Servizi
Contatti

Eventi


Prefazione a
Il mare delle nuvole
di Paolo Carlucci

la Scheda del libro

“Elzeviri di nuvole”

Plinio Perilli

Tweets sulle carte di ieri
e altri viaggi o ritorni al Futuro…

(La poesia riformattata e neoclassica del modernista oraziano Paolo Carlucci, cronista d’ogni “taggata meraviglia”)

“… Che cosa fuggiva sulla mia testa? Fuggivano le nuvole e le stelle, fuggivano: mentre che dalla Pampa nera scossa che sfuggiva a tratti nella selvaggia nera corsa del vento ora più forte ora più fievole ora come un lontano fragore ferreo, a tratti alla malinconia più profonda dell’errante un richiamo…”

(Dino Campana, Canti orfici)

Era dai tempi di certi squarci lirici o poetici in prosa del Dino Campana più errante, malinconico e fiero, che non registravamo in uno scenario poetico (che è fenomenologico, ma insieme prospettiva interiore!) tanto vento e distanza da attraversare, placare, tanta storia insomma del mondo e al contempo dell’Io… Un Ego trascinante, superfetato, da redimere e in fondo rubricare, innamorare, recludere o rivoluzionare nella dolce pena e piena dei versi…


Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele!

(id.)

Anche sulla testa di Paolo Carlucci – dentro e oltre il suo cuore di poeta e letterato raffinato, appassionato cultore della materia che pur cesella, gl’intride l’anima, e la plasma e la colora assieme, come antiche statue dipinte, colonne classiche policrome e fiabesche – fuggono le nuvole e le stelle, fuggono secoli e cosmogonie della storia, fuggono vie lattee inesauribili di poesia e di canto…

È questa notte
di nuvole, di stelle
una manciata.

Col vento che schiocca e frusta e gonfia di vane sequele / Le vele le vele le vele d’ogni cronaca o dissidio di libertà, trasvolata o traversata dalla Realtà al Sogno, andata e ritorno. L’eterno viaggio astrale e feriale della Poesia…

Va l’otium dei miei piedi
verso lampi d’amore,
a sentire, tra le epigrafi
dei fasti, il colore della luna.

Poesia che Paolo insegna peraltro al liceo ai suoi studenti – ma anche se ne fa allievo nella vita, per magistrale e umile rito d’iniziazione… E la Pampa nera, diciamolo tranquillamente, è proprio la Storia, “selvaggia nera corsa del vento ora più forte ora più fievole”… Ma anche uno sguardo turbato e indomito “alla malinconia più profonda dell’eterno errante” che noi stessi incarniamo e forse nascondiamo, proteggiamo o infine liberiamo in scrittura…

Ed eccolo, il suo tributo a Dino Campana, che giusto un secolo fa (1914) macerò e masticò i suoi Canti orfici (“… dalle profondità del mio essere e della terra io ribattevo per le vie del cielo il cammino avventuroso degli uomini verso la felicità a traverso i secoli…”), e oggi Paolo Carlucci convoca, precetta e incorona come libero, folleggiante e sublime menestrello d’ogni mare delle nuvole, d’ogni libertà transoceanica d’anima:

Matti.
Punti di domanda
che sfiorano
con un foglio
le stelle
orse d’inverno
in viaggio nel caos
dell’universo fenicio

volano navi
rosse di vento
cambuse di segreti
cifre d’ombra
sulla neve fiamma
il quotidiano dire
più grande.

