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Responsorio Breve

Protagonista di questa silloge di Anna Maria Guidi è il dolore che, in quanto raggiunge la vetta toccando l'abisso, si fa "l'erta per il cielo", via di fuga, di salvezza sempre differita. La vita è "un viaggio" dalla "meta occulta" segnata da opposti sentimenti, sui quali pesa, dice la Guidi con un efficace e icastico ossimoro, una "greve arca di dolore".Infatti, la pesantezza, l'oppressione, la gravezza, che caratterizzano la condizione e la dimensione esistenziale dell'essere umano sono, al tempo stesso e paradossalmente, il 'sollievo' dal dolore che, in quanto 'con-diviso', unisce tutti gli uomini e li accoglie nella sua "arca",la quale, in questo nostro tempo della povertà, per dirla con Heidegger interprete di Hölderlin, in cui i valori tradizionali sono dissipati, in cui la civiltà è al tramonto e tutto sembra arretrare e precipitare nella barbarie, sta a indicare la speranza di sopravvivenza, "un respirar di sole / che sorprenda / e sospenda dal diluvio", la possibilità e la volontà di approdare a un destino migliore. A lenire il dolore, dunque, «Dev'essere il mondo / che incontra la notte / e vuole la strada / del profondo»1 È nell'interiorità, dove la notte, rischiarata dal sogno dello sguardo, cede istanti di grazia, che la nostra poetessa si sente in sintonia col mondo. Il dolore, allora, si muta nella contemplazione, che tutto rinnova e purifica, e diviene il ''Responsorio breve", il'contro-canto' alla vita che, nonostante tutto, ha nella natura la sua bellezza: il suo canto e la sua liturgia. E perciò essa non finisce mai di stupire, ed è fonte d'iniziazione e di apprendimento per la Guidi, che, "come un bimbo" muove gli incerti passi senza sapere nulla di essa, ma con la voglia di esprimerne il senso che solo potrebbe dare pienezza al tempo in fuga con i ricordi, che, come foglie al vento, riaffermano la caducità della vita resa insopportabile dal vuoto dell'età felice e da "una morte / lungamente accudita" e ricusata.

Il pensiero della morte si lega al tempo che ella personifica e accusa definendolo "pavido", "sbiadito",''vermido","agonico","smunto","infermo", perché "tempo / di quell'atto unico / della commedia che si chiama vita", allo scadere dei giorni sempre più bui e in cui non trova riposo. Qui, lo stato d'animo della Guidi è palese, oltre che in quegli attributi che ne rivelano gli opposti sentimenti di nostalgia, rabbia, amarezza, risentimento, abbandono, ingiustizia, nei seguenti versi, dove con immagini che il neologismo, la rima e le assonanze rendono scolpite, ella esprime grande pena e sconforto: "(...) fino ali'ultima goccia / ti ho scolato, mio tempo / ed io con te abbuiesco / e non requiesco / egra pece / senza pace." Unica difesa all'angoscia, seppure illusoria, è il volgersi indietro, "al passato remoto", sì che col presente dileguano le ambasce quotidiane, e di struggente restano i "filari di giorni vendemmiati", che riconducono la Poetessa alla dura realtà, al male di vivere che la scrittura, spesso autobiografica, rinnova togliendole la "voglia di scrivere": la ragione stessa della vita, ovvero, la necessità di scrivere per non morire, dandole, al tempo stesso, la falsa consapevolezza di essere vena prosciugata, inaridita. In questa finitudine, in questo 'pre-sentimento' del silenzio-sepolcro dello spirito creativo, s'annega l'Io, orfano dell'Assoluto. Ed è un naufragio al di qua della «siepe», nel "Noi maiuscolo" che include in sé l'io "minuscolo". Nell'arca dell'umanità, l'io dissolto è la preghiera dell'accoglienza, il "Responsorio breve": la risposta al dolore, che esclude ogni domanda alla vita e alla morte. E a "quell'Iddio / che non risponde / eppure scalda / e splende".

1 Versi di Carlo Emilio Gadda, tratti da Gli amici taciturni (ovvero "Ritorno'')

Recensione
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