Servizi
Contatti


Pass dopo pass

Nei sonetti della raccolta poetica Pass dopo pass di Lilia Slomp Ferrari  (Biblioteca dei Leoni, 2019) c’è un andamento circolare, di nostos, ritorno alla propria Itaca originaria, all’infanzia, al tempo che precede i giorni del pagliericcio; la scelta del dialetto trentino, come ricorda Nadia Scappini nella sua acuta e sentita prefazione, non è da considerarsi  « un’opzione secondaria rispetto alla lingua italiana, ma la lingua matria, quella capace di far riaffiorare radici sepolte, di nominare le cose attraverso parole che risuonano nel mistero di un’antica sacralità, quella da usare come un respiro»: Lilia Slomp è infatti fra le voci più alte (riconosciute anche in vari premi nazionali e da critici importanti) della poesia in lingua trentina da oltre un trentennio.

In Pass dopo pass la parola poetica è migola-briciola di pane di una poetessa che sente di essere peti-pouce, alla Rimbaud, pollicino che con i suoi versi sbriciolati può trovare la via di casa («Per ritrovare la strada cammina/ cammina in peste di passioni/ di ghiaccio»), la propria heimat originaria, mai perduta (anche se le pagine dei giorni sono indicate come quaderno  «de le ore pèrse»), solo distanziata dai giorni del tempo spazializzato ma non dal giorno del tempo dell’anima-cuore. Le «radis del còr», in fondo al quale c’è un germoglio («‘n but») appisolato da risvegliare-riscaldare. Il tempo spazio, aristotelico numero del movimento secondo il prima e il poi, è un dì dopo dì che fa morire, pannocchie sfogliate, «sbréghi de dì che ziga»: ma il dì dell’anima rinvia l’eco vivido mai sopito e nitido di altri fotogrammi eterni: le sbucciature sui ginocchi, il cuore in subbuglio per un’affetto spuntato, le campane che dettavano il ritmo liturgico della giornata con musica d’angeli.

E in questa anamnesi del trentino recordarse, in questa circolarità della curva del ritorno, si svela sempre la figura materna, quella del primo cerchio morbido, grembo-seno della carezza e della ninnananna che culla, mentre si osserva una stellina nel cielo di cartone: «mama, mama, sempre mama». E dopo la mama (che nella notte di S. Lorenzo “chiama” nei sogni la figlia dal cuore intirizzito) la famiglia e il vicinato, la società d’allora: «el filò de stiani ‘nté la stala», una veglia dove il sonno dei matelòti conviveva con i racconti degli anziani e i primi sguardi dei ragazzi, il tutto scaldato «dal fià dei bòi, dei vedelòti». «Gh’èra na volta»: la nonna raccontava accanto al fuoco del camino stringendo a sé il più piccolino che gli ingarbugliava il filo sul rocchetto, quasi a voler tenere in mano il filo del suo futuro, e il nonno ravvivava il fuoco della fiamma. E la poetessa chiede gli venga concessa ancora una punta-cresta di montagna, una stella alpina, per fissare gli argini della mente e resistere alle dissolvenze de stiani, dei giorni più belli e spensierati.

Su tutto questo movimento aleggia il cuscino della malinconia, che accoglie un’ Ave Maria che si spande e una lacrima raminga già pianta. Una malinconia in cui spesso fa capolino il calore dell’affetto del marito Paolo (al quale, assieme alle due figlie Daniela e Serena, è dedicata la raccolta), le cui carezze (anche nel ricordo) donano «sgrìsoi de passión». Che anche nei momenti più bui e di sofferenza, nei quali nelle mani aperte sembra non ci sia più niente (da dare e da ricevere), è presente, vicino nell’abbraccio («Ne struchén fissi, sén ancor arènt»). Un dolor, nelle pagine delle ore che passano, che (nella poesia «Formigar») facendo eco alle foglie autunnali dei soldati ungarettiani, lampeggia nel verso «Se va come formìghe al formigar/ en campi strofegadi (soffocati) da l’agram (gramigna)».

Con una chiusa che riecheggia invece Quasimodo: «Entant, sul formigar piomba la séra». Nella nostalgia delle ore sbiadite, si rievocano immagini di spensieratezza, la voglia di cantare, di saltare i fossi, fare capriole,  ripararsi col fratello durante una tempesta, fratello rubato alla vita, da un ladro di melograni. Nella natura, metafora della nostra esistenza, c’è una cima che aspetta il nostro passo: l’andare nella vita, sempre più lenti, dietro la carretta dei giorni che pesano e ci piegano, nell’inverno della nostra strada, Lilia ci ricorda comunque che c’è un quaderno ancora da sfogliare «prima de quela pagina sbregada» (strappata), prima «prima de l’ultim zich (grido)», «prima del pugnal». Fra le ombrìe che ritmicamente invadono il quotidiano negli sfoiazzi (cartocci delle pannocchie) dei giorni, «engualdì engualnòt» (quasi giorno quasi notte), nella nostalgia degli amori materni e paterni che sembrano persi ma continuano a ritornare, rimangono saldamente, lumini nel percorso circolare verso casa, pass dopo pass, con «la sòla delle scarpe sbusada»  (rimbaudiane scarpe ferite del bohémien). Memorie che talora sono urla, mano ghiacciate che si allungano.