E poi, via via, l’appello si ripete, si amplia, rivolgendosi a tutti i numi tutelari che in fondo da sempre ci accompagnano (o già ci accompagnarono) nella Pampa nera, nella giungla, nell’Apocalypse now del ’900 da cui veniamo, radicati ma poi egualmente risoluti a fuggire, a scappar via perfino dalle Ricordanze cui apparteniamo…

Un omaggio per Garcìa Lorca: “È fredda ora Granada nel sole”…

Un altro a Pablo Neruda: “ventoso scriba tra foglie d’autunno / mago di gelo”…

O lo splendido, ispirato poemetto che Carlucci ha architettato per Pier Paolo Pasolini, addentrandosi nel grande, incompiuto romanzo Petrolio come in un variegato, spinoso museo degli orrori, epopea stessa della fine del ’900, inteso come grande, pessimo secolo tronfio e corrotto, secolo di esplosioni atomiche e genocidi dell’Etica… Rivisitati magari nelle stanze in ombra della propria famiglia, e cupa, turgida vocazione alla diversità:

Morii e fui rosa di vita sangue
sgorgato alla marina.
Mia madre, ombra impazzita,
mi coprì col suo pianto
di luce. Bestemmiato fiore

Fui petrolio di carne con gli occhiali
scuri che ridevano la prosa di un bacio.

Dove già nell’enjambement “pianto / di luce” vige e si svela la cifra e la ferita di tutta una poetica – che eleva appunto l’ossimoro (“bestemmiato fiore”) quale precipuo, intenso leit motiv

° ° °

Libro quindi importante, questa terza raccolta poetica di Paolo Carlucci, perché il primo aspramente maturo e ghiottamente fertile. Fertile d’amore e sia pure, talvolta, di coltivato, elegante dolore (dolori!). Ma non più d’un moderno, modernista Giovane Werther, bensì d’un rinnovellante paladino romantico che per scudo ha una tavolozza di colori, per spada durlindane di gigli, per virtù la fedeltà alla Bellezza: attenzione, non meno quella concreta, reale della vita che l’altra sublimata e impennata a simbolo come Musa o Diva da Parnaso – se davvero esistere può un parnaso che non sia Elicona umanato e umilissimo, monte riservato puro a tutti, ma proprio tutti i cuori, purché soprattutto siano veri, palpitino sinceri:

Si battevano a duello
spade di gigli col vento.
Ho scavato nel ventre
delle more sogni di purezza.
Un nastro d’argento sciolse verità.

Ed è la parte forse più bella e intensa di quest’iniziazione, di questo poetico romanzo di formazione, dove un Werther già stagionato ma pur sempre giovane d’anima, candido all’Amore, migrando verso nuovi dèi, cavalca di qua e di là, sui versi e sui secoli, sopra un romantico, galoppante destriero d’Ideale o un evangelico, mite asinello di Fede, tra le misteriche, tumulate plaghe d’Etruria o i deserti sabbiosi della Palestina, una ripetuta fuga d’Egitto o un accecante, disarcionante miracolo sulla via di Damasco… Miracolo, per fortuna, quotidiano e sensuale, come gli antichi, ereditati guizzi lirici della cosiddetta poesia pura:

Rossa fiera alle porte della notte
Tu sei, Tarquinia, quell’indiavolata
voce di ragazza scaltra

Tarquinia, terra arsa di rovine,
che improvvisa sale la marina
a disturbare

E ancora Paolo viaggia e scrive, soffre e s’infervora, tra castelli arroccati e inginocchiati luoghi santi, chiese rupestri di Cappadocia o fulgide, petrose isole del Mito (la Sicilia ulissiaca? una Trinacria che si fa miraggio, manna salata per i migranti, i poveri popoli eroi del Nulla e del Dolore, che giungono mezzi morti o mezzi vivi sulle spiagge o tra gli scogli di Lampedusa). La Nemesi dello Sviluppo Senza Progresso? – come già profetava Pasolini parlando di una incipiente Nuova Preistoria… Una maledizione che confina e naufraga contro i frangiflutti dell’Utopia, e spesso la commuove, la redime più degna:

Corale di dolore oggi il mare.

