approfondita dissertazione su un autore di cui tanto si dice e si è detto, ma forse mai si è scritto con tale acutezza e personalità critico-cognitiva; questi i sottotitoli: Eliot e l’età moderna; Scenario storico e culturale; Dante, Virgilio e la classicità in Eliot; Prufrock e la travolgente domanda (da cui il titolo); La figlia che piange; Conclusione, uniti da un tema centrale che corrisponde all’intendimento che Eliot ha della poesia. La sua evoluzione, le varie tappe, e soprattutto il rapporto del poeta con l’essere e l’esistere: una proiezione continua verso il tutto, l’oltre, l’olismo; il desiderio di dissetarsi ad una sorgente di cui sentiamo la vicinanza ma che ci sfugge continuamente.

D’altronde è proprio dell’uomo ambire a svincolarsi dalla terrenità pur facendone parte in maniera indissolubile. Ma è pur vero che in noi è viva la coscienza della nostra precarietà, della nostra pochezza se commisurata al dipanarsi infinito di una clessidra che unisce in sé passato presente e futuro. Soffrire di queste pulsioni e trasferirle in un poièin la cui armonia (innata nell’uomo) faccia da legame vincolante, e il cui slancio si muti in correlativo oggettivo, penso sia il focus centrale delle inquietudini esistenziali di Eliot. E per questo mi piace aggiungere al mio scritto alcuni passi del critico che mettono bene in luce, nella Conclusione, la conflittualità che anima il percorso poetico e umano di Eliot: “… Nella sua infanzia Eliot contemplava l’Atlantico e sapeva cosa significasse affrontare uno sconfinato orizzonte, in cui scoprire nuovi ormeggi ma anche rischiare un naufragio…”; “… Eliot incastra trasposizioni letterarie, scissioni, e antinomie nell’insieme della versificazione alternando intensi passaggi emotivi con un ritmo ondeggiante, essenziale e melodico, in una originale stratificazione di linguaggio alto e basso…”; “Il percorso che avrebbe portato Eliot alla conversione non fu facile, e la sua iniziale produzione poetica ne testimonia il conflitto interiore proteso al raggiungimento di una dimensione critica e razionale…”; “… Il monologante Prufrok, nel descrivere il senso di squallore quotidiano che pervade le sue divaganti osservazioni, rappresenta il manifesto di una nuova poesia che esce da uno schema rigido, per affermare i pensieri e le ansie effettive della coscienza con uno sguardo lucido e penetrante associato a una sottile vena musicale e comica…”.

E terminare questo mio scritto riportando un’affermazione dello stesso Eliot, come massimo interprete della poesia di tipo analogico-simbolico, culminante nei poemetti La terra desolata, Mercoledi delle ceneri, e I quattro quartetti: “è compito del poeta non quello di trovare nuove emozioni, ma di usare quelle comuni e di esprimere… sentimenti che non si trovano nelle emozioni vere e proprie” significa mettere in luce il fine umorismo inglese che lo caratterizza; ma anche una sua idea fondamentale: quella che il mistero della poesia e dell’universo è impenetrabile anche dalla stessa poetica.

Recensione
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