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I testi dell'opera
Nello schermo
di Giovanni Parrini

Vico Acitillo 124 - Poetry Wave
2005

Bianco, bianco assoluto,
tutto un mondo
sul foglio, dentro, dietro, al lato, embrioni
di parole, neppure,
pre-embrioni, non-forme
di cifre senza immagine,
verginità che sta sul punto d’essere
violata dalla penna,
fibra a fibra.
Alla ribalta - che non c’è nemmeno -
non sai cosa sovvenga,
né da quale metà (se mai ci sia),
cosa venga a congiungersi,
corrompendo l’assenza dell’assenza,
nella reazione eterna, inarrestabile.

° ° °

Tutto l’altro possibile
resta, fiorendo, in fieri, tutto bimbo.
Lo sguardo ancora tenero, la stanza
morbida include il fuori, ignoto: c’entrano
mondi che stanno ai termini,
del gioco, sono segni,
sgorbi, tracce sull’album, creazioni
occasioni che a tratti
sono, che a tratti non sono che lacrima,
sorriso, rosea gota,
fiume di paroline,
nido e fede a baluardo del concetto
germinante da sè, tra poro e poro,
della carta, miracoli,
gocce che a poco a poco,
staranno chiuse nell’ambra del senso.

° ° °

“E avvegna che per ragione umana queste oppinioni di sopra fossero fornite, e per esperienza non lieve, la veritade ancora per loro veduta non fue, e per difetto di ragione e per difetto d’ammaestramento. ”

Dante Alighieri

C’è nel mattino un attimo in cui il mondo
mostra una trama ossuta
gelida, forme intime che sembrano
lacrime delle cose, tracimanti
da un fondo immemorabile, deserto,
nel ciclo che le assorbe,
le trasfonde di qua,
copie di copie e copie, trasformando
il potenziale oscuro, in seno al tempo,
in fatto che tormenta
accende corse, tra radice e petalo,
tra buio e luce, all’apice da dove
apparirà più limpida
diversa la scrittura dell’immagine,
un’altra allegoria.

° ° °

Stanno passando un attimo,
una stagione capovolti, in alberi
in vette, sopra il velo
dell’acqua. La grandiosa
stoffa che veste il nulla lo tradisce,
tra pensiero e pensiero, arsura e gocce
nel brivido che corruga
la superficie, insidia la poetica
condannata che tiene
tutta la trama insieme, e tenta figgere
un punto fermo, quanto l’illusione
che il tempo e un suo doppione, l’idea e il vero,
coincidano perfetti.

° ° °

Tutte le foglie, ed il profumo, e i voli
ritornati così,
per trasformarsi,
desinenze soltanto d’una ignota
radice: abbaglia e sembra
schiudersi il corollario
di tutte queste assurde metamorfosi
sul verbo - muto o assente ? - . Il perno attorno
cui ruoterà l’idea, con il suo raggio
esteso sempre più,
s’affermerà, vacillerà, nel transito.

° ° °

“la forte e nova mia
disavventura
m’ha disfatto nel core
ogni dolce penser, ch’i’
avea, d’amore.”

Guido Cavalcanti

La cecità del caso
è la scorta che rende la salvezza,
la derrata tenuta,
intimamente, in serbo e ritrovata
nella madia del tempo,
quando il saputo affama, rende asciutti
gli stomaci, gli sguardi
privi di pena o gioia,
senza la necessaria sospensione
alla lucidità,
che spazza l’ombra dove il fiore-amore,
da interrogare, distaccando petali
su petali, era un magico sapere,
senza contarne il numero.

° ° °

Oh catastrofe eterna dell’estetica !
Nel fondale superbo
tutto è così sfrontatamente vero
tremendamente falso,
o, peggio ancora, né l’uno né l’altro.
Da mille chicchi d’oro alla farina,
amori e guerre.
Fu sudore e fu polvere
fu tomba sigillata sotto il fuoco
di numeri perfetti, senza scopo.

° ° °

Kosmo sei quasi quasi fatto a modo,
nei dettagli, non manca
in questa mattinata a te che un niente,
quel niente che ci nega
la conclusione: è sempre troppo presto,
per includerci in te,
per dire: “Finalmente, eccoci !”, tanto
che basta un brivido,
la scala che si vanta di discendere
in milli, micro, pico, e tutto ricomincia,
santa, cieca fatica:
un po’ più in là, più gioco, più parola
per battezzare quanto
sta fuori, per sottrarlo,
con i denti e con le unghie, pezzo a pezzo,
alla divina giustificazione.

