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N.O.F. 4 - centottantadue metri di follia

Confesso che quando ho ricevuto “N.O.F. 4” di Mariagrazia Carraroli ci ho messo un po’ per orientarmi e capire cosa avevo in mano. A parte il titolo, chiaro nel suo apparente enigma fin dalla prima pagina, mi colpivano come pugni sullo stomaco le foto di quei brandelli di muri scalcinati ma fitti di geroglifici più simili alla stele di Rosetta che ad umana grafia.

Foto tecnicamente perfette dovute al maestro Luciano Ricci che hanno lo scopo di puntare dritto al cuore con il loro carico di disfacimento e di putrefazione. E si che noi in Italia, così ho pensato, siamo abituati ad antichi reperti lasciati andare per colpevole incuria e, a dire il vero, a reperti archeologici un po’ assomigliano questi intonaci che sembrano aggrapparsi al muro come un bimbo alla madre per non cadere.

Poi mi è venuto in mente un carcere, antiche prigionie di umane vite che costringevano gli ospiti ad affidare ai muri la loro disperazione.

Le ricordavo bene le pareti del Palazzo chiaramontano “ Lo Steri” di Palermo dove venivano rinchiusi dagli spagnoli i condannati al rogo del Tribunale dell’Inquisizione.

Ancora adesso guardando la foto di copertina, mi morde lo stomaco pensare che non di un assassino si tratta ma di un malato,anche i condannati al rogo non erano assassini ma disabili, donne e malati.

Un po’ come Nannetti Oreste Fernando, ricoverato in un Ospedale Psichiatrico ancora qualche decennio fa. Un pensiero grato corre ad Antonio Basaglia ed alla sua legge che, abolendo i manicomi, riaprì il dibattito sulle terapie e l’idoneità delle cure e dei luoghi tradizionali per psicopatici.

Qui la poetessa si trova di fronte a N.O.F. ed al suo testo anomalo, non una biografia nè frasi disperate, non messaggi né lettere o semplici frasi d’amore ma un immenso affresco fecondo di parole che, sotto la malcelata veste della lucida follia, parlano di ribellione di fronte alla sofferenza, di riscatto sociale, di dignità della persona, chiedono in breve un umanesimo nuovo capace di sognare in grande, ricco di creatività e capace di sfidare a viso aperto persino la morte.

Non conosco la cartella clinica di N.O.F. ma alla fine tutti possiamo conoscere le inenarrabili sofferenze che il muro a brandelli testimonia.

La Carraroli dunque, di fronte a questo materiale così atipico, assume uno sguardo non indagatore né pietistico o indulgente. Prende atto con stupore del suo essere testimonianza unica e drammatica, evanescente come l’acqua quanto urgente nella sua richiesta di essere letta e riportata in vita.

Un’operazione forse simile a quella pirandelliana dei “ Sei personaggi in cerca d’autore”, la ricerca-richiesta di qualcuno che li ri-conosca e li metta in scena restituendo loro la perduta identità.

E’ il dramma ancora una volta dell’unicità negata, della diversità che non ha padri, che può dunque rivivere solo negli echi degli antichi teatri nei quali il coro accompagnava negli stasimi lo svilupparsi dell’umana rappresentazione.

Mo non c’è solo questo in “N.O.F.4”, almeno non c’è solo la sicurezza dell’autrice nel trattare tecnicamente il” fatto in sé”. C’è un “come” nello sguardo laico dell’autrice che non sfugge.

Pur evitando un facile approccio religioso, mi pare che la Carraroli affronti la vicenda affrescandola con pietas michelangiolesca, come se, entrando nel libro-murales, una Madre-Madonna rap-presentasse lo strazio suo e del mondo di fronte alla crocefissione ed alle inenarrabili sofferenze del Figlio.

E penso con stima e partecipazione alla sofferenza di Mariagrazia nel cantare questo muro con un complesso lavoro di scrittura.

La tradizione poetica occidentale è essenzialmente orale, è canto nel senso puro del termine e la poetessa in questo solco si mette consapevolmente alternando parti corali ad un recitativo molto spinto sul piano fonico. Gli effetti sono interessanti perché le consentono, ricorrendo alla tradizione classica, di raccontare la storia, il dipanarsi dell’evento tragico, perché di tragedia si tratta, come una narrazione in cui la penna dell’autore si presta a raccontare il dispiegarsi dell’evento.

Com’è noto, il linguaggio della poesia non si riduce alla pura significazione ma è connessione stretta fra suono e sensi, emozioni e pensiero. Anche se i testi poetici orali ci sono stati tramandati in forma scritta, essi mantengono intatta la capacità di trasmettere il suono della parola.

La poetessa compie egregiamente questa operazione che è al tempo stesso intellettuale, filiazione di una cultura classica ben assimilata, ma anche tecnica compositiva che trova, nella letteratura europea anche recente, basti pensare a T.S.Eliot e Montale, illustri Maestri.

Apro il libro quasi a caso, anche se, lo ammetto, avevo segnato il testo con un posti it, a pag.27 l’invocazione al vento.

”Portami con te…nel rumore del silenzio….portami con te / con ali del tuo volo / vento” .

Assoluta padronanza delle tecniche retoriche ma anche resa perfetta del suono non solo attraverso l’onomatopeia ma anche attraverso il posizionamento della parola-suono.

O ancora nella parte corale di pag.25 “…i pensieri sono ragni industriosi / che solleticano labbra ben tirate / in un riso che ridere non sa / e lo mostra con la smorfia / e lo sberleffo./ A savi e benpensanti lo sberleffo / e ben gli sta. / Sberleffo, sberla, leffo / leffo là.”

A pagina 47 i versi più toccanti, l’eco delle parole di Nannetti: “Ho scritto per la morte / che fermasse la falce sul mio libro / per leggere gli anni calcinati / vissuti due volte / il muro specchio. / E dicesse il Nannetti m’ha fregato. / Se lo tolgo dal mondo resta vivo / parlante / fra le righe dello scritto.”

Non tutti possono conoscere l’esistenza di brandelli di muro ma la poesia di Mariagrazia compie il miracolo proprio della poesia: quello di rendere di tutti, fruibili in modo diverso, le emozioni, i sogni, il dolore, lo stupore meravigliato dell’umana esistenza.

22.04.2012

Recensione
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