Civile il sudario di una nube
nell’oratorio di stracci

lo chiameremo ancora cielo
gamberi di vergogna
piangeremo ancora
occidentale il lutto dei miti.
(3 ottobre 2013 –
Sull’ecatombe di Lampedusa)

Viaggio certo di luoghi, ma anche ridda e profluvio di metafore: snudato snodo di esperienze, così come di idee… E come potrebbe essere altrimenti, in una Modernità che da tempo ha smarrito bussole e sestanti, cannocchiali o microscopi… sostituendoli con smartphone e antenne paraboliche?… Fino appunto a convocare un’ironica, post-leopardiana “Luna in chat”:

Pastore errante su facebook
luna in chat
dimmi che fai
graziosa luce pallida
sovrana iscritta on line.
Ricordanze d’infinito
in una siepe di vetro
che pure a colori m’infinita
in una stanza appena larga
un rettangolo di cielo. …

L’incubo più grande, che qui in realtà è il Futuro – finisce poi per essere proprio la vièta, abusata illusione di una tecnologia, di un sapere che in digitale salvi e riassuma il mondo, lo colleghi in tablet e in diretta come una videoconferenza del futuro…

Del resto, neanche i futuristi avevano previsto che le macchine potessero insufflarci coscienza, additarci l’Etica… No, nemmeno Marinetti, Balla, Boccioni & Company avrebbero mai potuto sospettare, immaginare, la deriva in boccio, fervida e maldestra, degli agilissimi nuovi “Fanciulli digitali”:

Son lampi di voci disperse
Oggi i fanciulli, distratti
Dal cellulare.

Oggi il bottino dei sogni
Hanno lasciato volare.

Ed è un po’ il loro nuovo “Aquilone” di pascoliana memoria…

Quanto alla Musa (che sarà targata e in quota “CGIL”), eccola più precaria che mai, belloccia e confusa in egual misura:

Occupata part time. Disoccupata full time
agiata agitata ironica impiegata stressata
erudita primordiale informatizzata giovane
atipica apatica isolata curiosa nord sud centrata

E l’elegia, com’è giusto, cede spazio alla satira civile, all’epigramma, sfiora e dribbla la farsa… solfeggia adagi e tirate montaliane: “scintilla di vento / un verso / albeggia il Washington Post / della Poesia”… “Un pugno di sorrisi oggi ha sferrato / Francesco.”

Francesco il Papa, per adesso non ancora bi-santo…

L’Etica, invece, udite udite! – l’etica (o l’Amore) che più non si può insegnare a scuola come un trattato di Aristotele o Spinoza, ma langue e pulsa luce, circuiti, transistor, frattali, atolli informatici non meno crudeli e corallini dei banchi in cui di bianca roccia fiorisce il mare – o meglio i due mari, quello salato delle onde e quello dolce lassù, ventoso e svaporante, ma non meno tragico e insidioso, delle nuvole… dei marosi di Dio…

Un tappeto di vento
la cavalcata delle nubi
virgole nella prosa del cielo
Dio scrive la sera un soffio

° ° °

Carlucci riassume in 9 sezioni tutto nostro vasto, immenso orbe terracqueo, l’incrocia e ce l’intona davvero come una mappa sacra e laica, pubblica e intimissima, di quello spazio/tempo che chiamiamo vita, e ci chiama, ci esige e proclama suoi nobili abitanti, illustri residenti coi piedi per terra…

Si parte da un confuso incanto gnomico che è, giustamente, “officina dei versi” e scandaglio di poetiche. Per poi onorare i ricordi e i fulgori della Classicità da cui veniamo (“Va l’otium dei miei piedi…” laddove Paolo si finge “corriere di Ovidio” – ma noi lo vedremmo invece ben più consono a Orazio!).

Diario d’abbracci le basiliche
un sussurrare di risa…

Stranieri i baci domani
Rugiada tra i ruderi.

Assedia la notte queste pietre
centuriate d’indifferenza…

Poi la grazia un po’ dolente di addentrarci nella Galleria d’Arte del nostro cuore, nell’atelier inesausto in cui visitiamo, ritraiamo o rammendiamo Bellezza (“Il grembiule sporco di luce”)… Magari l’ossimorica aurora della notte di Van Gogh:

La pittura è in marcia
idillio d’inferni, golfo
della modernità in un pennello.