° ° °

Quel guasto, questa azione:
la lista dei rimedi,
che non bastano
a capire lo scherzo dell’insieme,
che improvviso si vendica
rimanda al quid,
al potenziale oscuro del creare.
Un tarlo sottilissimo,
necessario, che macina ab origine
e nasce e cresce e vive
nel controllo, eludendolo, fiaccando
l’attenzione. La stortura sembrava
dapprima, elementare, ago, granello
pietra, poi masso, male,
male sempre più torbido,
di rango ormai divino, che si annida
nel troubleshooting del televisore.

° ° °

Che stupore mi fa (mi deve fare)
tanta creazione che altro non attende
se non l’addendo adatto
il voluto miracolo che domi
l’indocile immanenza !
Quando il modello sembra completato
- si fa così per dire -,
stona qualcosa, altre apparenze emergono
non tornano i battesimi, le idee
precipitano, feccia,
d’altri miti e deliri.

° ° °

Meglio nel buio, indiviso,
il sè in sè, cieco, che questo smembrato
domandare e pensare,
perennemente acerbo,
che ha nel suo seno le passioni e l’etica,
e una pietà che chiuda le ferite,
dove bellezza ha messo le radici
sfoderando i suoi sintomi:
meglio se
fossi rimasto coi miei giochi, in nuce,
non fosse sovvenuta,
frazione tra frazioni inutilmente,
la mente mai a reggere
la condanna d’intuire fin là,
dove il rigo diventa evanescente
e il dettato s’oscura in altri codici.

° ° °

Fuori tutto tranquillo, sennonché
lo squasso dentro turba la parvenza,
linda: il cerchio si spezza nella rissa,
cederà ad una corda che ne alteri
il valore perenne: finalmente,
trema la vanità, entra nel tema
il motivo apodittico
con la punta tagliente, nello stagno
mette un’onda che va
di là dall’apparenza delle rive.

° ° °

Durerà la memoria,
ci piegheranno i sensi, senza fine,
annidando equilibri,
quasi sognati, quasi veri, miti,
intelligenze, e dunque ?
Dunque, nessun progresso: da dolore
e amore nascerà
dire d’amore e di dolore, appunto:
nostalgia, poi niente altro,
sempre uguale a se stessa,
senza rassegnazione, né ultimatum.
Di sole e vento e corse per il campo
di eliotropi ho uno scatto,
nella cornice in radica – essa pure
ormai parte del dialogo –
ho un attimo che serba
la sofferenza necessaria, viva,
a far filtrare e sperdere
un’idea d’aldilà.

° ° °

“....y así, eso que a ti te parece bacía de barbero, me parece a mí el yelmo de Mambrino, y a otro le parecerá otra cosa ”
Miguel de Cervantes
Saavedra


El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha
cap. XXV – tercera parte

Bello e stabile il quadro,
la tela tesa bene,
la cornice lucente,
sfiora per poco il dubbio di un abbaglio,
d’un colore sbagliato, d’una forma
che brucerà nel punto
di fuga, in cui la monade s’annida.
Si scorge all’improvviso,
soltanto per un attimo,
la sbavatura della pennellata
il grumo da cui tutto
si fa altra forma: trema la stesura,
insistono la prova e la riprova,
sul volto che riaffora
da dietro il velo,
un ulteriore trucco, perfettissimo.

° ° °

Yo no soy yo.
Soy este
que va a mi lado sin yo verlo,
que, a veces, voy a ver,
y que, a veces olvido.

Jorge Guillem
Yo no soy yo

Stretto a vertici astrali,
la corona modesta dei motivi
caduta dalla fronte,
il diadema fasullo finalmente
frantumato dal battito ancestrale
nel fondo senza limite:
tuonavano meteore di purezza
sul fasto del consistere.
Al campo d’erba medica, l’abisso
mi tumulava in brividi.

° ° °

Il vocabolo forza
l’involucro, non so perché di nuovo
muove un idillio dall’abisso fossile
di finestre riaperte,
è una luce infiltrata fra le fauci
serrate nel consistere,
nello scontro dei segni:
la trama si fa nuova al calor bianco
nel perpetuo crogiuolo delle mire
all’orizzonte falso,
gocciola un rito lustro all’acre smacco
il verso che riprova il cielo garrulo
chiedendone un motivo.
Che vocativo umile
nella rissa blasfema,
il silenzio del gelo !
Il nonnulla passato negli amplessi
delle vane occasioni
- crocevia di formiche, d’api, d’uomini
è l’arpeggio dei rami denudati
la mistica scintilla senza meta:
per una cruna occulta
filerà trasparente
l’oscura meraviglia del soqquadro.


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