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Prefazione a
Di quell'amor...
di Antonietta Benagiano

la Scheda del libro

Roberto Pasanisi

Come diceva Proust, «L'amore è lo spazio e il tempo resi sensibili al cuore». E qui, codesta poesia fresca, degli anni giovanili della poetessa, si struttura proprio fra due livelli: un’emozionante meditazione metafisica sullo spazio e sul tempo; un canzoniere gentile, stilnovisticamente rievocato attraverso mitemi di luce e colore di medievale memoria.

L’epigrafe prevertiana opportunamente richiama il tono dei versi di Antonietta: espressione lirica autobiografica, come si diceva una volta, luminosa e crepuscolare a un tempo, che si fa poi cupa all’ombra della morte, nell’explicit della raccolta:

alla memoria tua forse baluginìo
rimando
di me
d’esistenza lontano segno,
di giorno in giorno
più fioco.

Non saprai mai il mio inverno senza fine.

Sì, perché petrarchescamente Di quell amor… si articola de facto in una parte ‘in vita’ ed in una parte ‘in morte’ di Amir, il giovane dalle movenze apollinee ma dal cuore oscuro cui corrono questi versi. E certo è una storia d’amore ‘resa sensibile al cuore’ attraverso la poesia, che ne fa mito, ma non per questo classicismo.

Per la scrittrice pugliese il mito appare infatti l’archetipo mallarmeanamente ‘giocato a dadi’ attraverso lo spazio e il tempo proustiani: esso «si traveste negli aspetti del presente per proclamare ciò che è perenne»; ovvero per cogliere, di là dal caleidoscopico trasmutare delle forme, l’amore che resta per sempre, da qui all’eternità.

La poesia possiede la capacità di «fondere la forza simbolica dell’immaginazione con le figure concrete della realtà. Allora come oggi, questo innesto prodigioso si esalta nella dimensione dello stile», «nella aderenza dell’immagine all’idea», nella convinzione «che ogni tempo e ogni situazione affidano la loro verità alla poesia, e che a questa appartiene di fissare i nomi, le cose, gli atti in cui la verità della vita si apprende alla memoria degli uomini.»1

In questo canzoniere dell’anima le connotazioni amorose e sentimentali sono fatte di luce ed elementi luminosi della natura, lungo un percorso che conduce alla poesia come illuminazione e conoscenza, come tenero insight del cuore:

il nostro incontro è
luce
qui
onda che scintilla
abbaglia
radiosa spumeggia
la via lascia
dietro di sé lucente…
così
tu
sei
e
onda
anch’io
ombra della tua onda
di te
m’illumino
mia vita…

La dulcedo del dettato è tutt’uno con la delicatezza del sentire, là dove la poesia è vissuta come squisita e raffinata esaltazione del sentimento e della bellezza.

Das Ewig-Weibliche: è qui in fondo, intorno all’ ‘eterno femminino’ che discetta l’autrice, del quale prova a darci un eliotiano ‘correlativo oggettivo’ attraverso versi ed immagini innocenti e chiari come l’acqua, appassionati come l’amore.

1 Dario Del Corno, Ritsos, il canto di un indomabile, “Il Corriere della Sera”, 1990.

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