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Prefazione a
La Sirena
di Antonietta Benagiano

la Scheda del libro

La Sirena: un ‘poema di formazione’
al di qua del ‘principio del piacere’

Roberto Pasanisi

Nella forma illustre e innovativa insieme del poemetto (Eliot docet), Antonietta Benagiano costruisce con La sirena una tessitura semantica non meno che fonica quale eliotiano ‘correlativo oggettivo’1) della guerra, in prima istanza, ma – nel contempo e non secondariamente –, del mondo moderno e dei suoi smisurati orrori, ‘dicendo l’indicibile’. È una Waste Land 2), quella della protagonista Ninì, in cui l’umanità si riscopre, per l’ennesima volta, sans toi ni loi 3): le bombe diventano la dissonante musica e la stravolta misura di un mondo in disfacimento che ama distruggere e distruggersi in un cupio dissolvi senza fine, inverando a tutto tondo, prima ancora che Thanatos ––, la Todestrieb di Jenseits des Lustprinzips 4) quello che potremmo chiamare fornarianamente il coinema 5) della ‘necrofilia’ quale ce la racconta, con parole ed esempî indimenticabili, il grande Fromm di The Heart of Man. Its Genius for Good and Evil 6). Essenziale, proprio in quanto metaforica, è la trama, che con drammatica intensità scenografica e sentimentale si intreccia con lo sfondo storico, che va dall’attacco inglese dell’11 novembre del 1940 e dalle operazioni della Regia Marina nel golfo di Taranto all’attacco di Pearl Harbor fino ai tragici eventi del ‘43 in Italia: la tenera fanciulla protagonista, dolcemente ibrida fra puer senex e puer aeternus 7), si staglia su quella soglia ambigua della storia che - scorre fra l’interiorità partecipe della bambina ed il teatro della guerra che risuona tutt’intorno dei suoi fragori assordanti. Con uno stupor mundi che è poi stupore lirico ancóra fuori della storia, l’abbandono di Taranto ne scaraventa la coscienza nel tempo della comprensione e della consapevolezza di una finis historiae 8) dopo la quale il mondo non sarà mai più come prima. La sua educazione precoce diventa così anche un Bildungsroman verso l’adultità e la fine di un sogno di purezza luminoso ed infantile: è la ricchezza dei piani lungo i quali si snoda la vicenda, tutti complementari, da quello psicologico del singolo a quello sociologico della collettività; da quello storico della politica a quello intimo della fede – ma che solo in quello finale, poetico, trova una sua raison d’être e la sua possibile ‘conclusione provvisoria’ 9) ed una seppur relativa palingenesi. L’autrice, narratologicamente, materia il suo discorso con una musicalità schoenberghiana aspramente dissonante e con un accurato giuoco dei piani linguistici e situazionali, alternando sapientemente il fonosimbolismo o proprio l’onomatopea della guerra con la soave rimembranza della filastrocca infantile; il dato di cronaca della chanson leggera e del ‘cinema dei telefoni bianchi’ fino alla riflessione filosofica con la risentita meditazione sull’orrore della storia – tragicamente inverando la celebre frase dell’Ulisse: «la storia è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi»10), poeticamente risolta, ancóra joycianamente, in «un grido in mezzo alla strada» 11) che passa da un soave endecasillabo classico ad un’audace crasi di teatrale evidenza:

Mio figlio lì!
l’altra notte nell’onda l’ho sognato
Mammaaaaaiutooooo...!!!

Un altro specimen dello stile del poema ci dimostra la Mischung stilistica e ritmica del testo, con la sua cifra nominalistica di sapore medievale, il suono delle nenie e cantilene infantili:

e Luisella e Dino e Lello e Ninì e...

Giro girotondo
casca il mondo
casca la terra
tutti giù per terra...
Zittite, bimbi!

Zittite!

Tre alici a Ninì
apre Mario la piccola mano
molecole di mare...

Buone!
Il sole domani
tutti a giocaareee...

Giro girotondo
è bello il mondo
...

sonnecchia il fratello studente
Roma
sogna caput mundi
l’adunata col moschetto

e La Gazzetta il dì seguente
La difesa di Taranto abbatte sei aerei nemici

Cesare traduce
a voce alta Leopardi ripete
                                Passata è la tempesta
                                odo augelli far festa...

e la madre
                                Finirà questa tempesta?

                                Come Luisa Ferida sei bella!
e Rabagliati dalla porta socchiusa...
        ... E tutte le cose son come le rose,
        che vivono un giorno,
        un’ora e non più!
        Ma l’amore no
        l’amore mio non può
        disperdersi nel vento con le rose
        tant’è forte che non cederà,
        non sfiorirà...

Rilevanti i riferimenti a due stelle dell’epoca: Alberto Rabagliati 12), famoso divo della radio e poi star del cinema – seppure non di prima grandezza –; e Luisa Ferida 13), attrice di vaglia e di bellezza e compagna sul set e nella vita di quell’Osvaldo Valenti insieme al quale fu ingiustamente accusata di collaborazionismo col regime fascista e sommariamente condannata e assassinata nella Terreur partigiana susseguente alla Liberazione di Milano.

Eh sì, la storia è un incubo, sembra concludere Ninì, dal quale è impossibile risvegliarsi; un incubo che stiamo ancora sognando come nella più cupa e infrenabile delle nostre notti...

1) Ci riferiamo all’accezione eliotiana del sintagma quale l’autore esprime per la prima volta in Thomas Strearns Eliot, The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism, London, Methuen, 1920.
2) T. S. Eliot, The Waste Land, New York, Horace Liveright, 1922.
3) Il riferimento è alla pellicola del 1985 di Agnès Varda così intitolata.
4) Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere [1920], in Opere di Sigmund Freud, vol. 9 (L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923), Torino, Bollati Boringhieri, 1986.
5) Cfr. Franco Fornari, Coinema e icona, Nuova proposta per una psicoanalisi dell’arte, Milano, Il Saggiatore,1979.
6) Erich Fromm, The heart of man. Its genius for good and evil, New York, Harper & Row, 1964 (ed. it. Psicoanalisi dell’amore. Necrofilia e biofilia nell’uomo, Roma, Newton Compton Italiana, 1971).
7) Cfr. James Hillmann, Puer Aeternus, Milano, Adelphi, 1999. Il testo adelphiano unisce in effetti due conferenze dell’autore, Il tradimento (Londra, Guild of Pastoral Psychology, 1964) e Senex e Puer (Londra, Seminari di Eranos, 1967).
8) Ci riferiamo, in particolare (ma non soltanto), al celebre e discusso libro di Francis Fukuyama del 1992: The End of History and the Last Man, New York, Free Press, 2006.
9) Nel senso montaliano del sintagma, indimenticabile titolo dell’ultima Sezione de La bufera e altro, Venezia, Neri Pozza Editore, 1956.
10) Così nella Parte I: Telemachia (Episodio 2. Nestore) dell’Ulisse: James Joyce, Ulysses, Paris, Shakespeare & Company, 1922 (ed. it. a cura di Enrico Terrinoni, traduzione di Enrico Terrinoni con Carlo Bigazzi, Roma, Newton Compton Editori, 2012).
11) Ibidem.
12) Contrassegnò un’epoca, essendone anche un fenomeno di costume nella nascente società di massa, spudoratamente usato dal Fascismo e tuttavia acremente odiato da Mussolini: «Mi hanno detto che questo Rabagliati è stato in America! Ci torni! In Italia possiamo benissimo fare a meno di Rabagliati e di Toscanini!» (Quinto Navarra, Memorie del commesso di Mussolini, Milano, Longanesi, 1983, p.232).
13) Pur nella mediocritas, nient’affatto aurea del ‘cinema dei telefoni bianchi’, seppe distinguersi con la misura della sua recitazione intensa e lo splendore della sua furente bellezza: Tutta la vita in una notte, regia di Corrado D’Errico (1938); Un’avventura di Salvator Rosa, regia di Alessandro Blasetti (1939); La corona di ferro, regia di Alessandro Blasetti (1941); La cena delle beffe, regia di Alessandro Blasetti (1942); Tristi amori, regia di Carmine Gallone (1943).

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