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Requiem for Gina's Death and Other Poems

Autore garbato e neocrepuscolare, insieme umbratile, dimesso e vocato come ad un perenne incanto lirico, trasognato eppure pragmatico, Fabio Dainotti ci consegna con questa raccolta un affettuoso florilegio di liriche effusive, malinconiche, ma anche devote dedicatorie e deliziosi racconti in versi. A partire da quello che dà il titolo a questa scheggia di amabile, morigerata recherche piccoloborghese, non tanto del tempo perduto, ma, questo sì, del tempo cadenzato, stagionato, custodito in cuore.

Nato a Pavia nel '48 (poeta, saggista, studioso di Dante), Dainotti vive da tempo a Cava de' Tirreni, nel golfo di Salerno. E in fondo gli si confà, questa intrigante diagonale insieme geografica ed emotiva, metereologica ed esistenziale – le umide brume del nord e l'assolato èmpito del sud, perfettamente rimati anche di poetica. Ed ora, dopo decenni impazienti e romantici, operosi ed educati al Bene, tutto torna a far fulcro in un inopinato, bellissimo e un po' selvatico "Cimitero marino": "Mia madre, il generale / (così, scherzosamente, i suoi nipoti), / ha prenotato, ieri, una cappella / al cimitero; / non marino, neppure di campagna; / rivierasco: costiera cilentana."

Indimenticabile, il suo mondo semplice, schietto e piccoloborghese come virtù viceversa nobile, estasi d'una esistenza bonaria, educata. È cosa buona e giusta anche questo riprendere il filo d'un racconto che è proprio tutto ed anche eredità nazionale, ricognizione ben più vasta di usi e costumi, costumanze, trasgressioni, utopie o sani abbagli culturali come unica bussola, e in cuore la fermezza degli ideali, la pazienza nel non tradirli mai, e riuscire a salvarsi, a sbarcare il lunario: "'Un treno lanciato nella notte' / ci aveva portato su al Nord, / io all'università; tu per lavoro, / con la tua valigia da emigrante. / Si parlava di temi difficili: la vita, / e la letteratura, si fumava; / intanto si viaggiava / 'verso un incerto destino'."

La mappatura rigorosa e dolcissima degli affetti, benedice e incanta questo piccolo libro, che negli ultimi sprazzi trova il colore – come una rammodernata, ridipinta pellicola cinematografica – ma nelle prime scene sacralizza, respira il biancoenero come i film belli, post-neorealisti dei tardi anni '50, le cui trame si assomigliano tutte, un po' si mischiano; drammi o commedie parificati, nel comun denominatore sempre caro e fervido della buona poesia, dell'umile Italia del dopoguerra, poi del boom da cui tutti noi veniamo, ex ragazzi invecchiati, figli dei '50 quando lo Stivale si meccanizzava, comprava a rate le automobili e le lavatrici, e la poesia nostrana, il suo quotidiano trafitto da un raggio di sole, sussurrava a mottetto ermetico: Ed è subito sera...

"Perciò, bergsonianamente, dall'archivio della memoria vanno estratti minuti ricordi" – annota Enzo Rega, sempre bravo nella sua partecipe prefazione – "la cui 'durata' giunge fino ai giorni nei quali lo scriba li rievoca. Disseppellendoli"... Protagonista indiscussa – come in certi romanzi sceneggiati televisivi di quegli anni – la Gina, il lamento della cui morte apre con commozione e pulsione creaturale le prime scene del volume, prezioso, delicato memoir e insieme carezzevole, salmodiato ma laico offertorio cristiano: "Per me non c'è più la tua casa, / con l'albero piantato dal nonno nel giardino, / dove potevo arrivare senza preavviso, / e avresti riso di contentezza nel vedermi."

"Una folla di zii" annota ironico Rega "attraversa dunque queste poesie, l'ultima delle quali s'intitola proprio Famiglia: come a dire che pur nel gioco degli eventi, e nello sfilare di figure diverse, pascolianamente, la famiglia resta quel nido protettivo, perso e rammemorato."

Curioso che Dainotti, proprio nel 2001, abbia dato alle stampe un delizioso volumetto 'alla maniera di'; smaccato omaggio a La ragazza Carla di Pagliarani, indimenticato romanzo in versi del '60. Ragazza Carla cassiera a Milano trent'anni dopo, recita Fabio; e intona duttile, goloso: "La cassiera sbadiglia / frammenti di piacere nell'ora silenziosa / Rotta dal primo fragoroso tram; / il corpo consumato / nella notte d'amore ancora duole."

Questo la dice lunga sui pregi di una poesia-racconto che viene da lontano e cui volentieri affidiamo (il romanzesco titolo è della Ginzburg) Tutti i nostri ieri, da qui fino a dopodomani. Dicevo degli anni '50, i primi '60. Evocavo i racconti magari di Testori, il Visconti migliore (no, non Il gattopardo, sublime ma ultrascenografico): Rocco e i suoi fratelli, con quella tristezza atavica, ma insieme quella gioia di vivere, anche quella rabbia anestrale, e le vecchie madri che di continuo impetravano Grazia, facevano il segno della croce: mentre nelle scene-madri, ingelosite, dei maschi, volavano lanciate in faccia, per sfregio, le agognate mutandine femminili...

Che importano i titoli, i crediti, gli encomi altolocati delle giurie festivaliere? Qui siamo in purgatorio, ma con tanti giorni che furono anche belli "quasi" di paradiso; e d'una loro luce umbratile, ora desta ora assopita, sensuale come un messale d'amore, un amplesso biunivoco, dell'anima e del corpo: "Così presi il treno, vagai / per fredde strade, nel buio precoce / della città del nord, / la neve ancora a terra, qua e là. // Trovai la strada, alfine, tu apristi il cancello / del fabbrichino, dov'eri guardiana di notte, / e, trattenendo il cane col guinzaglio, / m'introducesti a una notte d'amore..."

Recensione
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