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Prefazione a
Solitudini
di Fernanda Nicolis

la Scheda del libro

Agostino Pensa

1.
Nei titoli che diamo alle cose si cela sempre una forza stringente: essi colgono l'essenza del pensiero, comunicano, nella bellezza semplice della sinteticità; un universo di senso. I titoli non divagano, entrano, invece, nel cuore della questione. "Solitudini perdute".

"Solitudini perdute" – prima sezione della raccolta di Fernanda Nicolis – e composta di sole nove poesie; messe insieme sono appena 63 versi: tutto depone per un'essenzialità poetica che intende attribuire alla parola una purezza e una necessità intoccabili. Nemmeno un foneina va sprecato, esattamente come dovrebbe accadere con l'acqua, con la terra, con l'aria, con i sentimenti,...

Ma l'essenzialità dei poeti, lungi dall'accartocciarsi in sterili esercizi, è portatrice di mille e mille significati, di mille e mille sfumature, di percorsi infiniti. Sono tracce presenti prima di tutto nel poeta che lì, nel verso purificato da ogni scoria, ha adagiato tutto se stesso. Tracce che il lettore lentamente rinviene e che riconosce anche sue. Talvolta sono simili a lacerti di affreschi semiscomparsi talaltra possiedono la netta definizione delle ombre in un chiarissimo pomeriggio settembrino. Tracce meravigliose sempre, anche quando la fatica dell'interpretazione si fa più acuta, anche quando le parole aprono orizzonti così vasti da credere che non ti possano appartenere.

E' fatica e fascino insieme l'interpretazione di un testo poetico, essa si affida ad intuizioni remote; essa mette al bando le pretese arroganti della ragione, essa rifiuta il freddo e impersonate clima che appartiene ai teoremi; essa non si fida di improvvide equazioni.
Allora, su questa strada, ecco che i sentieri su cui insiste Fernanda, in apparenza così capricciosamente naturalistici, perdono all'improvviso ogni dimensione terrena e rivelano la loro vera natura nell'accostamento finale che squarcia le nuvole e rivela finalmente, finalmente, la non misurabilità dello spazio.

Scrive Fernanda:
"Sentieri degli ultimi prati"
Sentieri della mia anima"
Due versi, due versi soltanto, per portarci, con una levità che ha infinite scaturigini, dentro il chiarissimo mistero che è in noi.

2.
Possiedono il dono della polisemia le parole; rinserrano in un unico suono significati diversi; attingono, attraverso percorsi che appartengono alla notte dei tempi, ad una realtà cosi grande da confonderci.

Anche la parola solitudine condivide questo destino, anch'essa partecipa alla polisemia, questa meravigliosa rete di relazioni che ognuno di noi intesse, in ogni istante, con il mondo. Fernanda sembra raccontarci, nella sua raccolta, la solitudine, invece non è vero, lei ci racconta le solitudini, al plurale. Già questo allarga l'orizzonte, toglie di mezzo incancrenite inferriate, alleggerisce i nostri timori. Ascoltiamo.

In epigrafe alla seconda sezione la parola di Nietzsche ci avverte: «Tutte le voci suonano in maniera diversa nella solitudine» Parole che Fernanda fa sue come a dire che nulla è più eloquente del silenzio cui la solitudine si accompagna senza timore. Come a dire che in quel silenzio, quello che si rende manifesto nella solitudine, si cela una eloquenza fino a prima creduta assente; lontana, non percepibile.

Nei silenzi diversi di Fernanda trova posto anche l'ambiente lessinico con le folate di vento, il cielo velato, il tormento della pietra, suggestioni che consacrano una terra che la poetessa sente anche sua, che lei intende accogliere entro la parabola delle sue esperienze vitali. E su questa falsariga entrano anche una foglia, un melo selvatico, una betulla bianca, un piccolo fiore, una notte d'estate: presenze terrene straordinarie che riempiono noi; miracoli manifesti grazie ai quali nulla dovremo chiedere al cielo.

3.
Siamo, finora, rimasti ai margini del mondo poetico di Fernanda. Vi abbiamo girato attorno, titubanti, incerti, dubbiosi. Siamo coscienti che entrarvi equivarrà a muoversi tra preziosi cristalli. Occorrerà camminare adagio, girarsi con insolita lentezza, osservare a lungo.

E' un gesto delicatissimo entrare nel mondo di un poeta, è un gesto che rasenta l'arroganza. Ma è il poeta stesso a chiederlo, ad incoraggiare il lettore, ad esporsi al rischio. Il poeta sente, con una chiarezza cartesiana, che se il lettore non vi prende parte la sua poesia è condannata alla sterilità. Perciò, in un certo senso, lo sostiene e lo guida.

Ci vuole un patto di reciproco rispetto, di fiducia immensa del lettore nel poeta e del poeta nel lettore. Diversamente, meglio occuparsi di altro, meglio andare al mare o compilare le parole crociate.

Entriamo allora nella terza sezione di Solitudini, entriamo, e incontriamo subito il dolore. Che ha attraversato I'intera storia della poesia. Il dolore è una forma di solitudine, lo dice Emily Dikinson scelta da Fernanda quale testimonial di questa sezione. Per la Dikinson solo chi ha sofferto può, con qualche fondata speranza, capire, può rivolgersi a chi soffre. Non può esserci la folla attorno al dolore. Semmai ci può stare un sussurro appena percepibile.

E tutti bisbigliati sono questi versi; c'è un dolore che sembra annientare; c'è, sono parole della poetessa, "il vuoto delle mie mani" e, son sempre parole sue, si sgranano "rosari di lacrime" perché "tutto il vivere si é sciolto in un puro soffrire" e il suo dolore, quello di Fernanda, è "rappreso e nudo".

Un dolore, dunque, che sembra annientare.
E invece no! C'è in questo mio no un'energia debole che trasforma l'esclamazione in un sussurro, per rispetto del contratto originario tra il poeta e il suo lettore. E questa voce tenue mi dice, vi dice, ci dice che il dolore non annienta la vita. Bastano pochissimi versi. Eccoli lì, luminosi, espliciti, chiari, inequivocabili: «Verrà il giorno dell'erba nuova / e avrà incredibili occhi azzurri».

Ecco, un poco, con la discrezione di cui siamo capaci, sottovoce, assumendocene la responsabilità, esercitando il nostro ruolo di lettori, siamo entrati nel mondo poetico di Fernanda.

4.
Dunque ci è concesso, Fernanda, di entrare, attraverso le tue stesse parole, nel tuo mondo poetico, e ci accorgiamo di scoprire, leggendoti, assieme ai tuoi, anche i nostri sentimenti. E allora, in questa dialettica incessante, "La voce degli ultimi", quarta sezione della raccolta, diventa proprio un canto elevato agli ultimi. E la poesia sociale, è la dimensione pubblica del vivere a fare il suo ingresso, ora, nella raccolta; lo fa con una dignità regale, quasi impone il diritto degli ultimi alla visibilità. Scrive Fernanda: «Canterò la terribile nota degli ultimi / e i semplici luoghi dove il pettirosso / continua a svernare».

Fermiamoci, ora, per rileggere: «Canterò la terribile nota degli ultimi / e i semplici luoghi dove il pettirosso / continua a svernare». C'è, in questi tre versi, on moto iniziale di ribellione che si esprime nella perentorietà nel "canterò" il cui indicativo futuro non ammette alcuna contrattazione, non lascia margini alla discussione, al confronto. E c'è l'aggettivo "terribile" che nella sua valenza non solo lessicale ma anche semplicemente onomatopeica ci scuote dentro e ci confina in un angolo in attesa di assistere ad dramma. Ma subito dopo tutto si acquieta E' un grido ribelle, doloroso esso stesso, ma cosi maturo da accettare metamorfosi, da lasciarsi contenere, guidare, orientare. E infatti compare il pettirosso che "continua a svernare". Il mondo poetico di Fernanda riguadagna, dunque, fiducia nell'universo.

Ma tale superiore equilibrio non impedisce – anzi rende necessaria – la comparsa della donna eritrea che confessa – con un fil di voce, o con la forza primeva della sua dignità calpestata: «Solo io sono sopravvissuta» in «questa mare senza sponde». E', certo, una solitudine, quella della donna eritrea, una solitudine amara e ribelle sottolineata da quel potente e isolato "Solo io"!

Ed è solitudine anche quella della donna afgana, una solitudine così sorda da privarla del volto, da negarle anche un fibre, da costringerla ad assistere, stremata, ogni giorno, a guardare i figli che giocano con la morte. In questa desertificazione orrenda che colpisce gli ultimi, ammutoliamo.... Stravolti.... Sconvolti... Impauriti... ma anche coscienti. E fiduciosi, perché Fernanda ci assicura che esistono «luoghi dove il pettirosso continua a svernare».
Allora, come sulle note magiche di un violino, ci acquietiamo: era quello che volevamo sentire, ciò di cui avevamo bisogno.

5.
Ora ci arrischiamo a concludere!
A concludere?
No, è un rischio che non voglio correre, anche se qua e là, nei versi di Fernanda, ci sono tracce che potrebbero consentirlo. E le tracce sono in quel verso, ascoltate, che parla di un «vuoto che, sul ramo, prende il posto della foglia caduta». è un vuoto che prende lo stomaco, che ti fa sprofondare in una realtà che non vorresti esistesse, che coglie tutta la dimensione fragilissima di noi, che, appunto, pone termine. Ma subito dopo Fernanda riga la carta con altro verso; un verso che nasce, guarda un po', «sul finire del giorno» (e anche questo vorrebbe spingere verso la conclusione); dice questo verso: «A volte i pensieri hanno ali d'uccello, a volte i pensieri hanno ali d'uccello». Ebbene, esso, come ben vi accorgete tutti, allontana ogni maligna fantasia di assurda, fatalistica conclusione. E' infatti, questo verso, apertura insperata, visione totale di orizzonti amplissimi, negazione di ogni forma di prigionia.

«A volte i pensieri hanno ali d'uccello»: e il riscatto da ogni asservimento, la rivendicazione legittima del diritti della fantasia, la forza di ricominciare, in ogni luogo e in ogni momento. Allora, è evidente, noi non possiamo concludere. E' una responsabilità che non mi voglio prendere. Perché la ricerca di Fernanda Nicolis non è conclusa. Ce lo dice lei stessa, ce lo confessa tra cento sfumature, meglio ancora, ce lo confida, ecco, ce lo confida. Ma a modo suo, senza rinunciare a dipingere le contrapposte tensioni entro le quali, tutti, ci muoviamo. Proviamo di nuovo, per l'ultima volta, ad ascoltarla

E' vero, lei va «più spoglia di un ramo secco» (78); va accorgendosi che «i petali sono stanchi» (81) e che «il giardino è senza lucciole» (81), ... Ma io, caparbio, cerco ancora, riascolto in silenzio, e trovo che Fernanda afferma sicura: «i rami del mio albero sono cresciuti abbastanza da sopportare il peso della neve». Allora io, lettore, credo di aver trovato li la chiave di volta, l'inno più alto, la vocazione più profonda, la fiducia nel futuro pia necessaria. E mi fa bene. Mi fa bene perche quei rami – mai schiantatisi – di qui a poco rinverdiranno come prima e meglio di prima.

Allora, concludiamo?
Si, certo, è ora, ma non si conclude la poesia di Fernando Nicolis.

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