Un’unghiata fonda talora sgrifa (graffia) la mente. Preda di ombre che le «se nina» (cullano). Nei giorni in cui un’unghiata graffia la mente, può far capolino la disperazione, la notizia che dietro la tramezza «zà me spèta el gnènt». Sono giorni, momenti, nei quali «no gh’è Santi, no gh’è pù Madona» ne «Avemaria che te consola». E allora serve chi rincuora, nel presente, il marito, saldo nella sua presenza, generatore di «sgrìsoi  (brividi) de passión», al quale si chiede «en ghiribiz de amor dentro ‘l magon», «el saor dei basi» persi nell’erica che addolcisca i giorni. Il sonetto sul padre chiude l’intensa raccolta, nel suo ninnare la figlia sulle ginocchia, nel suo essere maglia calda, filo di lana, corsa in bicicletta sulla canna. Scrive bene, Nadia Scappini in Prefazione, che in Lilia «la poesia si muove tra terrestrità e trascendenza, precarietà e persistenza. Una gioiosa e insieme dolorosa coscienza creaturale costituisce il filo sotterraneo che attraversa i diversi testi dove un’armonia tenacemente ricercata non cancella la sofferenza, piuttosto la redime» in una tensione dialettica sempre viva fra nostalgia e desiderio.

Al marito, Paolo, nei cinquant’anni di matrimonio, Lilia Slomp ha quindi dedicato la sua ultima silloge («Dieci settembre/cinquant’anni d’amore./ Ancora insieme») Haiku (Biblioteca dei Leoni, 2022), scegliendo la forma metrica tradizionale giapponese dell’ haiku,   genere di poesia breve giapponese di 17 morae (l’unità di misura in giapponese della durata delle sillabe) formato da 3 versi di 5, 7 e 5 morae, derivato dal Tanka (  31 morae, così disposte: 5, 7, 5, 7, 7; un genere nato nel V se. a.C.). Oltre 200 pennellate di haikai (plurale di haiku) spalmate in tre sezioni (Amore-Natura-Sensazioni), dal confine invisibile, brevi lingue di terra emerse nel sedime delle emozioni e dei sentimenti, sempre nella tensione slompiana fra sfogliare di ombrìe e desiderio, mai sopito, di brividi- sgrìsoi vitali, nella freudiana dialettica endemica fra le pulsioni di thanatos ed eros. Paolo Toniolatti, nella sua rispettosa e delicata introduzione, parla, per la prima sezione (Amore) di «un’attendibile fenomenologia dell’amarsi» nella quale gli haikai tratteggiano «un moderno, veritiero canzoniere d’amore, venato da una non edulcorata tenerezza». Un legame nel quale al riso della crepa, al vacillare e franare lieve, bisogna rispondere nella complicità di darsi la mano, per uscire dall’affanno del tempo che imperterrito minaccia i passi della vita; un legame affettivo nel quale si continua a seminare.

Nella seconda sezione la Natura si fa tavolozza cromatica diffusa e, olisticamente, pervade il vissuto in versi brevi della poetessa: come in una rinascimentale alchemica connessione ciò che è sopra è anche sotto, l’esteriore è come l’ interiore, il piccolo come il grande: la visio analogica pervade gli haikai e lo sguardo di Dio fa capolino in tutte le cose create, viventi allo sguardo divino e a quello della poetessa che sa percepire il linguaggio  vegetale e micro animale che la circonda. Nella terza sezione le Sensazioni, spesso collegate metonimicamente da idee ed emozioni, gli affetti (di nuovo la madre), il sogno e l’immersione nella natura mitigano sovente la solitudine incombente, le ombre e la stanchezza esistenziale di un passo che arranca, nella ricerca mai sopita di un nido, baita, dove ritrovare il riparo originario («non c’è richiamo/ che non si possa udire/ se sa di nido»). Fiori, piante ed animali si fanno ancora simboli di corrispondenze analogiche chiare e tenebrose, profonde in superficie. Le formiche di parole instancabili sul foglio bianco portano il messaggio della propria destinazione salvifica: la poesia è «lacrima celata/ sparsa alle righe» ma allo stesso tempo «Carezza lieve / data in solitudine».

Recensione
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza