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Poeticando
Diario d’un laboratorio poetico

Intorno a Paolo Carlucci

Frequentare davvero un “laboratorio”, poetico o di scrittura creativa (abbasso le etichette!), esige il pregio di sapersi realmente mettere in gioco, a nudo – per travaglio di stile e vicende, le più svariate, d’esistenza… Paolo Carlucci è da almeno due anni un sodale diligente e anche estroso, capace (lui professore di liceo, classicista di ruolo, romano classe ’66) di dosi massicce di pazienza, nonché impeccabile, elegante acribia partecipativa…

Allievo ben forbito, entusiasta nato ai fatti dello spirito, e alle avventure dell’arte, Paolo elegge sempre il Viaggio a supremo traguardo conoscitivo: e quando non può donarselo, in giro per mezza Europa, lui continua mentalmente a svolare, ondeggiare tra secoli e artisti, mostre magari degli Impressionisti o antologiche della Secessione, sortite teatrali o concerti d’eccellenza...

Sempre mi chiedo se e come l’ispirazione incida sull’esito della scrittura – se insomma più cultura ci conceda davvero più felicità, espressiva e compositiva… Ma in verità solo la poesia fa altra poesia: e la tautologica materia prima d’ogni lirica illuminazione, resta sempre e solo se stessa...

Diligente, dicevo, Paolo non lo è solo verso me che dirigo, o tutti noi del gruppo, ma soprattutto verso se stesso. Prendere una propria poesia e accettare di lavorarci, tagliare, spostare, rifarla – è indice di grande intelligenza, spia e segno di temperanza, e molte altre virtù… Paolo non ha insomma paura di ricominciare, perché questo è il vero gioco e scopo dell’arte… Così ogni mercoledì il Nostro, che in questi mesi è assai fecondo, “testa” una o più liriche, leggendocela e provando un po’ a vedere (non) di nascosto l’effetto che fa… Lo fece almeno due anni fa con “La ballata dell’Italia Madre”, dedicata con elegante suggestione all’adolescenza di sua Madre a Belluno, in pieno e atroce tempo di Guerra: “… Madre sei viscera che ha visto la luce / frusta dei morti, impiccati per la libertà / futura repubblicana che racconta / la ballata dell’Italia scalza, in orbace…”.

Una poesia che tenne un po’ da parte per lavorarla, inasprirsela forse meglio dentro, darle quella pattina struggente che essa esigeva, onde salvarsi appunto da ogni (rischio di) sentimentalismo: “… Nuova / eleganza di guerra le scarpe lucide / bambina che ora ritorni e mi racconti / la scoperta dell’acqua che era favola / sulla piazza luminosa, oscura di bombe.”

Dove sbagliava, infatti, Paolo? (Il Paolo degli inizi, del fervore approssimato per eccesso)... Sbagliava nell’illudersi che basti una bella sequela di metafore, e parole azzimate, tronfie di lirismo, insomma melodismo poematico, per fare e dire poesia, acclararla in auge… Ecco la fresca lettura magari di un Lorca, di un Machado, e conseguente contaminatio di una mera bellezza epigonale, in raptus echeggiante: “Memoria che si leva… Calendario / è la torba scalza / dei giorni fertili di stelle”…

Dove, per buffo paradosso, erano proprio questi giorni troppo fertili di stelle, i suoi primi nemici ispirativi… Voi direte: meglio allora giorni intasati di stelle, isteriliti, inariditi?... Beh sì, se almeno gli salvano la sincerità incorrotta d’ogni confessione, che fa poesia NON per andare a capo, inventarsi un’altra metafora...

Certo è difficile, rinunciare all’eco, pura ellissi del canto – ma il canto vero, strappa da dentro, diffida degli sbrilluccichii di superficie, preferisce anzi dissuonare (come tanta buona musica moderna), che inseguire o intonare melodie bolse, una cantabilità fine a se stessa… Leggo da suoi versi precedenti, anche belli e fioriti (ma troppo in fiore): “E oggi io mi sperdo / tra queste absidi d’oro / nomade d’ombre e di comete”… “Laico in fervore dal petto mi sciala / universale preghiera il salmo civile”…

“Ma Paolo, vuoi fare il salmo civile e scrivi sciala?...” scherzavo a provocarlo, con sincero affetto...

Bravo e diligente, Paolo se ne torna 7 giorni dopo con un “mi preme”, che cambia di netto la dichiarazione di poetica, la rivoluziona come una nuova corrente “progressista” dentro il PD in rivolta… A parte di scherzi, ora tutto torna, le parole non sono più ne plasticate né oziose, decorate d’oro e lapislazzuli, ma pulsanti come turgide vene cartacee, sogni che ringhiano o guaiscono antiche (di)speranze: “Laico in fervore dal petto mi preme / universale preghiera il salmo civile”…

OK il prezzo è giusto! Intendiamo: il prezzo da pagare alla Musa umile, cenerentola e sdrucita della sincerità contro quella altoborghese, ben vestita e griffata ma, ammettiamolo, un po’ zoccola, della Retorica... Devozione invece è rigore, integrità della voce. La parola, isterilita avulsa, non è mai messaggio, oh, più non riuscirebbe a crederci, a fingerlo vero!…

Ma di recente, per forte afflato e dono ispirativo, Paolo s’è per fortuna liberato (comunque ha cominciato a farlo), d’ogni orpello vetusto e ereditato... Scoprire, scoprirsi dentro la poesia (il dentro che nasce dal fuori – ci fa anche a pugni!) come una visione nuova, che nulla debba più al suo passato, e comunque nulla più chieda alle lezioni-stereotipo, agli stilemi rétro perpetuati…

“La fauna dell’8” – questa la sua nuova lirica, è una scommessa vinta due volte: sulla forma, e soprattutto poi sul contenuto… La prima volta che ha cominciato a leggerla, anche agli amici e amiche del laboratorio, sturbava, pareva forse troppo osé, troppo smaccata… E lui imperterrito l’ha un po’ limata, l’ha oliata come una porta perché non cigoli, torni giusta nei suoi cardini, apra e chiuda spiragli dentro il cuore: “Sale infernale di grazia / col suo cane sciolto / sul tram / la ragazza”…

Lìmala, snùdala, Paul! “Sale brusca, infernale di grazia / col suo bianco maremmano / sciolto, sul tram numero 8, la ragazza / che odora di verità l’amore”... Una rimbaudiana fanciulla bella e sporca, irruenta, sboccata, fastidiosa a tutti: musa forse seducente e scomoda, ma anche l’unica, della vera poesia.

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