“La democrazia della luna” è invece un Senato gustoso, fors’anche onirico, dei poeti che ci formarono; così come ci decisero, eccome!, i vari “baci di brina” delle nostre storie, non tutte di certo inventate…

L’uva dei tuoi seni allora
alti sui ginepri stillanti
di pioggia attende il carro
delle mie mani giovani
carte di gioia.

Eliotianamente, un viaggio nel Tempo è circolare e concentrico, regredisce in Futuro e s’innova di ricordanza, rammemorandosi a iosa (“Dal fiume il papiro millenario”)… Partenze e ritorni, “Nòstoi & archetipi”, tanto per dar ragione a Jung, che equipara o meglio sdogana l’inconscio collettivo di pari passo e grado a quello individuale…

Letto di rugiada e sospiri
il passo scalzo dell’estate.

“Generazione Y” è un tributo delizioso e polemico, velenoso eppure solidale, all’ultima generazione non dei neòteroi ma dei giovanissimi, che probabilmente suffragano e surrogano la poesia con grande fervore comunicativo e l’emissione continua di tracce cosmiche, messaggi eterei, messaggini, sms, email, empiti cablati e polverizzati quasi a nuvolette di tempo, polvere di stelle e pensieri frettolosi ma intensi, pigri e annoiati… come ogni società che soffre del suo troppo benessere, e dunque lo trasforma, assume e raziona in briose dosi di malessere:

Internauti on line
Minuti dispersi dal mondo
Now is a… new of Yesterday…

Sulla panchina il tablet dell’alba
Il Giornale 2.o, La Repubblica,
Il Tempo in un clic

Tweets sulle carte di ieri.

Elzeviri di nuvole.
Proti dell’alba addio

Ed è il “Novissimum” dell’ultima sezione, che è un congedo o una ripartenza, bilancio e voto augurale:

salmo tra le antenne
il paradiso.

° ° °

Parte dunque da questo Credo interiore, l’amico Paolo Carlucci – e presto divaga in Storia, in Cultura, arcipelaghi del desiderio e della commozione, dell’impegno o della pazienza, esercitati con pari destrezza. In nome d’una religio che si riconsacra ogni momento, e ci fa apostoli inopinati, pellegrini sempre in marcia:

Scende nella cripta il pellegrino
Ecce Homo di polvere
ha nelle lacrime il poema
del mondo crociato di assetati
di invisibile pane, mani tese
alle soglie del cielo.

Infine l’Arte, inseguita e periziata di secolo in secolo con un amore che è rara missione sinestetica, militanza radiosa – anche per contrappasso notturno, ardimento onirico… Chagalliane “labbra di luna”:

Sulla piazza un ciglio
trema d’infinito
per labbra di luna.
Trucco borghese
che piace.

S’attarda un angelo sulla Rivoluzione

Di un bacio
Comunismo di labbra.
Favoloso.

E lo splendido convito o consesso dei Poeti, l’unico Eden ancora concessoci, come una dantesca valletta fiorita (no, non più un Limbo o purgatorio d’attesa! ma semmai uno stato d’animo…) dove finalmente poter magari incontrare – intermundia del ’900 – “I nuovi Sciti”, cioè tutto il fiore del verso russo, con Blok, Esenin etc.

Compagno poeta
bolscevico di sogni
scuri di segale.
Fu d’inverno il calor bianco
di una fucilata di futuro
anche sulla steppa.

Versi di sangue bendati di neve.

° ° °

Aspettavamo da tempo questo libro già amato in fieri, e insieme lo speravamo… Conoscendone i materiali, gli intarsi, l’ebano o le pietre dure, i colori munifici e naturali, le terre bruciate, le sinuosità floreali o gli stucchi barocchi dei soffitti, le finestre alte di luce – insomma la bottega esimia della Grazia e dell’Arte, la parola dipinta (dixit Giovanni Pozzi) cui sta stretta la carta e fa parlare i quadri, cantare il cuore, musicare il silenzio, il dissidio, l’appello d’ogni Speranza, maiuscolo e umanista… Ed è canto, liturgia melodica anche la vigorosa “Ballata delle pietre”, scalpellata gnomica e cristiana, dal romanico al barocco, ed oltre:

Il percorso della solitudine riprende
devastata dal Libro dei Canti lascivi
che è maestro di scienza all’occhio
pupilla di cielo che volteggia
tra code di sirene, coro che avanza
di pietre, decorate di ossa è fiore
la colonna è fiore che s’apre
di nervi in ascesa.

Costruire lo sguardo, noi stessi titolammo anni fa (era una vasta “Storia sinestetica del Cinema” in rapporto a tutte le altre arti).

Ed anche Paolo di continuo costruisce lo sguardo del suo animus narrandi o vis poetica che dir si voglia… “Ut pictura poësis” era già il motto, l’imperativo categorico sposato da Orazio (Arte poetica, 361), la più pura, duttile eredità classica incarnata e praticabile come facile credo e duro fulcro d’estetica…

Di questa Rinascenza segreta e modernissima, sconosciuta agli storici e semmai onorata e inseguita dai romanzieri (penso a libri come Rinascimento privato della Bellonci, 1985; naturalmente a L’opera al nero della Yourcenar, 1968; ma anche a testi squisitamente fuori del tempo, collocati e fioriti in un’aura di eterna, radiosa classicità, come Mario l’epicureo di Walter Horatio Pater, 1885, sontuosa rievocazione dell’epoca di Marco Aurelio; o le stesse Memorie d’Adriano, uscite nel 1951, sempre della Yourcenar), Paolo Carlucci ci dona oggi un affascinante remake poetico d’inusitata valenza e rito d’ispirazione.

Come quando riassume, musica sull’umbratile pentagramma visivo di soli 5 versi il canone o “gesto” michelangiolesco della divinante Creazione dell’Uomo:

In un soffio di carne. Luce
la musica del mondo.
Minuti d’infinito forse
una carezza
l’ombra di Dio.

Aveva ragione Emerico Giachery – battezzandogli la sua prima raccolta giovanile, Dicono i tuoi pettini di luce, cioè i “Canti di Tuscia” (2010) adorabilmente cardarelliani – a parlare di una “comprensione profonda”, “totalità vivente e perenne, che il frequente ricorso all’analogia espressa o velata rende sfaccettata e versicolore”… Ecco appunto un esito tra i suoi migliori, isolato come una rara istantanea geo-antropologica:

Orte, figlia del vento,
sospesa tra i calanchi
dove il sole si scura
tra balze verdi d’ulivi,

lontano il Tevere
acqua lucente
dell’asfalto della modernità.

Così come coglieva, registrava già una poetica, una predisposizione, un talento, l’Eugenio Ragni (cfr. la prefazione al successivo e ancor verde Strade di versi, 2011) intento a scomodare, equilibrare le categorie dell’Antico e del Moderno quali sororali “compresenze in parallelo” – “anche dove gli accenti si fanno più caustici”… E citiamo appunto da una cara, spassosa parodia pascoliana:

Ho acceso il televisore.
L’atomo opaco del Male
sintonizzato sul nido moderno
la casa del Grande Fratello, il telenido infame,
di una Digitale purpurea in piscina.
Poi Mari a, l’altra, la telesorella

° ° °

Nulla dies sine linea – “Nessun giorno senza una linea”… motteggiava Plinio il Vecchio (Hist. Nat. XXXV, 36, 12) secondo l’esempio del celebre pittore greco Apelle… (Curiosamente, in inglese “line” significa verso)…

Carlucci cerca sempre la poesia come il rabdomante l’acqua, le sacre falde invocate, profondo dono e segreto della terra… Ma per bacchetta sensibile, rivelatrice, ha solo il linguaggio, questo fervido e continuo gesto che freme analogie e trema ad ogni metafora, inanella seduzioni visionarie e insieme s’innamora della sua stessa perdizione sillabica, risillabandola primigenia, adamitica come già faceva e teorizzava Ungaretti nell’incanto dei suoi primi testi (“Sono un poeta / un grido unanime / sono un grumo di sogni”).

Ma con Paolo, giusto un secolo dopo, le parole e le cose si complicano – rinverginarle occorre anche oltre le scorie, il reticolo, la cupola eterea o, vorremmo dire, il vero e proprio scudo spaziale di internet e di tutti gli internauti, nella Grande Rete che ci reclama, ci accoglie e insieme ci inghiotte, ci divora e ci stritola di seduzioni minime, sospiri od ansie minimali, ma talvolta ben più perfide e infide degli omerici canti di sirene…

Và ballatetta
Sms luce
che si dura
luce in una nebbia
lost and found
di colori
etichettati
nel vento grigio della stanza
fluorescente.

Da dove viene insomma oggi il poeta? Da dove scappa? A cosa torna? Fugge da città in fiamme, da Sodome o Gomorre punite dal loro stesso marketing, o tornare vorrebbe in un’ultrasimbolica Babele neomillenaristica, riconciliata di razze e lingue, religioni e progresso? Proprio l’ultimo Zanzotto soffriva quest’impasse, e insieme ne discettava in letizia, con provvidenziale e doverosa, si capisce, autoironia:

«… Ecco che tutti questi livelli del dire e delle lingue, nella poesia vengono mobilitati: anche quando si crede di scrivere una poesiola tranquillissima, in realtà si mettono in gioco tutti questi livelli, e forse si toccano paradossalmente degli stati di paradossa universalità, attraverso il poco e il meno, mentre nell’uso veicolare ciò non si verifica affatto. …»

(Andrea Zanzotto, “Le Poesie e Prose scelte”, ‘Prospezioni e consuntivi’, I Meridiani, Mondadori, 1999).

° ° °

Conserveremo a lungo – e ce li proietteremo caldi o ventosi in cuore – questi paesaggi e passaggi ritrovati, questi incanti sperati, questi raggiungimenti che non sono forse di un singolo, ma di tutta una generazione che davvero non smette di cercare, di cercarsi, e sognare radici, prolungarle sino al mare delle nuvole, per nuove estrose o anche astruse odissee sui vascelli fantasmi e olandesi volanti della Visione…

“Il quotidiano avanzo di un fuoco” – giura Paolo Carlucci – “notizie on line dal mondo in un clip”… E fa la corte a tutto il mondo per fidanzarsi, almeno, con la sua poesia… Fidanzarsi? Che parolona! Amarla riamato! Ricorda egli forse la folleggiante promessa e premessa di Campana? “Lentamente gradatamente io assurgevo all’illusione universale”…

Forse senza volerlo, per gioco e destino inconscio, Carlucci si trova infatti ad inseguire e riscrivere quel campaniano omaggio alla “Chimera” che davvero apre e ricuce in leonardesca gloria di “sfumato” l’incipit presto strappato del ’900: “Non so se tra rocce il tuo pallido / Viso m’apparve, o sorriso / Di lontananze ignote”…

Ma questa volta per chiosa tenera e gentile, antico credito d’amabile virtù:


è nebbia di rose il tuo volare.

L’inciampo di un amore
di cipria, l’avventura
in uno sguardo.

Chimera.
Il palio scosso d’un tuo bacio.
Forse d’autunno una felicità.

Tutto scorre, e niente rimane. Ma anche tutto ritorna…

E dunque Paolo trasforma quest’esosa Illusione Universale, quest’afflato spirituale, pulviscolare, in paziente esercizio concreto, trasfondendoseli alchemico della nigredo, rubedo, albedo d’ogni verso, nella trasognata, cocciuta pietra filosofale che sempre perseguiamo o mimiamo nel Far Poesia. Farla vivendola, attuare il fare, il poièin… Farla perché ci aiuti a vivere, ci premi ad amare:

“Cronista d’una taggata meraviglia / la periferia d’un abbraccio”

(giugno-luglio 2014)

Materiale
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza