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Geografia del mattino

Ci è da sempre caro Stefanoni (Roma, 1967), più non sappiamo se per la consistenza sensibile, talento lucido o la discrezione, la pazienza del suo fervore poetico, che da dieci anni inanella prove ai massimi livelli della sua generazione(che invece, e non ci stupisce affatto, lo disconosce, o trascura).

Parliamo come di opere In suo corpo vivo, che uscì nel 1999, svariate altre sortite ed ora questa meditata raccolta capace di sorvolare e annettere, in corona di sguardo, una città come Roma e tutta la sua storia, monumenti e bailamme, traffico e vestigia, miasmi e luce, idealità consacrate e tetra cronaca resa volgare- ma come resiste in volo ed equazione d’ali l’azzurro per l’occhio inferocito, assetato d’ossigeno di un gabbiano libero, o d’un pittore che quei passaggi, paesaggi d’Umano li trasforma, li restaura d’anima, li disincarna in luce, carni ma di colore Morbido, profumo di cielo, marmi o templi devotissimi al sole, o a tutte l’ombra che sull’acciottolato dilagano a incontrarsi, a fugarsi, a svagarsi d’amore.. Ci basti qui salutare, sventolare questa commossa rievocazione visiva, quest’immortale rito visionario dedicato alla tavolozza, alla nuance sensuale con cui Roma la amò Scipione, capace per turgore di gioia di spaventare, infiammare dai secoli Bernini e tutto il suo colonnato:”Liberamente compone se stesso | il giardino cantato dallo stormo: | un Impero, o un oasi | tra il ninfeo e la ghiaia del limbo. || Andiamo a scolpirci nel ghiaccio, | per indistinzioni barocche, | possenti e informi entro i rilievi, || scendono da Monte Carmelo, | invadono i mercati di Traiano | i beati, chiamando i passi dalle cupole”.

Recensione
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